I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974
Filippo di Lorenzo

Parte 2

La genesi storica del Mezzogiorno d'Italia può dividersi in due periodi: il primo va dall'unità nazionale alla caduta del fascismo e della monarchia; il secondo dalla istituzione della repubblica ad oggi.
Nel primo periodo si riscontra una maggiore rispondenza alle vicissitudini storieche a condizionamenti politico - culturali e a processi socio-economici subiti dalla Spagna. Cioè la fase in cui gli interessi di classe della borghesia industriale del nord e quelli della borghesia degli agrari del sud si fondano dando vita ad un “blocco storico” dove la classe dirigente meridionale pur di perpetrare il suo "status" sociale di supremazia e di sfruttamento sulle massi popolari rinunciò a competere sul piano dello sviluppo industriale, autoescludendosi dal processo di creazione dello stato moderno capitalistico, creando i presupposti obiettivi per le attuali condizioni di emarginazione e di sottosviluppo.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, a causa della forte influenza del Mercato Comune Europeo, le soluzioni che si cercano di adottare per risolvere il problema del Mezzogiorno - politica degli incentivi, politica di piano, progetti speciali - tengono presenti quelli della Francia, Germania, Inghilterra ed in genere delle altre nazioni del Nord Europa. In questa fase cioè si verifica che nella stessa area si creano aree di sviluppo e di sottosviluppo dando vita a situazioni ancora più stridenti, facendo convivere forzatamente il cervello elettronico e l'asino col carretto, le coltivazioni in serre e le pietraie della murgia pugliese dissodate con la zappa.
Ai fini di una, maggiore comprensione della realtà italiana, tenendo presente che per le aree depresse le condizioni di partenza influiscono moltissimo, senza avere la pretesa di fare qui un esame comparato, ritengo opportuno riportare un passo del capitolo 'Tierras del sud' del saggio "Exàmen de Conciencia" di Juan Goytisolo:

'Per intendere qualcosa dei mali che affliggono la Spagna è necessario avere in conto la diversità del nostro calendario. Nel momento in cui in Francia e in Inghilterra, per esempio la borghesia prese coscienza di se stessa e si assumeva le sue responsabilità, in Spagna vi mostrò una sostanziale incapacità nell'assorbimento della funzione guida che l'evoluzione del mondo moderno gli imponeva. Nell'anno 1900 la borghesia aveva fallito poiché non aveva saputo portare in porto l'industrializzazione e la riforma agraria necessaria al nostro paese. Più tardi, mentre si originava il rivolgimento del sistema bancario e la formazione dei primi monopoli, questi fenomeni del XX secolo si produssero parallelamente a situazioni e tensioni sociali caratteristiche del XIX secolo.
L'interrelazione dei fatti economici appartenenti a secoli differenti, spiega nello stesso tempo le nostre difficoltà politiche e il ruolo fiacco della borghesia. Poco a poco si erano determinati in Spagna una serie di problemi di organizzazione produttiva e conflitti sociali, senza che ne seguissero, come in Francia ed Inghilterra, fattori indotti capaci di mitigarli. In questo modo nacque una discrepanza tra le situazioni storiche - male endemico dei paesi sottosviluppati - che impedirono la formazione di una stabile democrazia parlamentare e la pluralità dei partiti. In Spagna il capitalismo di tipo monopolista coesiste con una agricoltura di tipo feudale.
La simultaneità dei fenomeni - capitalistico uno e medioevale l'altro - spiega l'attuale confusione: mentre ad esempio la borghesia catalana lotta contro il feudalesimo centrista per imporre la sua politica di monopolio industriale, il bracciantato andaluso lotta inalberando la bandiera della riforma agraria, nello stesso tempo - e l'esempio spiega la giustapposizione di cui parliamo - il proletariato ed immigrati proletari andalusi in Catalogna combattono contro lo sfruttamento della borghesia catalana antilatifondista.
La borghesia catalana e del resto della Spagna, in generale, non ha mai inteso eliminare sinceramente le sopravvivenze feudali del latifondismo come fece a suo tempo quella francese.
