Da 'La Valle degli Eremi'
L'eremo di Sant'Agostino nella valle di Stignano prima del crollo
Un video girato il 25 aprile 1998 ci mostra l'Eremo di Sant'Agostino, in agro di San Marco in Lamis (FG) come si presentava prima del crollo di una parte della struttura avvenuto tra il 2003 ed il 2004. Si ringrazia il sig. Luigi Ciavarella che ci ha gentilmente fornito il nastro per la digitalizzazione.

Stignano. Ingresso all'auditorium del convento dal chiostro maggiore.
Stignano. Ingresso all'auditorium del convento dal chiostro maggiore.
Va anzitutto rilevato come le autorità amministrative provinciali, in questo torno di tempo, quando cioè più aspro è il dissidio fra Chiesa e Stato, guardano con generale sospetto ogni attività e movimento religioso. La diffidenza è reciproca ma lo zelo delle autorità politiche è implacabile e non risparmia né distingue tra religiosi buoni e cattivi, ai fini patriottici e unitari. Vero è che in questo primo decennio le autorità centrali, e cioè Chiesa e Stato, non si risparmiano colpi rigidi e dommatici: da una parte il Sillabo e dall'altra la legge Vacca (7 luglio 1866) gettano alla periferia un disagio talora tragico quando l'esecuzione della legge è affidata a intendenti e prefetti implacabili, e che anzi si fanno un merito nel poter disintegrare e distruggere malcapitate comunità religiose, prima tra queste quella dei minori osservanti di Stignano.
Come si è già riferito nel capitolo precedente, al prefetto di Foggia fu buon pretesto la presenza di briganti a Stignano, per un precetto pasquale, per spazzar via quella comunità. Quella celebrazione gli apparve una sfrontata manifestazione politica. Si trattava comunque di chiusura e non ancora di soppressione. Cominciava tuttavia una lunga e dolorosa odissea per i frati di Stignano, che per alcuni aspetti ha i caratteri di una persecuzione piuttosto accanita. Già a rileggere con attenzione la circolare del sottintendente di S. Severo del 21 marzo 1861, e cioè subito all'indomani della proclamazione del regno, si trovano frasi ispirate a una preoccupante avvisaglia: "è mestieri conoscere la condotta politica e morale serbata dai conventi e monisteri sia di uomini che di donne, e la parte che abbiano preso negli ultimi avvenimenti". Comprensìbili comunque le richieste sulla condotta politica dei religiosi, ma quelle sulla condotta morale diventano anche un'arma utile in mano a governatori, prefetti e giudici, come si vedrà a proposito dei frati di Stignano. Inoltre, esse si estendono, con più fondate preoccupazioni a quelle economico-sociali; e spesso la trepidazione scopre le carte con l'uso di un linguaggio esplicito e rude.
L'attenzione delle autorità infatti si appunta subito sulla paurosa pletora di mendicanti, questuanti e limosinanti più o meno autorizzati dalle due autorità, come è il caso dei frati questuanti, così detti laici.
Già da Torino il dicastero di polizia in data 28 gennaio 1861, all'indomani cioè delle elezioni politiche generali, informa le autorità periferiche e così dispone:

'Una delle più funeste piaghe della società è senza dubbio la gran turba di questuanti, che covando all'ombra di una effimera beneficenza la loro improba mendicità, e sotto le forme della carità del prossimo studiando di fare come possan meglio il loro interesse, con superstiziose idee sturbano la mente del popolo, per mungerne la scarsella. Questo fatto, che induce da un lato il pauperismo e l'ignoranza e dall'altro fa ingrassare l'ozio senza neppure soffrire il pudore di stendere la mano, è stato sempre prevenuto o represso dalle leggi, e molti decreti e dispacci si rincontrano all'uopo ancora nella nostra legislazione. Intanto, parte perché le leggi poco si eseguono nei governi dispotici, e parte perché questa folla di truffatori puntellava il trono borbonico, diffondendo l'ignoranza e la superstizione, avvenne che di molto si estese questa cancrena sociale, e sotto mille nomi e con mille pretesti, ora vanno in giro romiti, terziari e questuanti di ogni genere, i quali oggi ai mali nascenti della cosa stessa accoppian quello di sparger nelle masse, che per uso in essi credono, principi nocivi all'attuale ordine di cose e che vanno assolutamente repressi dal punto di vista della pubblica sicurezza. Ora in vista di così gravi ragioni si deve prontamente e potentemente accorrere al caso, per il che bisogna usare gli infrascritti provvedimenti. Ritirare le concessioni di questua che si esercita indebitamente o perché rivolte a proprio vantaggio, o perché cessatene lo scopo; invigilare sui mendicanti dei monasteri se abbiano la carta provincializia e la licenza della polizia di Napoli e dei governatori ed intendenti delle provincie; non esser corrivi ad accordarne, anzi restii, vigilare i cosiddetti romiti se sono facoltati ai termini delle istruzioni del 1826 e 1829, sorvegliare se idee sovversive ed immorali spargessero, ed infine oprar quanto è in loro per esaurire questa larga fonte di danni sociali' (Nota 1).

Con appendice ai decreti del 17 febbraio 1861 il Ministero degli affari ecclesiastici di Torino fornisce chiarimenti dai quali affiorano preoccupazioni politiche e sociali insieme circa l'attività delle case religiose, delle congregazioni e dei capitoli:

'E' importante nel doppio interesse della Religione e del Governo che i decreti emanati nel 17 corrente mese, i quali tolgono la civile personalità in faccia alla legge alle case religiose, salve l'eccezioni da determinarsi ad alcune Collegiate, a Benefizi, Badie, Cappellanie e alle Conferenze delle Missioni, dall'ignoranza e dallo spirito ostile di parte non siano travisati e con erronea interpretazione renduti occasione di inconvenienti e danni, ancorché momentanei' (Nota 2).

