1860-1870 I problemi dell'unità in Capitanata, Catalogo della mostra, a cura di Pasquale di Cicco, Archivio di Stato di Foggia, Foggia, 1982
[Le note riferentesi al catalogo della mostra sono state omesse, pur mantenendo la numerazione originale, NdR].
Stasi economica e carenze dell'intervento pubblico in Capitanata fra il 1860 e il 1870
di Maria C. Nardella *
Al momento della costituzione del regno d'Italia la Capitanata poteva sembrare, al pari di gran parte del Mezzogiorno, un'immensa riserva di ricchezze naturali che solo la corruzione del regime appena abbattuto ed il municipalismo avevano impedito di mettere a frutto. In tale prospettiva sarebbe bastato eliminare gli ostacoli di natura politica e sociale frapposti allo sviluppo dell'economia meridionale per aver ragione dei suoi ritardi e riallacciare più stretti vincoli non solo con le regioni settentrionali del paese, ma anche con le nazioni più avanzate dell'Europa nordoccidentale.
Tale punto di vista peccava, però, essenzialmente di un ingiustificato e fallace ottimismo, condiviso anche dai circoli democratici i quali in quest'ambito non seppero proporre nulla di veramente alternativo alla politica dei moderati.
In effetti è ormai accertato che una profonda spaccatura esisteva tra le varie "Italie economiche" distinguibili nella penisola al momento dell'Unità, nonostante la tesi contraria di tanti meridionalisti (tesi a lungo accettata senza un'adeguata riflessione critica da tanta parte della storiografia successiva e dalla stessa ideologia del movimento operaio).
Preoccupata di evidenziare la responsabilità dei governi postunitari nel decadimento economico meridionale, la polemica meridionalista avrebbe cercato a lungo di sminuire la portata di tale dato di fatto, ma non potè non riconoscere "le concrete difficoltà d'inserimento del Mezzogiorno nel tessuto unitario e le radici di molto anteriori all'Unità dell'arretratezza meridionale".
La stima di una differenza del 15-20% esistente fra il reddito pro capite delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali sarebbe addirittura ottimistica rispetto alle sperequazioni realmente esistenti, dal momento che Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto, con poco più di un terzo della popolazione nazionale, "accentravano quasi tre quarti del reddito totale e cinque sesti del reddito del settore industriale e terziario".
Pressocchè privo di risorse minerarie e con modestissime risorse locali di natura idraulica, che assicurassero l'energia necessaria all'attività manifatturiera, il Mezzogiorno aveva maggiori difficoltà anche per il reperimento di capitali, sia a causa della minore circolazione di essi a livello locale sia a causa delle minori possibilità di accesso a fonti finanziarie esterne. Per tali ragioni proprio nel settore manifatturiero le regioni meridionali avevano minori potenzialità di sviluppo nonostante la maggiore aliquota di popolazione attiva in esso occupata al momento dell'unificazione (il 31% contro il 25% delle regioni dell'Italia settentrionale).
Tuttavia i motivi principali dello squilibrio iniziale tra Nord e Sud erano essenzialmente riconducibili all'arretratezza delle strutture agrarie di tanta parte del Mezzogiorno. Qui delle diciassette bonifiche decretate ed iniziate dal governo borbonico solo una, quella del Volturno, poteva considerarsi idraulicamente sistemata, le altre o si erano arrestate ai lavori iniziali o erano ben lontane dal potersi ritenere ultimate; tutte erano state, comunque, condotte innanzi a fatica e non sempre con oculatezza. Nel contempo non si può certo sostenere che le cose fossero andate meglio nella valorizzazione dei beni comunali ancora in gran parte lasciati a forme irrazionali di sfruttamento collettivo; né nello smantellamento della proprietà ecclesiastica. Anzi quest'ultima opera, avviata anche nel Mezzogiorno dalle leggi di soppressione degli ordini religiosi e di incameramento dei beni da parte dello Stato emanate durante il decennio francese, se non potè essere annullata (per i cospicui interessi che ne sarebbero stati lesi), fu senz'altro arrestata e in virtù del concordato del 1818 si provvide a restituire alla Chiesa i beni rimasti invenduti.
