I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974, pp. 102-136
Filippo di Lorenzo

Parte 6

I governi che si sono succeduti, in questi ultimi anni, attraverso la Cassa del Mezzogiorno ed il Formez, hanno cercato di dare una risposta e di coprire il vuoto culturale del Mezzogiorno attraverso l'istituzione dei Centri di Servizi Culturali. Tale intervento straordinario sul piano della cultura, che ha ingoiato decine di miliardi (di questi C.S.C, con decine di milioni annui in bilancio, ne funzionano tre nella Provincia di Taranto: uno gestito dal CIP a Taranto un secondo gestito dalla Umanitaria a Massafra ed un terzo a Grottaglie gestito dall'UNLA) è stato, a nostro avviso, fallimentare perché si è commesso l'errore di pensare che avrebbero creato fermenti culturali introducendo, peraltro in modo disarticolato, sfasato nei tempi ed episodico, tematiche di riporto di realtà socio-culturali avulse dalla nostra peculiare problematica e gestendo i Centri in modo burocratico e senza alcun collegamento organico e strutturale con la comunità, puntando invece, nella maggior parte dei casi, con solo rarissime eccezioni, alla fornitura di servizi per una "utenza indifferenziata", quasi che si trattasse della installazione di punti di vendita di una serie di succursali di una grande catena di supermarket. In un documento che reca le firme di decine fra i personaggi più importanti del mondo della cultura, della politica, del sindacato, si afferma a proposito dei C.S.C, che: "...Nessuna spiegazione è stata pubblicata, finora, del fatto che il CIF (Centro Italiano Femminile, che gestisce il Centro di servizi culturali), che appena conosce i sindacati tarantini, ha sempre sistematicamente ignorato tutte senza eccezione le iniziative culturali che in questi anni hanno contribuito alla crescita civile di Taranto: stagioni di concerti, cicli di conferenze ad alto livello, convegni internazionali di studi, mostre di arte moderna, mostre di cultura, pubblicazioni di libri importanti e così via. Il CIF anzi non si è neppure accorto che in queste iniziative sono spesso intervenute, con contributi di lavoro originali ed inediti incancellabili dalla vita intellettuale di Taranto, personalità di primissimo piano della cultura, protagonisti quali Giorgio Vigolo, Giacomo Devoto, Carlo Bo, Bruno Zevi, Umberto Eco, Salvatore Quasimodo, Edoardo Sanguineti, Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Paolo Grassi, Giorgio Bassani ed altri ancora. E da questo ostinato e si direbbe programmatico rifiuto della realtà culturale di Taranto ha tratto pretesto per fare del vittismo missionario e per presentare Taranto come un deserto della cultura. Scattano quindi domande che tutti hanno il diritto di porre, ma tale diritto compete specialmente agli animatori ed operatori culturali e sindacali da anni impegnati a fare di Taranto una città viva e non un centro di consumo di minestre riscaldate della sottocultura. In che cosa è consistita con precisione l'attività del CIF a Taranto? Come ha assolto questo CIF i suoi compiti di istituto? In quali e quante iniziative culturali e di quale livello ha investito i fondi del Formez? Quanto è costata esattamente la sua "missione" a Taranto? In quale misura le spese di gestione hanno inciso sulla spesa globale?".
"E' intanto accertato che il CIF è una costosa macchina. che lavora a rendimento pressocchè nullo, una sovrastruttura che spende circa quaranta milioni l'anno soltanto per tenersi in piedi e che in nove anni non ha prodotto una sola iniziativa culturale veramente originale, incisiva che significhi qualcosa per lo sviluppo civile di Taranto. La enorme, patologica sproporzione fra le somme assorbite da questa sovrastruttura e la cultura o sottocultura prodotte salta agli occhi di tutti in una città dove valide e incisive iniziative culturali sono state prese e mandate avanti con i pochi, lesinati spiccioli dei bilanci degli enti locali e talvolta senza neppure quelli. E il confronto fra i risultati conseguiti dal CIF in nove anni di "missione" e quelli conseguiti contemporaneamente da associazioni culturali che non sanno che cosa siano sedi sontuose e bilanci maestosi, conferma che la cultura si fa con l'impegno di animatori ed operatori culturali radicati nella realtà viva di una comunità e non si fa e non si farà mai con inerti e costose sovrastrutture burocratiche avulse dalla realtà dell'ambiente e totalmente disanimate. Ma tutto questo porta alla conclusione che è tempo che piena luce venga fatta sulla gestione del CIF a Taranto, sotto tutti gli aspetti, e che si risponda alle domande dell'opinione pubblica senza reticenze e barzellette sui caroselli pubblicitari, con la pubblicazione dei bilanci finanziari organizzativi, operativi del CIF. Ed è anche tempo che con l'occasione si riesaminino con senso critico, al di fuori di autocompiacenze e di trionfalismi di repertorio, le gestioni degli altri centri di servizi culturali della Cassa, a cominciare da quelli insediatisi nella provincia jonica, a Grottaglie ed a Massafra. Se questi Centri non vogliono degenerare in dannose sovrastrutture parassitarle è necessario che dappertutto si mettano da parte i vaniloqui missionari, indizio di immodestia e di presunzione, e si rendano funzionali le strutture strettamente indispensabili adeguate ai compiti di istituto...".
Questo documento veniva steso nel luglio del '70 nella sede dell'Università Popolare Jonica. Pressappoco nello stesso tempo anche le segreterie provinciali della CGIL, CISL e UIL si riunivano per approfondire e riproporre il discorso della promozione culturale del Mezzogiorno, pubblicando il seguente documento:

'...Le segreterie della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. si sono riunite per approfondire e riproporre il discorso della promozione culturale del Mezzogiorno avviato da tempo dalle organizzazioni sindacali.
Hanno rilevato innanzitutto che un discorso sull'argomento non pu
ò non partire dalla nuova realtà che si è venuta creando nel Mezzogiorno determinata dal crescere di una coscienza sociale nuova e dal maturare di valori culturali diversi rispetto ai tradizionali. Fattori determinanti di questo nuovo patrimonio socio-culturale sono stati i processi oggettivi di trasformazione che hanno investito la società meridionale, inserendola sempre di più in un meccanismo unico di sviluppo in cui i problemi del meridione si saldano ai problemi dell'intero paese e i processi soggettivi dell'emergere di una coscienza nuova che ha visto nei lavoratori (classe operaia, braccianti, contadini) e nel sindacato, come sua espressione i reali protagonisti.
Le lotte che nel Mezzogiorno si sono andate sviluppando in questi anni sia all'intemo dei luoghi di produzione sia all'e
sterno hanno avuto alla base dei valori culturali profondamente diversi, che hanno finito per permeare l'intera collettività.
L'identificazione tra organizzazione del lavoro e organizza
zione della società, l'iniziativa rivendicativa aziendale impostata sempre più in termini di acquisizone di potere e di controllo, il rifiuto dell'autoritarismo, la contestazione del carattere di oggettività della tecnologia, il modo nuovo di impostare il discorso sulle riforme sociali in cui il problema fondamentale della classe lavoratrice è sempre di più di prepararsi attraverso l'articolazione della lotta, alla loro gestione sono solo alcuni esempi di un cambiamento radicale di indirizzo culturale, collegato al sindacato su cui è possibile costruire un nuovo discorso legato agli interessi di tutta la collettività.
Alla luce di questa mutata realt
à deve essere vista non solo l'inadeguatezza ma l'incapacità dello svolgimento di una politica di promozione culturale affidata ai Centri di servizi culturali operanti con finanziamento della Cassa del Mezzogiorno. Questi Centri non hanno svolto alcuna opera di rinnovamento culturale, proprio perché inseriti in una logica di sviluppo del Mezzogiorno vecchia e superata, di stampo neo-coloniale, il cui supporto politico ed economico è presentato dalla Cassa la quale, se ha raggiunto lo scopo di cementare in qualche modo il blocco conservatore minacciato da contraddizioni e da disgregazioni, ha dato luogo ad una tremenda dispersione della spesa che è stata contesa nelle più assurde lotte di campanile e si è spesso dispersa in mille rivoli clientelari, dando luogo ultimamente a esplosioni come quella di Reggio Calabria, che sono la cartina di tornasole di un intervento in cui disorganicità e corruzione sono strettamente connesse, allo scopo di fare sempre di più del Sud un serbatoio di manodopera e di materie prime per le grosse concentrazioni capitalistiche del Nord.
Si presenta quindi la necessit
à di una revisione globale di tutta la politica sin qui attuata dai governi attraverso la Cassa del Mezzogiorno rivelatasi uno strumento dannoso al progresso civile e ormai superato dalla strutturazione regionale dello Stato che esige il trasferimento, in una visione diversa, dei compiti e delle funzioni che la Cassa avrebbe dovuto svolgere.
Lo stesso, e non poteva non essere cos
ì, è avvenuto per i Centri di servizi culturali; presenza di costosissime strutture facenti capo a vari Enti con una direzione fortemente burocratizzata il cui risultato pratico acquisito è stato lo sperpero del pubblico denaro in attività pseudo-culturali, clientelari e descriminatorie. Il fallimento di queste esperienze ormai riconosciuto da tutti discende logicamente dalla impostazione autoritaria e paternalistica delle stesse tendenti ad imporre una cultura di sottogoverno proposta dall'alto e avulsa dalla viva realtà dell'ambiente rispetto alla quale ha costituito un tentativo di evasione e di rifiuto. Si pone quindi in termini urgenti e non più dilazionabili il problema del superamento a partire dal 1971 di queste strutture e la creazione di altre legate immediatamente ai fermenti più vivi della realtà sociale e quindi in grado di compiere un'opera di cultura viva.
Pertanto la CGIL, la CISL e la UIL ritengono che i Centri di servizi culturali, staccati dalle strutture burocratiche e clien
telari nell'ambito delle quali essi operano, possono essere affidati agli Enti Locali democraticamente eletti (Provincia e Comuni) con un coordinamento regionale da parte dell'Ente Regione.
Essi devono avvalersi nell'amministrazione dei fondi e nella fase operativa di Consigli di gestione costituiti in maggioranza da
rappresentanti dei sindacati dei lavoratori con partecipazione di rappresentanti degli Enti Locali e di associazioni culturali realmente rappresentative, ai quali devono essere affidati la responsabilità di scegliere il tipo di intervento e le iniziative culturali, in modo che le stesse non siano sempre più espressioni di cultura di élite e affermando il concetto di cultura come catalizzatore della sensibilità collettiva e strumento di progresso sociale e civile'.