Il 'foglio circolare' prosegue col dare consigli dai quali affiora un certo nervosismo polemico. Ma l'attenzione è sempre rivolta a quei questuanti, fratelli laici o meno, per conto di comunità religiose e non, che forse appaiono come attivisti antiunitari e borbonici agli occhi delle nuove autorità. Tant'è: ancora alcuni mesi dopo, e cioè il 15 aprile del medesimo anno, il sottointendente si crede in dovere di appuntare l'attenzione dei sindaci sui predetti questuanti.

'Senza derogare ai provvedimenti emessi ad evitare l'abuso di molti vagabondi camuffati da frati e romiti che van questuando in nome delle chiese, cappelle e santi senza permissione alcuna del capo ecclesiastico e delle autorità civili, il signor consigliere del dicastero degli affari ecclesiastici in data del primo stante mese si è compiaciuto disporre che sino all'emanazione delle risoluzioni per le case religiose che dovranno rimanere soppresse e quelle che saranno esenti da tale soppressione ai sensi del decreto del 17 febbraio ultimo, non siano rivocate le licenze ai questuanti degli ordini mendicanti forniti delle debite carte autorizzanti' (Nota 3).

Non vi è revoca delle licenze già concesse, vi è però un assoluto diniego a concederne delle nuove e si obbligano i sindaci a tener d'occhio i presunti vagabondi e mendichi, futuri alleati dei nascenti briganti. Ma torniamo, ora più strettamente, alle vicende di Stignano.
Come si è visto, alla perduta personalità giuridica di fronte alle leggi si aggiunge la chiusura per la presenza dei briganti in chiesa nella Pasqua del 1862. Nelle celle abitate dai frati si sostituiscono soldati e operai addetti alla costruzione di una strada rotabile tra S. Marco e S. Severo, alla cui apertura i sammarchesi annettevano grande importanza per inserirsi nella rete viaria attiva del nuovo regno con la contemporanea costruzione della ferrovia adriatica. Non si hanno elementi per dire che al prefetto si offriva un comodo pretesto per installare a Stignano truppe e operai. Ma l'aspirata apertura della nuova strada verso S. Severo poteva tacitare i malumori dei sammarchesi per la chiusura di un convento a loro assai caro. Analogamente al governatore di Foggia e al sottoprefetto di S. Severo il giudice di S. Marco, che è poi il già ricordato Marco Centola, che ebbe la fortunata occasione di accogliere Garibaldi a Melito di Porto Salvo, il 9 febbraio 1862 chiede al sindaco, per soddisfare a superiori richieste giudiziarie, di voler

'subito conoscere quali case di ordini monastici, chiese collegiate, benefizi, abazie e cappellanie nel perimetro di questo tenimento si trovano colpite dal decreto di soppressione del 17 febbraio 1861' (Nota 4).

Il sindaco è lieto di risponder e di affermare che

'in questo comune non si trovano case di ordini monastici...... contemplate dal decreto del 17 febbraio, dal che il Capitolo della Collegiale è stato istituito con la cura abituale e i due monisteri di S. Matteo Apostolo e Stignano hanno avanzata domanda per vivere in comune' (Nota 5).

Nonostante questa apparente situazione di fortuna, segni premonitori di un triste imminente futuro non mancano e attraverso la lettura di alcuni documenti si potrà vincere la premeditazione di un disegno di chiusura e di soppressione. Infatti già il sottopreferetto in data 4 marzo 1861 si affretta a chiedere inventari di beni alle due comunità al fine di evitar trafugamenti e preventiva dispersione di oggetti preziosi, arredi sacri e libri. Incalza da Foggia il prefetto con eguale richiesta e con precisioni e chiarimenti in due lettere dei giorni 6 e 11 marzo 1861.
E proprio il 17 marzo, data della proclamazione del nuovo regno d'Italia, al sindaco di S. Marco è giocoforza recarsi a Stignano e il giorno dopo a S. Matteo per una meticolosa e, si vorrebbe aggiungere, pietosa inventariazione dei beni dei due santuari e dei malcapitati frati. Trascriviamo integralmente il verbale, per alcuni aspetti illuminante, riguardante Stignano.