Del resto grande era ancora nelle provincie meridionali la capacità di resistenza dimostrata dalla grande proprietà nobiliare a qualsiasi fermento innovativo non solo per quel che atteneva ai contratti agrari, ma anche nell'adozione di più moderni e razionali sistemi di utilizzazione del suolo e di circolazione del capitale. Non bisogna, inoltre, dimenticare che delle alienazioni dei beni confiscati in epoca napoleonica agli "emigrati" e della contemporanea liquidazione dell'asse ecclesiastico si erano avvantaggiati, più che gli esponenti della borghesia rurale, ristretti gruppi di speculatori, appaltatori e grossi intermediari (spesso collegati alla stessa élite nobiliare), vale a dire gruppi sociali "poco inclini a condurre le terre in economia, a rinnovare tecniche colturali e rapporti contrattuali su livelli qualitativi di crescente produttività".
Neppure gli investimenti di nuovi capitali, compiuti dalla borghesia agricola in alcune zone dal clima più favorevole, avevano avuto, d'altronde, una reale capacità di trasformare le strutture rurali. L'ammodernamento di queste avrebbe implicato, infatti, non solo una attività politica riformatrice dei Borboni, ma anche e soprattutto il superamento del carattere oppressivo delle relazioni intercorrenti nelle campagne tra possidenti e contadini per mezzo di più miti contratti d'affitto e di colonia che consentissero ai secondi uno sfruttamento meno precario della terra.
Tali oggettive condizioni di arretratezza parvero, tuttavia, sfuggire ai contemporanei e anche per la Capitanata il ricongiungimento delle regioni meridionali al resto della penisola ed il conseguente venir meno dell'oppressione politica esercitata dal regime borbonico sembrarono dischiudere prospettive di rinnovamento tanto più ampie, quanto più a lungo si era voluto conservare l'arcaico e tante volte esecrato sistema del Tavoliere di Puglia, al quale nella provincia erano assoggettati oltre 200.000 ha., un terzo circa dell'intera superficie.
Alla costituzione del nuovo regno la provincia di Foggia giungeva con un carico demografico relativamente modesto con i suoi 45 abitanti per Km./q contro i 104 di Terra di Bari ed i 65 di Terra d'Otranto. Eppure anche la Capitanata aveva partecipato al movimento di ascesa demografica che aveva contraddistinto la regione pugliese nella prima metà del secolo. Non si può tuttavia dimenticare che essa, già tradizionalmente caratterizzata da una bassa densità demografica, era stata delle tre province pugliesi quella che meno aveva contribuito a tale ascesa con un incremento medio annuo tra il 7 e l'8/mille rispetto a quello regionale superiore al 9/mille a quello di Terra di Bari di 10,5/mille.
Dai contemporanei la modestia dell'insediamento umano nella provincia era essenzialmente attribuita alla mancanza di vegetazione arborea nella pianura del Tavoliere, caratteristica in parte dovuta alla tradizionale coesistenza in quelle terre dell'allevamento transumante e della cerealicoltura estensiva, in parte al clima arido e scarsamente piovoso della regione. Del resto i fattori di natura geografica appaiono innegabili, com'è innegabile che "l'uomo fuggì i terreni calcarei e argillosi", di cui era composta in gran parte la Capitanata, preferendo ad essi terreni più fertili e con falde acquifere poco profonde.
La tendenza all'incremento non si arrestò comunque neppure dopo l'Unità, anche se sempre al tasso già indicato (un tasso d'altronde di tutto rispetto soprattutto se paragonato a quello nazionale) fino a giungere ad una popolazione provinciale di circa 400.000 abitanti sul finire del secolo.
Come si è accennato, al momento dell'unificazione nel territorio della provincia coesistevano ancora largamente la cerealicoltura estensiva e l'allevamento brado secondo la tradizione secolare del settore primario della zona. Per le rigide delimitazioni imposte al dissodamento delle terre del Tavoliere dopo l'emanazione della legge del 1817 il pascolo manteneva ancora nel 1866 la quota già attestata per l'inizio del secolo con oltre il 40% dei terreni produttivi della provincia.
