Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
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1921-1933

Convento di S. Matteo - Sala della fraternità.
Convento di S. Matteo - Sala della fraternità.
Il Ministro generale dei frati minori, p. Bernardino Klumper, con decreto del 15 novembre 1921, sospendeva, temporaneamente e per gravi motivi, il governo ordinario della provincia mettendola sotto regime straordinario. Con lo stesso decreto nominava: Commissario provinciale p. Filippo Petracca e Consiglieri i padri Ludovico Preta, Anselmo Laganaro, Bernardino Laricchia e Gerardo De Rubertis (Nota 47).
La differenza sostanziale tra regime ordinario e quello straordinario è che nel primo i guardiani e i definitori danno il voto per il Ministro provinciale, nell'altro no; inoltre, i definitori provinciali, nel governo ordinario, hanno voto deliberativo, mentre i consiglieri, in regime straordinario, esprimono soltanto un voto consultivo. In breve, il governo della provincia è devoluto al Commissario provinciale, che risponde del suo operato al Ministro generale.
Klumper accompagnava il decreto con questa lettera a Petracca:

Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis nel 2003.
Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis nel 2003.
“Molto R. P. il M. R. P. Elia Cimino Visitatore generale ha incarico di pubblicare il decreto dell'elezione di V. P. M. R. a Commissario provinciale di cotesta provincia delle Puglie, e ad immetterla nel possesso del nuovo ufficio insieme ai componenti il Consiglio che le è stato dato.
Con questa nomina il Rev/mo Definitorio generale ha voluto mostrare una speciale fiducia nell'opera della P. V. e dei suoi Consiglieri per il rifiorimento di cotesta provincia, la quale, a causa principalmente delle gare regionalistiche, ha perduto quella pace e mutua fratellanza che dev’essere il nostro distintivo, e si è rilasciata in modo impressionante nella regolarità disciplinare.
Perciò a V. P. ed al suo venerabile Consiglio viene affidato il compito grave ma nobile di ricondurre la provincia all'antico prestigio, e perché più facilmente possa raggiungere un sì nobile scopo il Rev/mo Definitorio, oltre il raccomandare a lei ed ai suoi Consiglieri di mostrarsi modelli in tutto e per tutto, di religiosità e di disciplinatezza, ha creduto bene di prescrivere alcune norme, che Ella avrà cura di mettere in esecuzione.
Perché la provincia possa, come deve, formare un corpo compatto, saldo e sano, il Rev/mo Definitorio ordina che: 1) unico sia il Collegio serafico; 2) il noviziato sia posto in un convento più adatto alla formazione religiosa; 3) la sede provincializia sia conservata nella provincia di Foggia; 4) si costituisca un numero conveniente di case formate; 5) si organizzino gli studi in conformità degli Statuti; 6) si abbia maggior cura dell'educazione dei fratelli laici e dei giovani chierici.
Confido che lo zelo per la regolarità e l'amore verso la provincia che animano V. P. e il ven. Consiglio, varranno a rendere alla medesima il primitivo lustro, mentre le loro Paternità si renderanno grandemente benemerite dell'Ordine e della Chiesa.
A conforto dello zelo che la P. V. ed i suoi Consiglieri adopereranno nell'ufficio affidato mando di cuore la serafica benedizione. Aff/ mo nel Signore p. Bernardino Klumper o. f. m. Ministro generale” (Nota 48).

Restauro di una facciata del convento di S. Matteo - Ingresso della Biblioteca P. Antonio Fania.
Restauro di una facciata del convento di S. Matteo - Ingresso della Biblioteca P. Antonio Fania.
Un tale provvedimento non si era mai verificato nella storia della provincia, perciò lo stupore doloroso fu generale. “La provincia - dirà Petracca - mai come in quel momento, parve avvolta in un immenso manto di lutto”. Fu tale il senso di abbattimento che si era rovesciato sull'animo di tutti, che si rimase come intontiti. Lo stesso Petracca, accintosi per ben tre volte a stendere “due righe di circolare”, si vide “come per incanto cadere la penna di mano”. “D'altronde - egli osserva - che cosa dire, in un momento così delicato, di confortante ai miei fratelli, che non significasse, anche lontanamente, sdegno e recriminazione per l'onta comune? Che potevo dir io che estraneo da un pezzo ai maneggi del regime, rimasi più degli altri disorientato nel vedere così duramente colpita una provincia, che in un passato non lontano, aveva riscosso encomi lusinghieri dai supremi moderatori dell'Ordine? Ecco perché io ho preferito tacere, convinto che a certe ore grige non si addice che il silenzio, mentre le parole non fanno che amareggiare gli animi e fomentare nuovi rancori” (Nota 49).
In quei giorni p. Anselmo Laganaro era Visitatore generale in Sicilia. Recatosi a Roma dopo la Visita, così scriveva a p. Petracca:

“Molto Rev. Padre, le ragioni per cui alla nostra provincia è stata inflitta l'umiliazione di un governo di eccezione, sono molto più semplici e molto meno gravi di quello che credevo. Qui a Roma si è voluto farla finita una volta per sempre col regionalismo, e con le velleità di divisione imperanti in provincia nostra, e alla divisione di fatto già attuata dal p. Masulli; e giacché si temeva che celebrando il Capitolo in provincia potesse essere rieletto o il p. Masulli o qualche sua creatura che ne continuasse gli errori e i metodi, si è voluto tagliar corto elegendo qui i nuovi superiori” (Nota 50).

Concerto tenuto nella Chiesa del convento di S. Matteo.
Concerto tenuto nella Chiesa del convento di S. Matteo.
Dopo due anni Petracca scrisse e diede alle stampe una lettera dal titolo significativo: “Una parola d'incor[a]ggiamento e di fede ai miei confratelli di Puglia”. Con senso storico e franchezza di linguaggio, mette a fuoco la situazione della provincia: “Chi di grazia - egli scrive - mi saprebbe dire a qual punto si trovasse qualche anno fa, la nostra provincia monastica, nei riguardi dell'osservanza, della pietà, dell’operosità, dello spirito di fervore sinceramente francescano? Da parecchi anni noi camminavamo, ma sventuratamente ci eravamo messi su una china che se non menava diritto all'abisso, era però molto sdrucciolevole e irta di scogli. Noi camminavamo, correvamo anzi, ma si poteva dire di noi la confortante parola di S. Paolo: currebatis bene? Purtroppo la nostra corsa cominciava a divenire scapigliata, purtroppo il nostro vivere religioso faceva arguire tutt'altro che benessere e floridezza. Parecchi se n’erano accorti e parecchi deploravano un andamento che dava poco bene a sperare per il nostro avvenire, ma, come ordinariamente avviene, quegli stessi, travolti dalla comune corrente, finirono con l'illudersi che non fosse il caso di allarmarsi soverchiamente. Che cosa era tutto ciò? Era vita, rigoglio di vita, o non piuttosto torpore, malessere, marasma tanto più deleterio quanto più nascosto?” (p. 7.).
“E quel vizio, tanto più deplorevole quanto più radicato ed insanabile, del cosiddetto regionalismo? Vi pareva bello vedere religiosi piantare le tende in una casa preferita e quivi, fattosi il nido non privo di un certo confort e createsi un piccolo ma caro ambiente, pretendere che nessuno osasse guastarne i dolci riposi e che i superiori stessi dovessero invigilare perché i sacrosanti diritti regionalistici!!! rimanessero intangibili?” (p. 8).
“Qual meraviglia che in questo stato di cose gli abusi non si eliminassero mai, l'educazione della gioventù divenisse un problema insolubile, le miserie venissero coperte dal manto vergognoso della carità regionale e il rimaneggiamento di certe comunità non conducesse all'invocato risanamento? Qual meraviglia che la provincia intisichisse a vista d'occhio, che le nostre file si assottigliassero miseramente, che le vocazioni stesse divenissero rare? Era vita? Era floridezza? Era progresso?! La risposta me la dà una voce spassionata ed autorevole, la voce del Rev/mo Capo dell'Ordine. La vostra provincia, egli mi scriveva, è affetta da un'impressionante rilassatezza e dal tarlo funesto del regionalismo” (p. 9).