Priva del sostegno popolare che permise le grandi realizzazioni della borghesia europea preferì addivenire ad un compromesso con le strutture feudali che si opponevano a queste realizzazioni. La storia spagnola di questi ultimi cento anni è un perpetuo compromesso tra gli interessi della classe latifondista castigliana e andalusa e quella borghese catalana e guascone. All'inizio contrari all'anacronistico sistema feudale del Sud, infine i borghesi del Nord finirono per intendersi ed elaborarono un accordo negli interessi di entrambi.
Durante la seconda Repubblica - che perì ad opera di queste contraddizioni che segnaliamo - mentre la borghesia industriale difendeva un riformismo democratico, in Catalogna e nelle province del nord, mantenne nello stesso tempo il bracciantato dell'Andalusia, della Murcia, Estremadura e della basse Castiglia sotto un sistema socialmente oppressivo. Partigiana della libertà dei catalani, calpestava, la libertà economica degli andalusi.
La storia dimostrerà un giorno, che entrambe le libertà non possono essere disgiunte. Senza comprendere la realtà del Sud i Catalani non risolveranno mai i problemi sorti in casa propria.
L'auge del Movimento Nazionale Catalano coincide con la rovina economica del Sud-Est. Nel 1900, come ora, il problema della borghesia catalana era quello di aprire i mercati ai prodotti della propria industria. Con il naufragare della politica coloniale, con la perdita di Cuba, Portorico, e delle isole Filippine, la, questione nazionale si acuì considerevolmente. Impossibilitata a competere con l'industria francese, inglese e tedesca sul mercato mondiale, privata delle sue colonie, la borghesia catalana ottenne dal governo un regime protezionistico ma in cambio però dovette rinunziare alle sue velleità nazionali e culturali. In altri termini: sostituì i mercati di Cuba, Portorico e delle Filippine con un mercato coloniale intemo.
Fino al termine del secolo XIX, cioè sino all'inizio della colonializzazione commerciale del sud, esistono nella provincia di Almeria industrie estrattive, alimentari e tessili, che dopo l'ingresso della 'Lliga' (il partito moderato catalano) nel governo furono estirpate radicalmente.
Ancora oggi si possono osservare le rovine di quella che
fu una prospera industria per chilometri e chilometri. Il protezionismo accordato all'industria catalana e basca, costituì la fine dell'industria e dell'artigianato del Sud-Est. A partire da questo momento in poi l'interesse dell'industria del nord fu quello che la metà del sud della Spagna rimanesse in uno stato di immobilismo assoluto. Nemici del latifondo in Catalogna e nelle regioni del nord, si allearono con lo stesso latifondo nelle zone agricole del centro e dell'Andalusia, La politica statale favoriva i loro obbiettivi. Per un verso liberava il protezionismo industriale per l'altro manteneva il regime del libero scambio per i prodotti agricoli. Cioè, mentre i catalani del sud sostenevano la concorrenza straniera sul mercato nazionale, dovevano rivolgersi alla Catalogna ed alla regione Basca per i vestiti, per gli utensili agricoli per i concimi. Essi vendevano i loro prodotti a basso prezzo e dovevano pagare gli attrezzi necessari alle loro coltivazioni al prezzo che gli imponeva l'industria di Bilbao e di Barcellona. Le agitazioni sociali andaluse furono la risposta della classe contadina alla speculazione di cui era vittima.
L'alleanza dell'industria basco-catalana e il latifondismo andaluso, significava, alla fine dei conti, il mantenimento del sud ad un livello di colonia da sfruttare, trascurando l'istruzione, permettendo il saccheggio delle miniere e l'abbandono della terra, canalizzando l'emigrazione verso il nord del paese ed all'estero come valvola di sicurezza per il mantenimento dei suoi interessi. Privi di una organizzazione politica efficace, i contadini manifestavano la loro opposizione in modo anarchico bruciando le messi. Gli atti di violenza divampavano come per un processo di autocombustione domati sul nascere dall'intervento delle autorità.