Per i seminativi si registrava d'altronde un incremento considerevole raggiungendo il 44% contro il 34 circa di un cinquantennio innanzi; incremento che era stato compiuto essenzialmente a spese dei boschi che, secondo i dati forniti dall'opera del prefetto Scelsi, erano passati dal 18% a meno del 7,5% delle terre di Capitanata.
Sostanzialmente immutata era invece l'esigua estensione delle colture specializzate, per lo più limitate al paesaggio collinare e di montagna, specialmente del Gargano.
I prodotti della vite, dell'olivo, degli alberi da frutto e dell'orto non erano, tuttavia, neppure sufficienti a soddisfare il fabbisogno locale, eccezion fatta per quelli della fascia garganica che risultavano costantemente in eccedenza rispetto al consumo dei paesi produttori ed ancora nel 1870, a causa della difficile viabilità interna, erano avviati in larga misura all'esportazione e "attraverso lo scalo di Rodi raggiungevano il porto di Trieste e da questo i mercati dell'Europa centrale.
Se nel corso dell'intero decennio si mantennero sostanzialmente costanti e in valori assoluti e in valori relativi le estensioni destinate alle diverse forme di sfruttamento dei terreni produttivi della provincia (anche se in percentuale pare allargarsi ancora la quota di esse riservata alle colture estensive e cerealicole in particolare), il sipario calava repentinamente su una delle produzioni che più avevano coinvolto la reale società economica di Capitanata fin dall'epoca della sua costituzione.
A seguito di una epizoozia che dal 1861 aveva colpito i filugelli, i proprietari avevano infatti desistito dal proseguire un'attività che pure nella provincia poteva avere un futuro, una volta che si fosse riusciti a risolvere il problema (fondamentale del resto) di trovare un adeguato sbocco di mercato per un prodotto che poteva stare alla pari, per qualità, con quello delle migliori produzioni dell'Italia settentrionale.
Nel contempo scarso seguito aveva in provincia di Foggia l'opera di propaganda di cui si era fatta portavoce la commissione reale per la coltivazione del cotone in Italia tendente appunto a diffondere anche in Capitanata tale coltura. Nonostante le manifestazioni promozionali e gli incoraggiamenti forniti anche in questa occasione dalla locale società economica, i risultati erano assai modesti con l'impianto di cotone in poche centinaia di ettari nei tenimenti di Trinitapoli, Cerignola, Stornarella e Manfredonia.
Di poco più estesi erano, d'altro canto, i prati artificiali. Secondo l'opera dello Scelsi essi nel 1866 occupavano solo 803 ettari, lo 0,40% dei terreni produttivi. Di essi il 56% apparteneva al circondario di Foggia (con maggiore presenza nei tenimenti del capoluogo e di Cerignola), il 38% a quello di San Severo, solo il 5,7% a quello di Bovino.
Né si poteva in tali condizioni pensare a commercializzare il prodotto di tale coltura, essa serviva piuttosto ai bisogni interni delle aziende produttrici, mentre la norma restava il ricorso al pascolo naturale.
Questo, come si è visto, occupava ancora tra il '60 ed il '70 vastissime estensioni in grado di fornire alimento non solo al bestiame dei proprietari locali, ma anche a quello proveniente da altre provincie secondo la tradizione della pastorizia transumante.
Il patrimonio zootecnico di Capitanata si era intanto attestato sui 450.000 capi dei quali il 23% circa era costituito da animali grossi (equini e bovini), il resto da animali piccoli (ovini e suini).
Naturalmente il primo posto spettava agli ovini con oltre il 70% del bestiame della provincia. Seguivano i bovini con il 12% ed a brevissima distanza gli equini con l'11%. Tale rapporto si invertiva però nei territori del Subappennino dove gli equini costituivano il 58% del bestiame grosso. I suini erano, infine, poco più del 5% con un sensibile calo rispetto ai valori assoluti della prima metà del secolo.