Convento di Stignano: ingresso laterale della chiesa.
Convento di Stignano: ingresso laterale della chiesa.
'L'anno 1861 il giorno 17 marzo nel monastero di S. Maria di Stignano, in tenimento di S. Marco in Lamis. Noi qui sottoscritti sindaco e componenti la commissione ci siamo personalmente recati in detto convento di S. Maria di Stignano dei padri osservanti di S. Francesco, per trascrivere il seguente inventario, giuste le disposizioni legislative della legge del 17 scorso gennaio inculcata dalla circolare ministeriale.
Abbiamo avuto luogo ad osservare che attiguo al monastero avvi un giardino circoscritto da muro dalla estensione di circa versure tre, quale è addetto a fornire la comunità di verdure, olio e vino. A tre passi discosto dal monastero istesso evvi un'altra versura circa di terreno sativo pietroso che si semina dai frati per altra men scarsa quantità di grano per uso della comunità istessa. Detti pluviali fondi rustici col fabbricato appartengono in proprietà agli eredi di Don Marco Centola, giusto l'istrumento erogato col direttore del Tavoliere di Puglia del 15 novembre 1823 per notar Giovanni de Marinis e che a titolo di elemosina della sudetta famiglia Centola se ne continua a far stare nel godimento la comunità istessa. Siamo quindi passati ad inventariare gli oggetti sacri e preziosi non esistendovi alcuna libreria.
Suppellettili
Coppetta di seta bianca senza piviale n. 1
Piviale nero di drappo fiorato in seta n. 1
Pianeta bianca n. 1
Pianeta bianca ricamata in seta n. 1
Pianeta in seta nera n. 1
Pianete interdette n. 5
Arredi sacri in argento
Secchietto di argento n. 1
Lampada n. 1
Pisside n. 1
Calici n. 2
Il peso di detti oggetti è stato di rotoli 4 del valore di ducati 144.
Arredi in oro
Anelli n. 10
Orecchini n. 4
Spilla n. 1
Detti oggetti sono del peso di trappesi due e grana 30 il trappeso e danno la cifra di ducati 21. Gli oggetti preziosi d'oro e di argento sono per sicurezza di ducati trecento obbligati alla signora Giulietta D'Ambrosio vedova di Ignazio Centola che è accorsa per restaurare in parte negli anni passati il monastero, che per eventualità si era incendiato. Quadri, opere d'arte e monumenti negativi. Si sono gli oggetti in proposito consegnati all'attuale guardiano padre Matteo da Foggia che ha sottoscritto in quadruplice spedizione il presente verbale con noi e i componenti la commissione. P. Matteo da Foggia, Guardiano; Antonio De Theo, Sindaco; Pasquale De Theo, e Filippo Santurbano, componenti la commissione' (Nota 6).

Non si fa cenno della biblioteca. Essa, costituita da pochi o molti libri, c'era realmente. Gli scriventi la ricordano anche per alcune vicende incresciose sotto il Fascismo quando si pensava di trasferire i libri esistenti, essendo chiuso il convento e affidato il culto della Madonna al sacerdote sammarchese Tommaso Ianzano, nella costituita biblioteca provinciale.
Si è trattato di un trasferimento? di una tacita e pietosa connivenza dei verbalizzanti?
Vi è però una circolare di sospensiva nelle operazioni inventariali, in attesa di lumi superiori nell'interpretazione della legge, del prefetto Bardesono che ci pare molto ambigua: si riconosce di fatto ogni azione compiuta in merito, si consiglia di sospendere e, nello stesso tempo, si chiedono urgenti informazioni. E' un compiacersi del fatto compiuto? E' solo un consiglio cautelativo per temute reazioni? o semplicemente un senso di smarrimento per le drastiche e subitanee misure proprio nei giorni in cui si potrebbe invocare concordia, una specie di amnistia morale in quei momenti di celebrazioni unitarie? Ma certo il timore di reazione del clero e dei filiani deve aver avuto il suo peso. Ma tant'è: col pretesto brigantesco, come già sappiamo, Stignano è chiuso fin dal 5 giugno 1862; il sindaco di S. Marco è però costretto dalle pressanti richieste delle autorità provinciali a rispondere monotonamente ancora in data 10 ottobre 1863:

'In questo comune non ci sono case religiose soppresse, colpite dal decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861. I due Monisteri di S. Matteo Apostolo e S. Maria di Stignano dei minori osservanti di S. Francesco, che vivono di elemosina vennero conservati; perciò non essendo nello stato di ricevere pensione è stimato superfluo significarne il numero. Giova al sottoscritto fare osservare che il monistero di S. Maria di Stignano, sito alla distanza di tre miglia da questo abitato nel fondo di una valle è attualmente chiuso per misure governative. Quello poi di S. Matteo Apostolo, situato sopra di una collina circondata da monti all'apice di una valle, dista un miglio dall'abitato. La capacità di S. Maria di Stignano è di circa 25 frati. Il fabbricato è in buono stato, ma la permanenza della truppa ha reso inservibili e distrutte in qualche modo le buone opere. La capacità di S. Matteo è di cinquanta frati. Il fabbricato è in ottimo stato e vi esiste un lanificio' (Nota 7).

Circa Stignano è da notare che il sindaco parla di chiusura provvisoria per motivi di ordine pubblico e non di chiusura definitiva o di legale soppressione: è un diritto di principio che il buon sindaco vuole conservare e riconoscere a Stignano di fronte ai suoi diretti superiori.
E ancora, il vigile sottoprefetto, a due mesi di distanza (4 dicembre 1863), chiede al sindaco, con perentoria urgenza, un gruppo di notizie e il numero dei religiosi, 'la giacitura topografica', la capacità e lo stato di conservazione dei due conventi. Solita certamente la risposta; troviamo solo un elenco (Nota 8) di religiosi, ormai ristrettisi nell'ospizio di S. Marco, che trascriviamo in nota essendo questi, come si vedrà, i travolti protagonisti della volotà prefettizia che ne aveva decisa la dispersione.
A questo punto, per puro ordine cronologico, aggiungiamo che il santuario, a differenza del convento, fu riaperto. Ne farebbe fede un esplicativo e giustificativo discorso inaugurale tenuto da un frate il 29 agosto 1864 il quale, tra l'altro, così ebbe ad esprimersi:

'per essere state le piacevoli garganiche contrade ingombre di masnadieri, (il santuario) fu riaperto al culto, quando in quelle amene contrade si videro distrutte le orde brigantesche' (Nota 9).