La seconda Repubblica non introdusse un mutamento reale alle sue precarie condizioni di vita. I settori popolani si organizzarono, però le strutture sociali rimasero immobili, nonostante parte della stampa denunciasse gli abusi, gli abusi continuavano. La libertà della Repubblica si riduceva alla libertà di protestare. Dopo il trionfo delle classi conservatrici nella guerra civile del 1936-39, lo stato del bracciantato andaluso è approssimativamente lo stesso. Attraverso i miei frequenti viaggi nel Sud-Est, sono giunto alla conclusione che la regione di Almeria, per esempio, non è stata mai una vera provincia spagnola. Ancora nel 1962, era, a vergogna di tutti, una colonia da sfruttare da parte dell'industria basco-catalana e dei latifondisti indigeni.
La politica delle Opere pubbliche unita alla propaganda per le emigrazioni tengono a mitigare la disoccupazione endemica, però la sua azione è, per disgrazia, limitata e temporanea. Una democratizzazione eventuale come in Italia o l'adesione al Mercato Comune Europeo non risolverebbe lo stesso il problema. L'esempio della Sicilia e delle altre zone sottosviluppate del Mezzogiorno lo provano in modo evidente. Sotto il fascismo e durante i primi anni del dopoguerra queste regioni soffrirono un vero processo di disindustrializzazione. Soprattutto la classe dirigente meridionale ha dimostrato, come in Spagna, la sua assoluta incapacità di fronte alle esigenze del nostro tempo. Il problema fondamentale del Sud è un problema di strutture. Almeria e le più svantaggiate province del nostro paese necessitano prima di tutto di una immissione cospicua di capitali che, parallelamente alla riforma agraria, bancaria e fiscale, permetterebbe la industrializzazione del paese ed il progresso sociale degli abitanti.
Nell'anno 1867 scrisse il saggista francese Casimir Dellamarre, appassionato viaggiatore della Spagna del Sud-Est: 'molto, per non dir tutto, è ancora da farsi' ma questa è forse una ragione per non cominciare? L'inetta passività di un ampio settore della nostra cultura, ci appare crudamente in situazioni cruciali come quelle che abbiamo esaminato.
L'amnesia volontaria della storia spagnola, accoppiata al nostro proverbiale orgoglio ci ha fatto credere nella possibilità di una cultura svincolata dalle strutture sociali che le servono da fondamenta. Però la povertà non si combatte con la dimenticanza ma prendendone piena coscienza. Se il popolo è arretrato, se il popolo è ignorante, se il popolo è analfabeta, è forse motivo sufficiente perché agiamo come se questo popolo non esistesse?
' 'E se anche siamo un paese sottosviluppato, la nostra cultura non può estraniarsi da questa realtà'.

Molte delle analisi e delle osservazioni di Goytisolo sul Mezzogiorno spagnolo possono essere riportate di pari passo nella nostra realtà meridionale.
Ecco perché sin dall'anno 1960, in coincidenza con la posa della prima pietra del tubificio, un grosso gruppo spontaneo di base, che dopo varie e sofferte esperienze associative ha dato vita cinque anni orsono all'UPJ così si rivolgeva ai tarantini in un manifesto del 10 ott. 1967:

" ... il compito di mettersi al passo con i tempi imparando a servirsi degli strumenti culturali... è particolarmente arduo nelle nostre province, dove ad un passato splendido ma troppo lontano fa purtroppo contrasto un presente di sottosviluppo culturale e di inadeguatezza delle strutture universttarie. L'Università Popolare Jonica non intende sostituirsi a, quegli istituti universitari che Taranto ha il diritto di reclamare ed il dovere di prepararsi ad accogliere. Chiama a raccolta i cittadini desiderosi di progredire con modestia, con tenacia, con senso del limite lungo la difficile strada del lavoro intellettuale, affinchè al processo di industrializzazione in atto nella nostra Taranto faccia riscontro un altrettanto utile ed indispensabile processo di qualificazione culturale".

Tale gruppo di giovani studenti e lavoratori prese dunque a poco a poco coscienza dello stato di sottosviluppo globale attraverso un esame strutturale della società tarantina e della necessità di assumere un ruolo responsabile e partecipato alle ampie, ma anche piene di incognite, prospettive che si profilavano all'orizzonte delle popolazioni joniche.