Tuttavia l'attardarsi del locale settore primario su posizioni tradizionali non si può completamente attribuire al perdurare del sistema vincolistico del Tavoliere.
Esso interessava, è vero, circa un terzo dei terreni produttivi della provincia, ma dopo la censuazione neppure la legge restauratrice del 1817 aveva del tutto negato la tendenza alla trasformazione colturale avviata durante il decennio francese. In effetti la stessa legge 13 gennaio 1817, oltre a concedere ai censuari di dissodare il quinto delle terre censite senz'alcun onere particolare, prevedeva anche la possibilità di effettuare ulteriori dissodamenti previa concessione sovrana e con l'obbligo di apportare ai fondi le migliorie che fossero ritenute idonee dall'amministrazione del Tavoliere.
Tale possibilità non rimase neppure senza seguito se fino al 1856 l'autorizzazione a dissodare fu accordata a più di 230 censuari (di cui 126 in Capitanata) per un totale di 850 carra sui quali erano stati piantati vigneti, oliveti, mandorleti e frutteti in genere. Si trattava, comunque, di ben misera cosa soprattutto se posti a confronto con gli oltre 12.000 carra che costituivano il patrimonio fondiario del Tavoliere: meno del 7% del totale.
Il problema aveva però radici più profonde risiedenti soprattutto nella scarsa disponibilità di capitali che affliggeva tradizionalmente gli imprenditori agricoli minori e sulla loro difficoltà a trovare finanziamenti che non finissero per condannarli ad un progressivo indebitamento. Né l'immissione in un mercato più vasto quale quello nazionale poteva migliorare automaticamente ed a breve scadenza le condizioni di quanti erano costretti a rivolgersi al credito per finanziare le proprie intraprese: ancora nell'agosto 1862 è infatti ufficialmente attestato a Foggia l'interesse dell'1% al mese per i prestiti a breve scadenza. La situazione avrebbe tuttavia conosciuto qualche miglioramento a partire dal 1864, dal momento cioè dell'apertura nella città capoluogo di una succursale della Banca Nazionale e quindi di una del Banco di Napoli, attorno alle quali "ruotò per molti anni il movimento finanziario della provincia".
Altrettanto grave era, però, "la mancanza di spezzata proprietà" che, secondo una pubblicazione della reale società economica di Capitanata, costituiva "la sola cagione di certo ritardo nel progresso dell'agricoltura pugliese". La concimazione su vasta scala, l'introduzione di macchine agricole e comunque tutte quelle colture che richiedevano un più cospicuo impiego di capitali mal si conciliavano con l'affitto di breve durata praticato nella provincia.
Limitati investimenti di capitali ed il mantenimento di pratiche agrarie tradizionali possono senza dubbio dar ragione delle basse rese caratteristiche della produzione della Capitanata. Per il frumento, il principale dei prodotti locali, esse non si elevavano oltre gli 11-12 hl. per ettaro con valori addirittura inferiori ai 10 hl. nei territori collinari del Subappennino e del Gargano.
Le modeste quantità di acque superficiali valevano ad aggravare ulteriormente le già precarie condizioni dell'agricoltura foggiana.
Il regime torrentizio dei fiumi locali se da un lato provocava frequenti allagamenti delle terre da essi attraversate (fenomeno contro il quale non avevano sortito quasi nessun effetto le opere di bonifica e di arginazione promosse in epoca borbonica), significava anche una grave penuria d'acqua durante i mesi estivi, con evidente ostacolo delle colture primaverili; le paludi miasmatiche coesistevano, quindi, in Capitanata con i terreni riarsi del Tavoliere.
Le naturali aspirazioni della popolazione a risolvere il secolare problema dovevano però scontrarsi con l'inadeguatezza della legislazione italiana in materia. Difatti la legge sui lavori pubblici del 1865 considerava l'irrigazione come argomento di interesse privato e limitava i contributi dello Stato alle sole spese sostenute dai consorzi e dai comuni per le opere di difesa "contro fiumi, torrenti e corsi minori d'acqua" soltanto nel caso che tali lavori giovassero "alla navigazione e alle opere nazionali" o quando i comuni dovessero sottostare a spese eccedenti la loro capacità finanziaria per proteggere dalle acque i loro abitati.