E' certo invece che l'iter di esilio forzato della famiglia dei frati da Stignano fu continuo e sempre più doloroso fino alla diaspora imposta dall'autorità prefettizia. Si tratta di un pressante e drammatico discorso triangolare tra S. Severo, Foggia e Roma.
A S. Severo si trova un padre provinciale che, dopo alcune incertezze e impazienze iniziali dovute ad un ovvio smarrimento per notizie tendenziosamente scandalistiche, si rivela, con umiltà e fermezza insieme, all'altezza della situazione. A Roma, e non si sa come informato, forse da un'anonima, il generale dei frati minori ha una grossa pulce nell'orecchio. Ma è bene ricordare che a Roma non giungono né leggi né volontà del nuovo Stato italiano: c'è ancora lo stato pontificio. Pertanto a turbare i sogni del generale non possono essere che fatti morali. E a questi, tra l'altro, si attacca il prefetto di Foggia che non disarma fino a quando il provinciale non ordina il definitivo trasferimento di tutti i frati, sacerdoti, laici e professi, in altre sedi. Lo scopo del prefetto pertanto era quello di ottenere la definitiva chiusura e soppressione del convento di Stignano con l'allontanamento dell'intera comunità religiosa. Ma il padre provinciale, pur assecondando il prefetto nella distruzione della vecchia comunità, ne crea subito un'altra al certo fine di assicurare la continuità nella vita di Stignano. Ma passiamo ad una rapida e discreta visione dei documenti (Nota 10). Pareva che, soppresso il brigantaggio, aperta la nuova strada S. Marco-S. Severo, partiti i militari e gli operai occupanti, fosse ovviamente imminente la riapertura del convento. In buona fede, il sindaco di S. Marco è il primo a rendersi parte diligente. La giunta, presieduta dal sindaco Francesco Centola, con entusiastica

'unanimità considerando essersi inaugurata la strada carregiabile di Stignano che conduce in S. Severo in breve tempo e con somma solerzia degli ufficiali del genio e delle loro compagnie, ne rende ringraziamento al provvido governo della Maestà sempre Augusta di Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia, perché simile la strada alla vera cura del corpo umano, sarà vantaggiosissima al municipio che si metterà in commercio con le principali città della Daunia, e con la stessa strada ferroviaria del pari ultimamente inaugurata dall'Augusto Sovrano. E poiché la strada istessa ha avvicinato il celebre santuario di S. Maria di Stignano, diretto e occupato dai padri minori osservanti di S. Francesco, attesoché per misure preventive vennero quei frati allontanati momentaneamente dal monistero, onde mettere in salvo loro stessi ed il convento dalla invasione del brigantaggio che grassava queste contrade; considerando che il brigantaggio garganico è finito, come è terminato quello del famigerato capo Caruso e sua compagnia; considerando che il monistero di Stignano, in cui quei padri si sono sempre esercitati negli atti confortevoli verso gli ospiti che ivi rimanevano alloggiati ed infiniti soccorsi ne riavevano i poveri che quelle campagne trafficavano, oggi più che mai si rende necessario fare rimanere abitato quel locale in ristoro pure dei passeggieri che faranno traffico per la nuova strada consolare; considerando del pari che in eguali circostanze si trova il convento e santuario di S. Matteo Evangelista, in cui i poveri corrono a folle in ogni giorno e ne ricevono caritatevole vivenza, e quei padri lettori ad ogni richiesta si prestano per la istruzione di questi borghesi, ansiosi di apprendere; interpone uffizi verso le autorità governative affinchè vogliano compiacersi per lo rendimento di grazie al primo re d'Italia per la inaugurata strada di Stignano e per rimanere conservati i due sopradetti conventi di S. Matteo e di Stignano in cui i padri dovrebbero presto far ritorno per essere sempre più utili ai viandanti, giacché il brigantaggio è finito, lo Dio mercè. S. Marco in Lamis, 16 dicembre 1863'.

Ma ad un anno di distanza, e nonostante le insistenze comunali, il sottoprefetto 'respinge' il desiderio espressogli adducendo 'di non poterlo secondare'. E' una prima doccia fredda cui seguiranno altre ben più glaciali. Ma c'è da aggiungere che in questo torno di tempo gli stessi frati sono presi da una fervida ed illusoria speranza. Tanto si desume da alcune lettere di sollecitazione del guardiano di Stignano, Matteo da Foggia, al suo provinciale e nelle quali i rapporti con Marco Centola senior risultano improntati a viva stima e cordialità per il comune interesse della tutela del santuario.
Vi è quindi una fiduciosa aspettazione per il ritorno a Stignano, 'convento chiuso ma non soppresso', come tiene a sottolineare il guardiano.
E anche un altro Centola (Francesco), sindaco di S. Marco, con l'intera amministrazione tiene a certificare sulla buona condotta dei frati nell'ospizio locale. In tale documento egli fa esplicito riferimento alle sole

'vendette politiche del signor Prefetto della provincia" che hanno impedito il ritorno dei frati alla "propria abitazione" come si attendeva "a richiesta di questo municipio". Con energia e franchezza attesta inoltre: "Ora non è che detti frati abbiano disertato dal monistero e voler dimorare in questa città a capriccio; anzi i medesimi instancabilmente fanno delle premure onde godersi la pace del loro chiostro e vivere con Dio; essendo che la loro moralità è integerrima e irreprensibile come fin'oggi hanno dato contezza del di loro ben disciplinato costume'.