“Credete per avventura che sarebbero bastati i soliti richiami, sia pure avvalorati dall’i[n]domita energia di un superiore zelante e fattivo? V’ingannate e la prova più convincente è che di questi richiami e di questi superiori non ne sono mancati; ma la loro voce fu un grido nel deserto e il loro zelo dovette ripiegare stanco e sfiduciato. Gli è che certi malanni, resi a lungo andare cronici, resistono agli ordinari rimedi, alla stessa guisa di certi ruderi, che, dopo aver sfidato il dente edace del tempo, si lasciano appena scalfire dal colpo del piccone. L’istituzioni, come tutti gli organismi, hanno purtroppo di questi malanni, di questi funesti letarghi, a vincere i quali sentono assoluto bisogno di forti scosse, di violenti emozioni, che solo possono operare il miracolo di svegliarle e ridonarle al ritmo normale della vita. Ed ecco che allora subentra la mano potente di colui che affanna per suscitare, che atterra per rialzare, che percuote per far ravvedere. E questa mano si è abbattuta anche su di noi” (p. 10).

Ora è il momento “di non perdersi in vane lamentele”, ma accolto umilmente “il giusto ed opportuno castigo”, ognuno faccia il suo dovere perché la provincia ritorni all'antico prestigio.
Petracca fece la sua parte, con klumperiana energia: nella riunione consiliare del 22 novembre 1921 fu stabilito: unico Collegio serafico a Castelnuovo della Daunia; ritorno della sede provincializia nel convento di S. Pasquale a Foggia; casa di noviziato a Biccari; nomina dei superiori dei diciotto conventi (Nota 51).
Petracca rimaneva fermo nelle sue decisioni: “a chi l'avesse eventualmente dimenticato - egli scrive - ricordiamo che il Commissario e i suoi Consiglieri non furono istituiti per sanzionare e tutelerò il passato andamento della provincia, ma perché facessero precisamente l’opposto. Se qualcuno si sente offeso sappia che non è colpa loro. I deliberati del Consiglio non s’ispirano che alle direttive di Roma, delle quali due sono capitali: fondere gl'individui, specie i superiori, onde evitare infeudamenti regionali e conseguenti camarille, e combattere gli abusi che sono la morte della provincia”. Precluse “ai furbi di riprendere i loro fortilizi e lasciare agli allocchi l’eterno mestiere delle comete(Nota 52).
Non aveva perplessità a rimuovere dal loro ufficio certi superiori locali. Così rimosse uno che si faceva notare per la trascuratezza nel governo della comunità, per la grettezza eccessiva nel trattamento dei religiosi e per un fare capotico; un altro per 'la eccessiva indolenza'; un altro 'perché di una mentalità tutta propria amante del dio ventre, non faceva che allontanare i fedeli dalla chiesa e ridurre il convento ad una miseria spaventevole' ; un altro perché 'tutto intento alla predicazione, si assentava spesso dal convento' (Nota 53).