Era, quindi, naturale che l'intervento compiuto nel 1865 dal ministero di agricoltura, industria e commercio per promuovere nella provincia le necessarie opere di bonifica e di irrigazione non potesse spingersi oltre l'offerta della consulenza dei suoi ingegneri idraulici e dei suoi strumenti geodetici per compiere gli studi preparatori del progetto. L'opera doveva essere realizzata ad iniziativa dei privati ed a spese di quanti ne avrebbero goduto i benefici effetti.
Tuttavia il consiglio provinciale di Capitanata, facendo propria una proposta del prefetto Scelsi, deliberò nel novembre 1866 di concorrere per un massimo di un milione di lire ai lavori di bonifica con sussidi a comuni e privati che avessero provveduto a proprie spese ai lavori di bonifica e di irrigazione di terre paludose e non, stanziando in bilancio nel contempo L. 20.000 per la compilazione di un progetto complessivo per la bonifica e l'irrigazione dell'intera provincia.
L'ambizioso progetto doveva però scontrarsi con le limitate possibilità finanziarie dell'ente locale. Già nella tornata del 22 novembre 1867 il consigliere Sabato, relatore del 1. ufficio, proponeva al consiglio di ridurre lo stanziamento per la compilazione del progetto a sole 5-6.000 lire "a premio di una memoria" che contenesse "studi speciali sulle condizioni geodetiche della Provincia, accompagnato da qualche sperimento".
La proposta respinta in quell'occasione fu invece accolta di lì a poco per la presunta lentezza dei privati ad avviare le pratiche necessarie; l'intero stanziamento fu ridotto così a sole 6.000 lire da attribuire all'autore di un progetto "artistico" per l'irrigazione della provincia.
La vicenda poteva in effetti considerarsi conclusa: nessun seguito concreto avrebbe avuto l'ambizioso progetto elaborato dall'ingegnere del genio civile C. Rosalba al quale fu assegnato il premio.
Il progetto del Rosalba superava senz'altro la capacità imprenditoriale dei privati. A realizzarlo non potevano bastare neppure le limitate possibilità finanziarie delle amministrazioni provinciali interessate dal momento che prevedeva la spesa di 24 milioni per la costruzione di un canale che partendo dalle sorgenti del Sele ne convogliasse le acque in Puglia dopo aver superato l'Appennino, e raccolto nel suo corso anche le acque dell'Ofanto e del Cervaro. La costruzione di tre canali collettori collegati con il canale principale avrebbe poi permesso di raccogliere anche le acque del Carapelle, del Celone e di alcune sorgenti esistenti in Capitanata, ottenendo non solo l'acqua sufficiente ai bisogni agricoli ed umani della provincia di Foggia e di parte di quella di Bari, ma anche la produzione di una cospicua forza motrice da utilizzare in industrie agricole e non.
Provincia eminentemente rivolta ad attività agricolo-pastorali, la Capitanata aveva scarse tradizioni manifatturiere. Durante la prima metà del secolo si erano tuttavia rafforzate alcune di quelle produzioni artigianali che cercavano di soddisfare la domanda dei consumatori più modesti con prodotti grossolani.
Ciò è innanzitutto vero per la manifattura di tessuti di cotone, canapa, lino normalmente prodotti a domicilio da personale esclusivamente femminile.
A suo tempo qualche novità tecnica era stata introdotta nei laboratori artigianali annessi ad alcuni conservatori ed orfanotrofi provinciali (Cerignola, San Severo, Ascoli), ma poi le macchine erano andate progressivamente invecchiando e non si era provveduto a sostituirle con altre di più moderna fattura. Per tale ragione nel marzo del 1864 solo le "recluse" del monte Fornari di Cerignola le adoperavano ancora.
Neppure le ingenti quantità di lana grezza presenti abitualmente sul mercato foggiano avevano, d'altro canto, significato uno stimolo ad un'attività artigianale che oltrepassasse i limiti della mediocrità. In effetti mancavano grandi lanifici, "pur essendo ovunque presenti piccole fabbriche di tessuti, di fattura scadente ad uso dei contadini".