Evidente il tono polemico di un sindaco spazientito contro l'autorità prefettizia che permane nel suo diniego, che anzi ha in animo ben altri divisamenti. Il certificato è richiesto dai frati stessi. Vedevano già questi le nubi oscure che si addensavano all'orizzonte e che preparavano una tempesta distruttiva a loro danno?
Il padre provinciale infatti pone già le mani avanti anche lui coll'inviare, il 4 ottobre 1864, all'ospizio dei frati di S. Marco un regolamento disciplinare concentrato in vari punti: ogni mattina recitare gli uffici prescritti dalle ore canoniche nella vicina chiesa del Purgatorio; recitare ogni venerdì la regola di S. Francesco; leggere i decreti pontifici dell'ordine; essere in ospizio subito dopo il tramonto del sole (Ave Maria); e soprattutto non ammettere nell'ospizio visitatori d'ogni genere ed escluderne nel modo più categorico le donne, come comporta la clausura.
Il padre guardiano di Stignano si affretta a rispondere al suo superiore (9 ottobre 1864), dimostrando con buon senso pratico come alcune disposizioni sono ineseguibili urtando contro il normale svolgimento delle funzioni nella chiesa del Purgatorio e il malumore di preti locali. Vi è da vedere in questo contrasto coi preti un primo seme di avversione ai malcapitati monaci di Stignano?
Per suo conto il sottoprefetto notifica (4 novembre 1864) al sindaco di S. Marco il diniego dell'autorità superiore e che pertanto 'non può il sottoscritto fare veruna pratica per secondare la proposta di codesto consiglio municipale in ordine alla riapertura del convento di Stignano'. Il sindaco non disarma né si dà per vinto ad una richiesta dello stesso sottoprefetto del I dicembre 1864:

'Chi scrive ha potuto rilevare e così assicura alla S. V. che questo convento dell'ordine mendicante dei minori osservanti non sia capace di contenere un numero maggiore di religiosi oltre quello esistente, i quali furono anche male agiati per deficienza di celle. Con la presente occasione lo scrivente La prega di riaprirsi l'altro convento esistente in questo tenimento, invendibile perché sito in lontananza dai diversi Comuni, improduttivo di rendite, non essendo idoneo ad altro uso, stato non ha guari di tempo chiuso a causa del brigantaggio che infelicemente infestava queste contrade; mentre quel locale sarebbe adatto a farvi stanziare un venti o venticinque religiosi di detto ordine, senza omettere di essersi il consiglio municipale più di una fiata interessato'.

E finalmente scoppia la tempesta sul capo dei frati che avranno contro tutti e inizialmente anche il provinciale e generale da Roma.
Ci sarà stata una lettera anonima diretta a Roma, Torino e Foggia?
Non ci risulta, né, d'altra parte, vi è tradizione orale di qualche scandalo. Quel che è certo è che il prefetto punta su fatti morali oltre che su quelli "d'ordine pubblico" e non desiste fino a quando ottiene la dispersione dell'intera comunità religiosa. Possiamo ipotizzare alla radice un contrasto col clero regolare sammarchese per via di una duplice attività religiosa che si doveva svolgere nell'angusta chiesa del Purgatorio?
Vi è, come è probabile, una rivalità tra frati e preti in S. Marco, riscontrabile anche in altre epoche, oppure vi è una certa diffidenza dei liberali e filounitari che premevano sul prefetto contro un'eventuale esorbitanza dei monaci dal loro campo? Certo è che quest'ultimi, operanti in S. Marco, a differenza dei frati di S. Matteo, più facilmente si esponevano e più facilmente erano osservati e controllati. Il lettore può, per suo conto, fermarsi su alcune di queste ipotesi o congetturarne quiache altra. Fatto sta che il provinciale, padre Ludovico, è colto di sorpresa. Lo dimostra una sua lettera sconcertata e sconcertante. All'iniziale smarrimento seguirà una difesa sempre più dignitosa verso il prefetto anche se alla fine dovrà chinare il capo. Quell'iniziale e irritato sgomento si spiega anche perché è messo improvvisamente sull'avviso dal suo generale in Roma.
A padre Luigi da S. Marco, nuovo capo (presidente) dell'ospizio, egli scriveva il Natale del 1864:

'Colla posta di ieri mi arrivò lettera del reverendissimo nella quale mi riprende fortemente e mi chiama responsabile dei disordini di questo ospizio, dicendomi di quanto mi aveva inculcato, da persona coscienziosa gli viene assicurato, non si adempie affatto: specialmente la recita dell'offizio nella chiesa viciniora, come io gli assicurava con mia lettera, e la persona che ancora continua a praticare in esso. Quindi mi comanda ad obbligarvi alla osservanza in preferenza delle due cennate cose sotto pena, in caso di inadempimento, della vostra sospensione prima ed anche della chiusura dell'ospizio, se non si eseguiranno gli ordini suoi. Epperò mi ordina a parteciparvi che da voi si redigesse un verbale, come si è adempiuto sia alla recita dell'uffizio nella detta chiesa che all'allontanamento dall'ospizio di estranea persona'.

L'evidente irritazione è in rapporto alla sensibilità di un cotanto rimprovero dall'alto e che sconvolge l'onestuomo, il quale così continua:

'Ecco dove mi hanno recato le indolenze e le ritrosità di voi e di codesti padri. Io vi lasciava appositi articoli che se fossero stati osservati, non avrei sofferto tanto rimprovero; ma voi sordo sempre con i vostri amministrati'.

