I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974, pp. 102-136
Filippo di Lorenzo

Parte 4

Il quadro della situazione si tinge di colori foschi e genera una atmosfera kafkiana per le nuvole gravide di interrogativi preoccupanti che compaiono all'orizzonte della politica nazionale, causa l'involuzione in atto nel paese, la quale non può farci ben sperare in una seria, volontà da parte dell'attuale governo "ambidestro" e della maggioranza ufficiale ed ufficiosa che lo sostiene, a portare avanti una riforma urbanistica che attraverso i momenti giuridico-istituzionali, politico-amministrativi e tecnico-scientifici sancisca il principio della salvaguardia e del controllo pubblico dell'uso del suolo. Anzi si corre il serio pericolo che ci sia la volontà di bloccare i sia pur timidi tentativi innovatori introdotti dalla "legge ponte" e così vanificare i risultati del processo di pianificazione pubblica territoriale ad ogni livello sin qui portato innanzi. Infatti a novembre 1973 entreranno in mora i termini di applicazione della legge del 1968, frutto di un compromesso politico a seguito della polemica suscitata dalla famosa sentenza pronunciata dalla Corte Costituzionale sui vincoli urbanistici aventi carattere di esproprio. E se le forze democratiche e autenticamente popolari, le organizzazioni sindacali dei lavoratori, le associazioni culturali di massa, i gruppi spontanei di base non ingaggiano tempestivamente una lotta senza quartiere affinchè il Paese in tempi utili si garantisca per il dopo novembre 1973, la speculazione avrà mano libera per effettuare il massacro del territorio e dei beni culturali. Gli speculatori sulle aree fabbricabili invece di continuare a fare i bracconieri (anche se qualcuno è riuscito ad essere semiautorizzato con licenza per cacciare gli animali nocivi) potranno finalmente ed impudentemente organizzare spedizioni di caccia grossa in grande stile per lanciare una nuova moda tra la gente "bene" e non "perbene" di collezioni di "safari edilizi".
Basta considerare che, per tale data, se il Parlamento non prenderà i dovuti provvedimenti legislativi, ogni angolo del territorio dei Comuni d'Italia diventerà edificabile, i piani regolatori potranno essere stracciati perché ogni proprietario di suolo potrà chiedere, e gli dovrà essere concesso, leggi alla mano, il diritto di edificare quello che vuole anche se gli strumenti urbanistici comunali, dove ci sono, avevano destinato questi suoli a verde attrezzato, a ospedali, a scuole, a, piazze, a strade a zone per realizzare comprensori di edilizia popolare in base alla legge 167 del 18.4.1962 e 865 del 22.10.1971.
Il tipo di industrializzazione di stampo neocoloniale subito a, Taranto non ha significato per i lavoratori jonici un nuovo democratico rapporto di potere di classe né tantomeno uno sviluppo socioeconomico organico e diffuso. Infatti basta pensare che l'ammontare dell'intero salario esborsato dall'Italsider ai propri dipendenti del 4. Centro Siderurgico in questo decennio equivale a quello maturatosi come valore aggiunto sulle aree fabbricabili. Ancora una volta quindi a trame i benefici più solidi sono stati i ceti parassitari della rendita fondiaria e gli ambienti legati e collegati alla speculazione edilizia. Queste forze infatti, imbaldanzite da queste nuove possibilità, esercitando indebite pressioni nei confronti della pubblica amministrazione, hanno brigato con tutti i mezzi per avere mano libera onde massacrare il territorio della città costruendo agglomerati anonimi di cemento armato senza alcun criterio di base se non quello legato alla mera logica del profitto e nella forma più aberrante - quella di rapina delle risorse naturali ed ambientali. Operazione che insieme allo smog regalateci dall'industria hanno reso l'area metropolitana di Taranto una trappola infernale per la morte civile e fisica della comunità. Inoltre gli sbandierati fenomeni indotti - la nascita di piccole e medie aziende per la trasformazione dell'acciaio e per la produzione di beni strumentali per le stesse necessità dell'industria di base - non solo non si sono verificati, ma abbiamo assistito, con nostra grave costernazione e motivato disappunto, al fenomeno di opifici e fabbriche preesistenti al nuovo insediamento industriale che sono state costrette, perché abbandonate a se stesse ed incapaci d'inserirsi nella nuova dimensione economica-industriale, a chiudere battenti. Come si è verificato nel caso del Cementificio dello Jonio, in ordine di tempo uno dei primi insediamenti industriali della città, costretto a cessare ogni attività produttiva perché Italsider, per motivi d'ampliamento aziendale, offrendo un "buon prezzo" ai padroni, aveva comprato l'area delle cave da dove veniva estratta la materia prima, per la produzione del cemento e forse, se non ci fosse stata una energica e smascheratrice presa di posizione, attraverso un volantino, della segreteria provinciale della, Feneal - UIL, l'industria di Stato avrebbe allungato i suoi tentacoli anche sul suolo dello stabilimento per accaparrarsi così, a fini monopolistici, uno degli ultimi spiragli rimasti per l'accesso al Porto e alla stazione ferroviaria. Infatti l'amministrazione comunale, per scongiurare il pericolo e far saltare il piano, intervenne pubblicamente, dichiarando che sull'area in oggetto veniva posto un vincolo per uso pubblico (servizi sociali o verde). E per mettere ulteriormente in evidenza come si è operato sul territorio riporto l'ordine del giorno, sul fiume Galeso, che fu presentato, mentre imperversava la polemica tra le associazioni culturali e l'Amministrazione Provinciale e Cassa del Mezzogiorno, in occasione del convegno di studi organizzato dall'Amministrazione Provinciale sul tema "Inquinamento ambientale e salute pubblica", dalla Università Popolare Jonica, Club Europa ed Italia Nostra e che ebbi l'incarico di illustrare:

'I partecipanti al convegno sull'inquinamento ambientale e la salute pubblica promosso dall'Amministrazione Provinciale, considerato che il progetto di strada a scorrimento veloce Taranto-Grottaglie elaborato nel marzo 1968 dalla Cassa per il Mezzogiorno, prevede la, distruzione dei valori storico-paesaggistici della zona del Galeso, e compromette la possibilità di trasformarla in parco pubblico attrezzato a disposizione della comunità tarantina, mentre con l'attraversamento da, parte di una strada di traffico intenso e veloce produce un coefficiente di inquinamento in una zona verde finora incontaminata, impegna l'amministrazione provinciale ad eseguire uno spostamento del tracciato tale da preservare tale zona dai pericoli dianzi prospettati e da dare alla strada un valore di incentivo alla trasformazione del Galeso in parco pubblico attrezzato, richiama le pubbliche amministrazioni al dovere civico e sociale di preservare la zona del Galeso dagli scempi ai quali ora è quotidianamente sottoposta e di esigere che, riconosciuto il valore storico paesaggistico che le fa degna tutela, essa venga rispettata da tutti. Si chiede l'immediata sospensione delle manomissioni e delle devastazioni che stanno distruggendo la sua fisionomia, considerato che le diverse e numerosissime manomissioni di cui la zona del Galeso è stata oggetto negli ultimi anni - a partire dalla costruzione di alcune casuole e ville sulle rive dello storico fiume - derivano anzitutto dallo assenteismo e dall'incuria della commissione per la tutela del paesaggio, nella sua strutturazione, espressione coerente di una legge fascista sia per i criteri informativi, sia per la data di nascita, segnala alla pubblica, opinione ed ai pubblici poteri l'ingente e inderogabile necessità di trasferire all'Ente Regione, secondo il dettato dello statuto regionale, i compiti di questa inutile e dannosa sovrastruttura burocratica'.

Nonostante l'ordine del giorno approvato dai convegnisti il viadotto è in costruzione, forse perché lo spostamento del tracciato della strada avrebbe comportato, con la sopressione del viadotto, la riduzione della spesa di diverse centinaia di milioni i quali facevano già parte del capitolato d'appalto dei lavori già assegnato alla ditta Grassetti e che quindi rimettere in discussione la costruzione dell' "opera d'arte" significava compiere l'operazione difficile e rischiava di "togliere l'osso dalla bocca del cane"! Tutto ciò che la, Cassa del Mezzogiorno ha potuto fare per "tacitare" i cittadini di Tarante che a migliaia hanno fatto conoscere il loro disappunto e la loro costernazione per la manomissione del Galeso, tanto caro a Virgilio ed Orazio ed a Tommaso Niccolò D'Aquino, e che purtroppo per gli indaffarati quanto instancabili ingegneri romani si tratta solo del "fosso del Galeso" è stato quello di progettare e realizzare una variante al viadotto che ha comportato l'aumento della spesa di circa mezzo miliardo! E pensare che c'è qualcuno che ha ancora il coraggio di lamentarsi!...