Roseto, Alberona, Orsara, Sant'Agata, Accadia, Ascoli e Biccari erano i centri in cui si producevano tessuti di lana in maggiori quantità. Ma un lanificio di mediocre importanza esisteva anche nel convento di S. Matteo presso San Marco in Lamis.
Qualche innovazione di rilievo si era introdotta a cura della società economica nella "tiratura" dei bozzoli di seta per la quale si erano impiegati i sistemi alla "Piemontese ed alla Locatelli".
Tale arte si era, inoltre, insegnata con buoni risultati anche alle ospiti del reclusorio della Maddalena di Foggia. Tuttavia il già ricordato fenomeno della crisi della bachicoltura locale comprometteva definitivamente tale attività al punto che già nel 1864 le uniche attività delle "recluse" dei conservatori foggiani erano costituite dalla produzione di pasta e da altre "arti donnesche".
La produzione di pasta fresca e non costituiva un'altra delle attività più usuali in Capitanata: nel 1866 se ne registravano 65 fabbriche del cui prodotto si faceva commercio con le provincie limitrofe e con Trieste.
Un certo rilievo aveva anche la produzione di ceramiche per usi domestici ed edilizi in sette comuni tra i quali si distinguevano Cerignola, San Severo ed Ascoli Satriano per il vasellame e Lucera per le "bombole" di cui si faceva uso nella costruzione delle volte.
Per i prodotti caseari, di cui alcuni celebrati come i caciocavalli di alcuni comuni del Gargano ed il cacio "raviggiuolo" di Castelluccio Valmaggiore, la reale società economica e la camera di commercio ed arti erano fautrici di un processo di razionalizzazione del sistema di produzione che ne migliorasse ulteriormente la qualità e garantisse per essi una maggiore possibilità di collocarsi non solo sul mercato locale.
Tuttavia la proposta, già avanzata nel gennaio del 1863 dall'allora camera consultiva di commercio, affinchè il ministero delle finanze favorisse l'installazione nelle terre demaniali di Tressanti di una cascina modello in cui sperimentare tecniche innovatrici, fu respinta dall'organo statale e nonostante gli sforzi dell'organismo locale e della società economica non si riuscì a realizzare neppure l'auspicata scuola di caseificio.
Esclusi alcuni frantoi e mulini, alcune fucine di fabbri ed officine di falegnami ed intagliatori di legno e soprattutto esclusa l'attività collegata alla produzione di sale marino delle Saline non esisteva sostanzialmente altro in provincia: ne industria estrattiva nonostante i pregiati materiali esistenti soprattutto nel Gargano, ne arte conciaria per la quale pure tanta materia prima era presente sul mercato locale; ne, ormai, fabbriche di sapone.
Secondo il pensiero liberale moderato lo Stato doveva svolgere un'azione esclusivamente giuridica di salvaguardia dell'ordine pubblico e di difesa militare e politica degli interessi nazionali nei rapporti con l'estero.
'Di natura meramente privata era, invece, considerata qualsiasi attività imprenditoriale a favore della quale lo Stato doveva garantire una uniformità legislativa di base che permettesse al privato il libero espletamento della sua attività. Se quest'ultima funzione era il naturale presupposto del processo di unificazione legislativa della giovane nazione, la concezione liberista della proprietà privata fu naturalmente sottesa al passaggio a privati di quei beni collettivi che ancora esistevano negli Stati preunitari e in particolare nel Mezzogiorno.
Tuttavia sull'azione del governo italiano non poteva non influire un elemento importantissimo soprattutto per uno Stato di recente formazione con molti difficili problemi da affrontare. Esso era naturalmente costituito dal risanamento del vistoso disavanzo prodotto nel bilancio statale dalle ingentissime spese militari sostenute per la politica di unificazione nazionale.
