Notizie preliminari.

Napoleone III, imperatore dei francesi.
Napoleone III, imperatore dei francesi.
Correva l'agosto del 1870, e Napoleone III cominciava ad essere suonato di santa ragione dai Prussiani. Le Camere del Regno d'Italia, convocate con speciale decreto, si riaprivano in Firenze il 16 di quel mese. Il Governo doveva avvertire i deputati ed i senatori che i Francesi sgomberavano il territorio pontificio, e chieder loro un credito di quaranta milioni per spese urgenti.
Avevamo alla testa del Ministero il dottor Giovanni Lanza, il quale nella detta tornata del 16 di agosto, tenendosi in prudentissima riserva, perché la Francia poteva ancora prendere la sua rivincita, e in tal caso guai se si fosse posto il piede in Roma! Il discorso di Lanza si può leggere negli Atti Ufficiali della Camera, n. 750, pag. 2691, col. 2 e 3.
Ma i sinistri colsero a volo l'opportunità per muovere interpellanze che occuparono le tornate del 19 e del 20 di agosto. Quelle interpellanze sono registrate in 108 lunghe colonne degli Atti Ufficiali dalla pagina 2923 alla pagina 8008.
Dicevano i sinistri doversi andare a Roma, e subito, e con tutti i mezzi anche violenti. Rispondevano i destri ed i ministri che andare a Roma colla forza sarebbe stata un'indegnità ed una violazione delle dichiarazioni del Parlamento e del diritto delle genti.
Come proemio alle cose che saremo per iscrivere in questo terzo Libro, a noi basterà, da tutta quella farraggine di argomentazioni, di filippiche e di recriminazioni, in che si spesero due intere lunghissime tornate, levare alcuni tratti del principale discorso detto dal Visconti-Venosta, e poche parole del Lanza, presidente del Consiglio dei ministri.
Il Visconti-Venosta cominciò col porre in sodo che:
1. non si era mai denunziata ossia disdetta la Convenzione del settembre 1864; 2. che nessuno, neppure tra gli onorevoli della sinistra, aveva mai proposto, né la Camera aveva mai decretato con un suo voto, che si procedesse a tal denunzia. E ne concluse, ragionevolmente, che dunque la politica del Ministero non si era punto dilungata da quella già tracciata ed approvata dalla Camera stessa.
1879 Illustrazione italiana pag.116
1879 Illustrazione italiana pag.116
Considerando poi la questione dal lato pratico, disse:
"Gli obblighi che ci imponeva la Convenzione erano due: il pagamento del debito pontificio, e l'impegno di non invadere violentemente la frontiera dello Stato pontificio. Io trovo stranissimo che si creda esser questo per l'Italia un impegno eccessivo. Ogni Governo, ohe si rispetta, si considera responsabile della tranquillità alle proprie frontiere. È una responsabilità dalla quale non sono esonerati neppure i Sultani degli Stati barbareschi (Benissimo! a destra)".
Accennato da ultimo, come cosa evidente e fuori di ogni discussione, l'obbligo di pagare il debito pontificio, soggiunse: e rimaneva dunque l'obbligo di non attaccare e di non lasciar attaccare la frontiera pontificia. Ma quest'obbligo, o signori, quand'anche non fosse caduto sotto la sanzione del Trattato, sarebbe caduto sotto altre sanzioni prevedute nel comune diritto delle genti, e nei rapporti politici degli Stati". Lasciamo ai nostri lettori il riscontro, per sé evidente, fra queste leali dichiarazioni di riverenza ai trattati ed al diritto delle genti, ed i fatti che si compierono appunto un mese dopo.
Si poteva tuttavia insistere presso il Governo perché facesse ora quel che non s'era fatto prima, svincolandosi da quella importuna Convenzione, affine di potere, se l'opportunità si offrisse, procedere senza taccia di slealtà alla conquista di Roma. Il Visconti-Venosta rifiutò anche tal partito, dicendo che: "Il Governo francese e l'Europa intera avrebbero creduto che noi volessimo valerci delle difficoltà in cui si trovava la Francia, e che volessimo, con un calcolo fallace ed ingeneroso, cogliere il primo momento, in cui non ci sentivamo contenuti da un ostacolo di forza materiale (Mormorio a sinistra), poiché questo mi sembra essere il coraggio che voi mi consigliate (Rumori a sinistra), per abbandonare come un'ipocrisia quel programma liberale che l'Italia... "
1879 Illustrazione italiana pag.117
1879 Illustrazione italiana pag.117
Qui il Visconti-Venosta fu interrotto da un turbine di villane parole e da un aspro diverbio. Finito il tumulto, ripigliò: "Si sarebbe creduto che noi volessimo cogliere questo momento per abbandonare il programma da noi costantemente affermato nella questione romana, e per prepararci la via ed i mezzi della violenza e dei colpi di mano..... Il Governo francese si sarebbe trovato costretto a lasciar le sue truppe a Roma. Non era la questione di qualche migliaio d'uomini. Al Governo francese bastava di lasciare una compagnia di soldati e la sua bandiera; e noi, nelle presenti condizioni d'Europa, avremmo una occupazione straniera in mezzo alla penisola".
Onde è manifesto che il Governo italiano altamente professava: 1. di sentirsi ancora obbligato, per la Convenzione del settembre 1864, a non assalire né lasciar assalire il territorio pontificio; 2. di esservi obbligato dal diritto delle genti, anche prescindendo da qualsiasi trattato; 3. che sarebbe stata vigliaccheria il giovarsi degli imbarazzi della Francia, per disdire allora la Convenzione con lei pattuita; 4 che lo svincolarsene in tal congiuntura era atto impolitico, quando ciò si fosse fatto prima che lo sgombro dei Francesi
fosse compiuto.Tuttavia il Visconti-Venosta ebbe cura di preoccupare ogni luogo a cotali rimproveri, facendo rilevare che i Governi di Francia e d'Italia e non hanno presa alcun impegno fra di loro per quelle eventualità che la Convenzione di settembre non prevede". Or egli è evidente che le disfatte di Wissembourg, di Worth, di Forbach, di Metz e di Sédan non erano prevedute quando si fece la Convenzione del 1864. Dunque il Governo di Firenze poteva, senza fallire a quel Trattato, profittare della buona occasione e pigliarsi Roma.
Giovanni Lanza ripeté sottosopra ciò che avea detto il Visconti-Venosta, ed ai sinistri, che volevano subito l'occupazione di Roma, rispondeva:

Credete voi, o signori, che sia nelle consuetudini parlamentari, e, aggiungerò, che sia un partito prudente di venire alla Camera ad eccitare più o meno risolutamente il Governo ad occupare immediatamente uno Stato... che, volere o non volere, è riconosciuto ancora da tutte le potenze d'Europa... cosa che ha una grande importanza?... Venire a dichiarare in faccia all'Europa di volere occupare uno Stato, senza una di quelle cause che sono riconosciute in Europa come cause legittime? Vi sollevereste delle difficoltà da rendere impossibile qualunque trattativa, qualsiasi altra risoluzione della questione romana.

1879 Illustrazione italiana - Garibaldi incontra il re d'Italia Vittorio Emanuele II
1879 Illustrazione italiana - Garibaldi incontra il re d'Italia Vittorio Emanuele II
Succedette poi un tumulto ed un diverbiare alquanto scandaloso; dopo il quale sorse il ministro delle finanze, Quintino Sella, uomo accettissimo a quelli della sinistra, che, pur tentando di placarli, si studiò di far loro capire che bisogna, almeno per poco, aver prudenza, ed intanto bandire, come egli diceva, che, sebbene le convenzioni non sono eterne, tuttavia, finché non è ben sicuro di poterle disdire e violare, si devono osservare; e perciò, parlando in nome pure dei suoi colleghi, aggiunse: "Il Ministero dichiara solennemente che ritiene in vigore la Convenzione di settembre".
Si dovette alla fine venire ai voti circa l'ordine del giorno proposto dalla Commissione, e modificato nei termini seguenti: "La Camera, approvando l'indirizzo politico del Ministero, confida che esso si adopererà a risolvere la questione romana secondo le aspirazioni nazionali, e passa all'ordine del giorno". Erano presenti 378 deputati. Deposero il voto 866; si astennero 12; risposero 214; risposero no 152. Il Ministero usci trionfante dalla lotta, con questo voto di fiducia.