Ma è da aggiungere che casi particolari, poi generalizzati, suscitano un giusto sgomento nell'intera comunità. Si passa così alla difesa sempre più energica e ferma fatta dallo stesso padre provinciale. Intanto mentre l'assessore C. Cavalli da Lucera notificava (27 marzo 1865) al sindaco di S. Marco il netto rifiuto delle autorità provinciali della riapertura di Stignano, il prefetto si serve delle stesse armi del generale dei minori. E' impensabile che un prefetto di oggi si occupi di fatti di ordine morale nell'interno delle famiglie religiose. Ma tanto avveniva il 1865 e non sappiamo distinguere quanto sia da attribuire alla mentalità dell'800, sempre sensibile a fatti di moralità, e quanto invece a una precisa e contingente volontà politica. Il 27 maggio 1865 il prefetto Gadda scrive al provinciale:

'Da fonti pienamente attendibili ho acquistata notizia che i monaci, i quali avevano sede nel convento di Stignano e che ora si trovano ridotti in un ospizio a S. Marco in Lamis, lasciano a ben molto desiderare in rapporti d'ordine pubblico, mentre poi non poche voci si elevano a loro carico appuntandoli ancora di una condotta morale per niente affatto plausibile. Ad ovviare a siffatte cose la S. V. Reverendissima facilmente si convincerà del bisogno urgente che i monaci stessi siano aggregati a qualche convento dell'ordine, possibilmente fuori di codesto circondario, perché la disciplina religiosa della comunità gioverà sommamente a ricondurre i traviati su migliore via. Per effetto di ciò prego la S. V. stessa a voler impartire analoghe disposizioni del risultato delle quali Le sarò grato se vorrà compiacersi tenermene fra breve informato'.

Non è chi non veda che il prefetto si fa un'arma di quanto si dice sul conto dei frati per dare al provinciale un untuoso consiglio che in effetti è un ordine. Nel giugno dello stesso anno il provinciale trasferisce due frati dell'ospizio e ne dà solerte comunicazione al prefetto. Inoltre il 13 dello stesso mese da S. Severo dà eguale comunicazione al sottoprefetto, ricopiando la lettera da noi su riportata. Si tratta di un vero esposto circostanziato e preciso da cui egli trae la coraggiosa conseguenza che miglior cosa sarebbe riportare i frati nella loro sede naturale. Egli notifica al suddetto funzionario che dal prefetto gli perveniva 'un ufficio' con cui gli si ordinava il "concentramento dei religiosi che abitavano nell'ospizio" avendo essi dato "molto a desiderare nei rapporti di ordine pubblico, talché loro si appunta una condotta morale niente affatto commendevole". E perorando quanto gli stava a cuore così concludeva:

'Ma ad ovviare ulteriori inconvenienti per i religiosi sarebbe giusto che si divenisse ad una risoluzione che la necessità richiede. E poiché è innegabile il principio che cessata la causa è mestieri che cessi anche l'effetto, così non esistendo più il motivo che allontanava i religiosi del convento di Stignano, è giusto che questi vi ritornino. Ed invero, se il detto convento fin dal giugno 1862 veniva chiuso, lo era a causa del brigantaggio che in quei dì infestava queste ridenti campagne, ora che questo è distrutto, e non più esiste, possono i frati riedere al loro chiostro che si tiene oggi esclusivamente disabitato. Solo si potrà volere che ritornando colà i religiosi, siano di buona morale e non di quelli che per lo innanzi vi stanziavano. In ciò perfettamente ne convengo e perciò accerto la S. V. che permettendosi la riapertura del più volte nominato convento di Stignano, vi piazzerò religiosi che saranno di piacimento non solo alle autorità provinciali e distrettuali, ma eziandio municipali; come Le accerto pure che adotterò ogni misura di rigore, onde scansare ogni motivo di future dispiacenze'.

Ma il provinciale non si avvede che le ragioni politiche e morali sono dai suoi contestatori fuse e confuse. Ben altri sono gli intendimenti del prefetto, anzi opposti: egli non si contenta del trasferimento dei due frati; pretenderà l'allontanamento dell'intera comunità; ma anche poco gli importa il rinnovamento totale della famiglia religiosa di Stignano, come propone il provinciale. Ne vuole la semplice dispersione senza più parlare dell'apertura del convento. Infatti il 27 giugno 1865, prendendo a pretesto che le 'mormorazioni' continuano, "insiste a rimuovere tutti gli altri religiosi che vi sono rimasti ed a destinarli in altri conventi dell'ordine e, per quanto è possibile, fuori da codesto circondario".
Il perseguimento di uno scopo politico è evidente; ciò offende l'intimo senso di giustizia del provinciale che il 2 luglio da S. Severo fermamente risponde, rigetta ogni insinuazione sulla condotta illibata dei frati, insinua sospetti sulle cattive fonti a cui il prefetto attinge, protesta 'la gloria dell'abito' indossato dai frati dell'ospizio e tuttavia per obbedienza cede alle ingiunzioni:

'Se da un lato mi atterrò alle premure, così egli continua, manifestatemi (che ritengo per ingiunzioni ufficiali), dall'altro non mi terrò indietro dal parlarLe della condotta di quei frati rimasti nell'ospizio. Io rivango gli antecedenti che formavano riscontro al primo di Lei uffizio sul medesimo oggetto, e senza mica indietreggiare. Le sostengo con fronte alta che dessi non pure si godono la stima dell'intiero paese, ma più ancora sono l'esempio delle genti, come potrei constatarLe senza reticenze io col mendicar protezione, per mezzo di un pubblico attestato; e che se me ne astengo l'è solo per sociali riguardi e per non portare a lungo una polemica che ridonderebbe certo a gloria dell'abito e a disdoro di pochi che per particolari mire ne iniziavano occulto travaglio, studiando ogni mezzo per deludere le troppo veglianti (il corsivo è di chi scrive) autorità, che comunque tuttoché è giustizia pel bene della società, pure hanno bisogno di chi le informa nelle diverse ricorrenze. Io quindi assuefatto alle leggi di obbedienza ed al rispetto dovuto alle autorità, andrò a rimuovere di là quei frati facendoli sostituire da altri riservandomi con altro mio ufficio tenerLa informato'.