Più ed oltre al prelievo fiscale diretto ed indiretto, lo strumento di più agevole reperimento di massa finanziaria da utilizzare allo scopo parve appunto l'alienazione di quel patrimonio pervenuto al demanio del nuovo Stato dagli antichi Stati della penisola, dalla cassa ecclesiastica e quindi dall'incameramento dell'asse ecclesiastico; operazioni di finanza straordinaria cui la Destra al potere preferiva far ricorso per non appesantire il normale carico tributario e soprattutto l'imposizione fiscale diretta.
In tale prospettiva di rastrellamento di risorse finanziarie va senz'altro inserito il modo in cui fu realizzato nel Tavoliere il trapasso alla piena proprietà delle terre censite in epoca francese.
L'affrancazione dei canoni tanto a lungo al centro di un animato dibattito tra gli esponenti della scuola economica napoletana  si collocava dal punto di vista teorico sulla scia dell'impostazione liberista data al problema dagli affrancatori napoletani: lo scioglimento dei censuari dai vincoli loro imposti dal sistema del Tavoliere ed il godimento dell'intera proprietà di quelle terre. Questa era, del resto, la prospettiva della relazione che accompagnava il progetto di legge elaborato dal ministro Minghetti al momento della sua presentazione al senato l'11 marzo 1863; questo il nucleo fondamentale del discorso con il quale il ministro dell'agricoltura, il napoletano Giovanni Manna, illustrava (in assenza del Minghetti) il progetto al medesimo consesso il 7 maggio di quell'anno. Dal discorso del Manna emergevano, però, anche le necessità finanziarie dello Stato e la volontà del governo di farvi fronte a qualunque costo.
Tali elementi condizionarono, d'altronde, l'intero iter parlamentare della legge che, nonostante la forte opposizione di numerosi parlamentari dell'una e dell'altra camera, fu definitivamente approvata dal senato il 21 febbraio 1865. Essa sanciva non solo l'affrancamento immediato, ma lo rendeva obbligatorio e fissava a quindici anni il termine entro il quale doveva essere versato il capitale d'affranco. Se per la finanza pubblica la risoluzione dell'annoso problema sembrava significare la possibilità di incamerare somme cospicue (secondo la stima del ministro Sella, subentrato intanto al Minghetti alla testa del ministero delle finanze, oltre 40 milioni), per i censuari essa rappresentò l'aggravio di una già non facile situazione.
L'ulteriore sottrazione di capitali liquidi alle attività produttive contribuiva a frenare ancor più qualsiasi eventuale volontà di trasformazione soprattutto nei più deboli fra gli ex censuari già tanto dipendenti dal credito.
Non si deve del resto supporre che il rastrellamento di mezzi finanziari abbia sempre avuto l'effetto sperato. Se nel Tavoliere le pratiche di affrancamento procedettero piuttosto a rilento e non pochi censuari presentarono la domanda relativa oltre i termini previsti dalla legge, l'alienazione dei beni dell'asse ecclesiastico comportò per le finanze dello Stato un introito complessivo di soli 30 milioni, ben al di sotto delle centinaia di milioni previste.
Senza dubbio anche in Capitanata l'unificazione nazionale favorì il miglioramento di quel sistema viario che pure era stato avviato dai Borboni.
Al momento dell'entrata del Mezzogiorno nella nuova compagine statale la provincia, oltre al completamento di alcuni tratti della strada regia delle Puglie, attendeva quello di una serie di strade provinciali che, collegando tra loro Lucera e San Severo, Manfredonia e Cerignola, Bovino e Troia, andavano ad integrare il debole sistema viario di base esistente, che, com'è noto, era essenzialmente fondato sulla strada regia già ricordata e sulla Foggia-Manfredonia.
Per il compimento delle infrastrutture predette si potè attingere alle sovvenzioni per esse previste dal decreto luogotenenziale del 2 gennaio 1861 con il quale si dichiaravano nazionali quelle strade che, pur essendo classificate tra le provinciali, si rivelavano di interesse generale.
Ad esse si garantivano fondi della tesoreria che andavano ad integrare i limitati mezzi delle amministrazioni provinciali, la carenza dei quali era stata, non di rado, causa delle difficoltà spesso incontrate in passato nella costruzione delle strade del Mezzogiorno.