L'atteggiamento acritico e trionfale della classe dirigente locale, in particolar modo quella legata per la sua stessa estrazione ai ceti parassitari alla quale deve addebitarsi la responsabilità della maggior parte delle difficoltà, carenze e eclatanti sperequazioni di natura socio-economica e la inquietante situazione di stallo relativo all'assetto del territorio in cui si dibatte attualmente la nostra città e solo in subordine alla grande industria privata e pubblica, fu, in quel tempo, solo quello di gareggiare per assumersi, a fini elettoralistici, la paternità dell'atterraggio del 4° centro siderurgico complice ora la inettitudine ora l'insipienza ora il trasformismo ora il velleitarismo provinciale ora la nostra naturale inesperienza ora il vuoto pneumatico privo di ogni nuovo e reale fermento culturale che coinvolgesse la comunità. In questa tenzone, la parte di cerifero fu assunta dall'allora presidente del consorzio ASI, che per tale inestimabile merito la cittadinaza, influenzata dai ceti parassitari che da questa situazione hanno ricavato il maggior profitto, ha provveduto ad eleggerlo successivamente al parlamento.
L'atterraggio dello stabilimento siderurgico doveva presupporre non soltanto una mera ipotesi, come fu fatto con il piano Tekne, ma, tenuto conto della consistenza di capitali e delle caratteristiche altamente nocive dell'insediamento, postulava una seria programmazione per attrezzare la città di Taranto di un preciso “piano territoriale”.
Ciò emerse anche dalla conferenza dibattito del celebre geografo Pierre Georges, accademico di Francia, tenuta nella sede dell'Università Popolare Jonica al tempo della polemica sul porto stellare di circa 800 ettari proposto dall'ASI ad uso esclusivo della grande industria di base privata e pubblica (Shell, Cementir, Italsider, Dalmine, etc.), purtroppo già in fase di avanzata attuazione di un 1° lotto di circa 50 ettari; in questa conferenza fu sottolineato a chiare lettere la mania di ricalcare certi metodi e certi procedimenti invalsi in alcuni paesi dell'America Latina dove è divenuta prassi comune il modo di procedere alla realizzazione di complessi "faraonici", disancorati e scollati dalle attività produttive preesistenti, senza alcun rispetto dell'habitat e delle locali tradizioni culturali, cancellando, in alcuni casi limite, con un colpo di spugna, secoli di civiltà.
Purtroppo, nonostante che in questi ultimi anni si parli di programmazione economica, di piani di sviluppo nazionali e regionali, a tutt'oggi, nella nostra Taranto, la città della 'nuova frontiera' del Mezzogiorno, non si riesce ad elaborare, ed ad approvare la variante generale al piano Calza Bini. Eppure non è mancata la spinta di base, la partecipazione al dibattito stimolato principalmente dalle associazioni culturali e dalle organizzazioni sindacali. Dibattito che ha contribuito a creare una coscienza urbanistica di massa che per qualche momento ci aveva dato l'elettrizzante sensazione che ormai, nella nostra città, era giunto il tempo che le scelte concementi l'assetto del territorio non dovessero essere più esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori, ma un momento mobilitante ed esaltante di partecipazione diretta dell'intera cittadinanza indispensabile per realizzare nuovi rapporti sociali e garantire la qualità della vita. Dibattito che non è stato avaro di intuizioni, indicazioni e d'ipotesi di lavoro concreto. Purtroppo, sino a questo momento, per quanto è dato di conoscere, l'amministrazione ha recepito e messo in atto solo un punto (il piano particolareggiato per il Centro Storico) di quelli che l'UPJ indicava, nell'appello che rivolgeva alla comunità jonica in data 11.5.1970: '...l'Università Popolare Jonica ritiene di dover richiamare l'attenzione e chiedere il consenso delle forze sindacali, politiche, culturali, insieme con le quali ha sviluppato il discorso sul piano regolatore, in uno spirito di critica costruttiva conforme alle sue tradizioni ed al suo impegno civico ed in generale di tutti i cittadini solleciti della cosa pubblica, sui seguenti punti intorno ai quali è prevedibile, a giudicare dall'esito di questa prima fase del dibattito, che si possano coagulare vasti consensi.