Il 18 luglio il provinciale informa il prefetto d'aver allontanato ancora altri frati da S. Marco. Questi, a sua volta, non si dà per vinto pur essendo ovviamente caduti i suoi motivi pretestuosi sulla moralità e condotta dei frati, e insiste con una nota del 21 luglio per la rimozione dell'intera comunità religiosa. Dieci giorni dopo il provinciale capitola e informa il prefetto della 'compiuta esecuzione'. Da questa 'esecuzione' (compiuta non di fronte ad un plotone anche se la parola del provinciale suggerisce questa metaforica impressione) sono colpiti i seguenti religiosi: Padre Luigi da S. Marco in Lamis, superiore; padre Francesco Antonio da Casalicchio, sacerdote; padre Matteo da Foggia, sacerdote; padre Michele da S. Marco in Lamis, sacerdote; fra Matteo da Montesantangelo, laico; fra Angelo da S. Marco in Lamis, laico; fra Domenico da S. Marco in Lamis, laico.
A parte le presunte colpevolezze civili e morali dei reverendi padri, quegli ignari fratelli laici, ci danno l'impressione di subire la sorte dei polli di Renzo. Ed ecco finalmente la lettera, con accenti di umiliata sollecitudine, del provinciale padre Ludovico al prefetto del 31 luglio 1865:

'A soddisfo del penultimo paragrafo del mio ufficio del dì 24 spirante mese N. 60, e col quale mi imponevo l'obbligo di tenerLa avvertita della compiuta esecuzione circa il movimento dei frati dell'ospizio di Stignano, oggetto che faceva sperimentarmi la equità e la giustizia che lei tiene nel maneggiare i singoli affari di questa provincia tanto degnamente dal Governo affidata, verificato appena lo allontanamento dei due ultimi frati che facevano parte di quella famiglia religiosa, io, senza perder tempo, Le dico che i medesimi, e precisamente fra Angelo e fra Domenico entrambi di S. Marco in Lamis, ai quali avevo spedito le ubbidienze, abbandonato quell'ospizio, rattrovansi ai loro destini che sono quelli stessi segnati nello statino N. 1, che mi dava l'onore confogliarLe con l'ufficio di sopra citato; sperando così aver dato termine ad un affare che Lei tanto teneva a cuore per assetto della pubblica opinione, come mi diceva, e per rispetto dell'abito claustrale pel quale io l'esterno i miei inesauribili ringraziamenti'.