Più tardi tutte le strade già nominate furono nuovamente classificate tra le provinciali e tale fu dichiarata (a norma dell'ari. 11 della legge sui lavori pubblici del 1865) anche la strada regia delle Puglie quando giunse a compimento la linea ferroviaria Ancona-Brindisi.
Intanto si avviavano i lavori per il modesto tracciato della strada che congiunse Bovino al convento di Valleverde e, quindi, quelli dell'arteria che dal ponte lorenzo sulla strada Lucera-Foggia avrebbe condotto attraverso Castelluccio Valmaggiore e Faeto alla rotabile per la stazione di Savignano. Quest'ultima fu però completata solo nel corso del decennio successivo, per cui entro il decennio considerato la viabilità provinciale si estese a circa 347 Km..
Un aumento di rilievo si verificava intanto anche per il complesso delle strade che la legge del 1865 considerava comunali. Per queste nel 1866 si prevedeva uno sviluppo complessivo (considerando le opere ultimate e quelle in costruzione) di circa 520 Km..
Su tali posizioni doveva, però, chiudersi il decennio dal momento che per l'emanazione della legge n. 4613 del 30 agosto 1868 (legge che prevedeva, appunto, la costruzione e sistemazione obbligatoria di alcune strade comunali) si dovette provvedere non solo alla compilazione degli elenchi di classificazione delle strade secondo i criteri stabiliti dalla legge e redigere i relativi progetti d'arte per la successiva loro esecuzione, ma provvedere alla revisione di quei progetti che già erano stati approvati secondo le norme della legge comunale e provinciale e di quella sui lavori pubblici.
Trascorsero in tali operazioni gli ultimi anni del decennio considerato ed i primi del successivo durante i quali si potè soltanto proseguire e completare le strade in corso di costruzione.
Per quel che riguarda la costituzione di una rete organica di strade ferrate la Puglia risultò in genere abbastanza favorita. In particolare la Capitanata fu attraversata per 132 Km. dalla grande linea adriatica realizzata dalla società italiana delle strade ferrate meridionali, che passando per San Severo, Foggia, Orta, Cerimela e Trinitapoli collegò la provincia prima con l'Italia del Nord, dal'1864, poi anche con il resto della regione.
Intanto si dibatteva sul tracciato della ferrovia destinata a congiungere la provincia a Napoli; tracciato per il quale, dopo l'abbandono della linea di Conza, fu scelto il più veloce percorso di Benevento nonostante l'avversione dimostrata da molte delle amministrazioni comunali delle provincie interessate al progetto.
Per far fronte alle pressanti richieste di alcune di dette amministrazioni e in particolare di quella del comune di Lucera e per garantire il necessario collegamento col porto di Manfredonia, sul finire del periodo qui considerato si affidarono all'ingegner Gabelli gli studi di massima per la progettazione della linea ferroviaria Lucera-Foggia-Manfredonia, per la cui realizzazione si era costituito un consorzio presieduto dal prefetto.
Se però le opere più strettamente connesse alla viabilità ordinaria ed alle strade ferrate ricevettero, soprattutto nel primo quinquennio, un forte impulso, lo stesso non può dirsi per le altre opere pubbliche (in Capitanata languiva soprattutto per mancanza di un'adeguata manutenzione il porto di Manfredonia).
Per tal motivo nel complesso alle opere pubbliche furono riservate quote piuttosto esigue della spesa statale che invece vedeva al primo posto gli oneri concernenti l'amministrazione generale e il pagamento degli interessi sul debito pubblico (fino al 60%) e in secondo luogo gli stanziamenti per l'organizzazione dell'esercito (pari in media al 24%).
Del resto ad incrementare i livelli di produttività ed a stimolare verso nuovi equilibri l'economia arretrata del Sud non potevano bastare certo le sovvenzioni, che anche ad esso toccarono in particolare nel campo delle opere stradali e ferroviarie. Sarebbe stata necessaria una serie concreta di interventi relativi all'assistenza tecnica delle imprese, al credito agricolo, alle opere di bonifica, interventi che esulavano troppo dalla linea di pensiero dei moderati.