Un prefetto di quel tempo, in diffuso clima anticlericale, non aveva certo molto a cuore 'il rispetto dell'abito claustrale' quanto 'l'assetto della pubblica opinione': puntava sul primo per conseguire compiutamente il secondo fine. Questo l'elenco della nuova e diminuita comunità contenuto nel secondo 'statino' del 24 luglio: padre Ferdinando da Sannicandro, superiore; padre Giuseppe da Orsara, sacerdote; fra Raffaele da Montesantangelo, laico; fra Giuseppe da Celenza, laico.
Appena due sacerdoti e due laici destinati anch'essi a scomparire dalla beata valle di Stignano. Ci avviamo inesorabilmente al triste epilogo non più della chiusura temporanea ma della soppressione di entrambi i conventi di Stignano e di S. Matteo. L'avvisaglia è costituita da un documento del 10 settembre 1865: si tratta di una dichiarazione responsabile compiuta dal padre guardiano dell'ospizio e diretta, come notifica ufficiale, all'ufficio del registro di S. Marco in Lamis. E' una minuziosa e, per certi aspetti, pietosa descrizione dei locali con il relativo elenco di attrezzature e arredamenti. Non si parla però di biblioteca né degli effetti d'uso, come avverrà poi, affidati ad ogni singolo frate. La legge Vacca (Nota 11), come si è detto, che colpisce entrambi i conventi, è del 7 luglio 1866. Le autorità provinciali la eseguono, come richiesto, con zelante sollecitudine: il 21 dicembre 1866 avviene il definitivo scioglimento della comunità religiosa con la conseguente messa in vendita dei beni mobili e immobili acquistati dal demanio.
Nel puntiglioso inventario fa senso l'implacabile minuzia dell'elenco degli oggetti ed effetti (coperte e materassi vecchi, tavole e pagliericci sdruciti, bisacce, guanciali ecc.) affidati all'uso personale di ogni frate. Viene in luce indirettamente la casta e pulita povertà di questi fraticelli. Anche la divisione dei pochi ducati della cassa della comunità destò certamente un senso di disorientamento in loro prima della definitiva dispersione. Tutto il patrimonio del santuario e della Madonna (oggetti preziosi ed oro) furono affidati alla Signora Giulietta Centola, fiduciosi i frati della pia 'delicatezza' di questa nobil donna e sperando così in un eventuale ritorno. Passato pertanto il periodo di zelante e rigido contrasto, le cose via via si adagiarono in una posizione di saggio e tacito compromesso che mette in evidenza il buon senso di fondo del popolo italiano.
Chi acquista dal demanio dello Stato sono i Centola e chi reintegra i frati nei loro diritti di fatto (nell'orto, giardino e chiesa) e favorisce il loro ritorno sono sempre i Centola con contratto, detto impropriamente d'enfiteusi, stipulato il 22 maggio 1877. E chi cerca di temperare a sua volta i rigori della legge è l'infaticabile padre Ludovico Barbaro che, con tenacia e pazienza coronata da successo, poté, sotto la nuova formula giuridica, riaprire il convento nel 1878, far ritornare la statua della Madonna, custodita nel frattempo nella chiesa del Purgatorio in S. Marco (Nota 12).
Si ha così una febbrile ripresa del culto della Vergine e dell'attività monastica nella valle di Stignano. Questo periodo è pertanto contrassegnato dallo spirito di iniziativa di alcuni religiosi.
Il nuovo provinciale padre Romualdo FerrecchiaP-Romualdo-Ferrecchia.jpg con lodevole intraprendenza, "fece i primi coraggiosi tentativi per riorganizzare la provincia minoritica. Prima cosa era quella di trovare conventi che potessero ospitare i frati. Si deve alla sua abilità l'aver indotto le autorità comunali di alcuni paesi a chiudere gli occhi ed a tollerare che alcuni frati rientrassero in quei conventi di cui i Comuni non seppero che farsene" (Nota 13).
Così tra i nuovi cinque conventi riaperti troviamo i nostri due conventi di Stignano e di S. Matteo. E mentre il Ferrecchia pensò alla riapertura dei conventi il successore padre Alfonso De Vita si preoccupò dei loro possibili abitatori religiosi, tuttora convinti e praticanti. Egli, in merito, con fermezza di proposito, tenne a Stignano il 7 novembre 1866, una congregazione imponendo ai frati convenuti la scelta tra il ritorno alla vita claustrale o la secolarizzazione. La riaperta casa di Stignano ebbe come superiore il sammarchese padre Michele Solimando. Il De Vita, pensando ai giovani e al conseguente futuro della provincia, nell'agosto del 1887, sempre in Stignano, riaprì l'antica trisecolare casa di noviziato.
Due anni dopo, tra i cinque giovani del noviziato troviamo il castelnovese Michele Petracca che sarà poi, col nome di padre Filippo, uno dei più insigni e intelligenti reggitori della provincia monastica di S. Angelo.
Padre Alfonso infine si preoccupò di mandare gli stessi valorosi giovani di quel fiorente periodo di noviziato in Stignano ai corsi superiori di cultura sacra nel collegio di S. Antonio a Roma, ad Amelia in Umbria e in Toscana. Non lieve impulso al già popolare culto alla Vergine ebbe ad imprimere il sammarchese padre Bonaventura D'Augelli, autore di un opuscolo monografico su Stignano. Questo lavoro che rimonta al 1909 è anche indice della ripresa di vita nuova a Stignano. Ne riportiamo un brano che sta a denotare l'importanza assunta dall'annuale festa primaverile: "A memoria del definitivo ritorno della statua da S. Marco a Stignano ogni anno si celebra la festa nel giorno 28 aprile, che spesso viene differita nella domenica susseguente per ragioni di comodità. E' una festa cara, a cui intervengono gli abitanti di S. Marco, di S. Severo, di Apricena e di altri paesi circonvicini. Questa festa, che ha fatto cadere in disuso quella che anticamente celebravasi il 15 agosto, viene solennizzata a cura dei buoni agricoltori sammarchesi, massime di quei che seminano nel sottostante Tavoliere, con processione, spari ed anche con corse di cavalli ed altri divertimenti popolari" (Nota 14).
Altro indice di risveglio nel primo quindicennio di questo secolo ci è fornito dal fatto che non poche personalità del mondo religioso e laico trovarono a Stignano asilo sicuro e confortevole. Ricordiamo, fra gli altri, padre Lorenzo Di Martino, eminente figura di studioso e d'infaticabile apostolo di francescanesimo nei Balcani dove ebbe allievo prediletto il futuro accademico d'Italia padre Fishta. Il Di Martino, esule dai più ospitali luoghi greci e albanesi, soggiornò a Stignano dal 1910 al 1914. Ultimo sacerdote che, dopo padre Alfonso, il D'Augelli e il Di Martino, dimostrò un attaccamento commovente ed esemplare a Stignano e alla bella valle fu padre Francesco Giuseppe Fusco. Così un cronista:

'P. Francesco Fusco da Trani, guardiano nel 1915 del suddetto convento. Uomo pio e dotto, avvocato, prese l'abito del poverello d'Assisi in Terra Santa, a 39 anni. Malato di cuore, nessuna fatica si risparmiò per il bene del convento; si ridusse perfino a trasportare sulle spalle cesti di roba vecchia e calcinacci come un infimo manuale, all'età di 70 anni. Si nutriva quando i frati del vicino convento di S. Matteo gli inviavano l'alimento. Tutto spese per la riattazione del monastero e della chiesa' (Nota 15).

Ultimi bagliori, ultimi guizzi di una lampada che si spegne negli oscuri tempi della guerra mondiale: penuria di frati, motivi contingenti e locali (gli ultimi frati dovettero aver dato qualche dispiacere ai superiori; lo stesso D'Augelli aveva deposto l'abito talare) consigliarono il padre provinciale del tempo a chiudere il convento. All'estenuata volontà degli uomini subentrava la nuova e malinconica forza degli eventi. Ma in proprietà di chi rimaneva il convento?
Ci conviene tornare un pò indietro e definire una buona volta la vicenda di questa controversia, essendo stato desiderio degli scriventi risalire obiettivamente alle fonti notarili di archivio.