Particolare nel corridoio di ingresso al convento di S. Matteo.
Particolare nel corridoio di ingresso al convento di S. Matteo.
Petracca, ispirandosi ad un concetto bonaventuriano: pochi e buoni conventi, aveva la ferma convinzione “che è infinitamente preferibile una provincia ristretta, ad una numerosa ma flaccida e bacata. Le piccole comunità sono la peste dell'osservanza regolare e la liquidazione di non pochi religiosi. Vivendo frantumati si è nella grave difficoltà di organizzare un'opera seria di apostolato” (Nota 54). In coerenza a tale principio, decise di chiudere quattro conventi; chiese il consenso (13 luglio 1923) al Ministro generale, il quale (7 agosto 1923) “non solo approvava la proposta di chiudere alcune case, ma emetteva un voto di plauso per la coraggiosa decisione presa. All'uopo il Commissario, che si trovava presente in Roma, riceveva dai Definitori generali congratulazioni e incoraggiamenti a mandare ad effetto un'opera santa, ma irta di difficoltà”. I conventi da chiudere erano quelli di Manfredonia, Ripalimosani, Castellana e Lucera.
In effetti riuscì a chiudere soltanto quelli di  e di Ripalimosaniconvento-S-Piercelestino-Ripalimosani.jpg, giacché a Castellana non poté far nulla perché il Municipio, sorretto dall'opinione pubblica, volle far rispettare il vigente contratto di locazione, e a Lucera oltre il contratto che il Commissario prefettizio volle rispettato, vi era l'opposizione del vescovo (Nota 55).
Particolare di una statua in legno presente nel convento di S. Matteo.
Particolare di una statua in legno presente nel convento di S. Matteo.
La chiusura delle residenze di Manfredonia e di Ripalimosani suscitò qualche fermento, “specie - scrive Petracca - fra alcuni frati, per il convento di Ripalimosani. È doloroso constatare che mentre i foggiani docilmente hanno subito la chiusura di ben quattro conventi (dal 1899), i molisani menino tanto lamento per la chiusura del più miserabile convento della provincia” (Nota 56). “Io non avevo pensato che certe cose non vanno fatte che in Capitanata, non avevo pensato che solo qui è lecito, perché è stato sempre lecito, sopprimere conventi e considerare i frati come merce di esportazione, non avendo pensato che mettere le mani oltre il Fortore e l'Ofanto è pretendere di passare le colonne d'Ercole” (Nota 57).
Si assisteva ad una scena paradossale: si lamentava da tutti che “le piccole comunità sono la peste della regolare osservanza”, e quando Petracca si mosse a porre rimedio, sopprimendo alcune piccole comunità, da alcuni si gridò allo scandalo. “Per scusare l'infingardagine non si seppe trovare di meglio che coprirsi di ridicolo” (Nota 58).
Il linguaggio di Petracca riproduce fedelmente il suo spirito vivace, nutrito d’intuito psicologico che non disdegna la brillante ironia. Ma sarebbe fuori della realtà storica, chi cedesse alla tentazione di formulare giudizi stizzosi e generici sulla provincia. In generale, le lettere circolari vanno prese con cautela e inquadrate nel momento in cui sono state scritte. Difetti d’individui vi erano, ma non mancavano pregi e virtù, anche se negli atti ufficiali non se ne parla. La storia del francescanesimo dimostra che i frati possono arrovellarsi per questioni interne, ma si riscattano sempre con l'amore a S. Francesco e al suo ideale di vita. Il lavoro che è una forma di amare, oltre che nel campo specifico del ministero sacerdotale, trovava valide espressioni nello studio, nella preghiera, nell'umile apostolato in mezzo al popolo.
Segno di operosità è la predicazione: lo stesso Petracca fondò “l'associazione missionaria dei predicatori, che pur rimanendo nelle rispettive case religiose, si dedicavano all'apostolato eminentemente francescano delle missioni indigene” (Nota 59). Tra i predicatori si ricordano tra gli altri, p. Agostino Cimino da Roccamondolfi, p. Alfonso Sciscenti da Casalcalenda, p. Benedetto Spina da Colledanchise, p. Leopoldo Nardone da Celle S. Vito, p. Tommaso Pagano da Palo del Colle, p. Gabriele Moscarella da S. Marco in Lamis.
Convento di S. Matteo: fra Matteo Bibiani.
Convento di S. Matteo: fra Matteo Bibiani.
Né va dimenticata l'opera silenziosa ed efficace di quei militi ignoti del francescanesimo che sono i fratelli laici. Semplici e modesti, nel quotidiano lavoro in chiesa, nell'orto, per le vie della città o attraverso i campi riarsi dal sole, con bisaccia sulle spalle, sentivano il gusto della vita francescana e facevano amare S. Francesco. Ricordo quelli da me conosciuti: fr. Vincenzo Danza (Rignano Garganico 16 agosto 1870 - Foggia 15 luglio 1933) collettore di Terra Santa che seppe accattivarsi la stima e l'amicizia dei grandi e dei piccoli;
Convento di S. Matteo - fra Matteo Bibiani nel 2003.
Convento di S. Matteo - fra Matteo Bibiani nel 2003.
il patriarcale e paterno fr. Oronzo Tricarico (Palo del Colle 25 settembre 1864 - Molfetta 6 marzo 1945); il pacifico e sorridente fr. Felice Noviello (Bitonto 25 maggio 1854 - Castellana 13 marzo 1936); il venerando fr. Lorenzo Arcari (Sepino 8 settembre 1852 - Campobasso 1 aprile 1939); l'austero lavoratore fr. Giovanni Nardella (S. Marco in Lamis 18 gennaio 1860 - Campobasso 10 dicembre 1940); il pio e penitente fr. Giovanni Nicolini (Foggia 5 novembre 1871 - Manfredonia 7 febbraio 1954); il semplice e pio fr. Raffaele Saccone (Biccari 28 settembre 1869 - Biccari 7 febbraio 1940); il laborioso e riservato fr. Bernardino Totta (S. Marco in Lamis 26 luglio 1872 - Biccari 12 luglio 1939); l'intraprendente ed affabile collettore di Terra Santa fr. Serafino Tomaro (Campobasso 10 ottobre 1867 - Campobasso 9 gennaio 1944); il faceto e popolare fr. Benvenuto Morea (Bitonto 20 settembre 1889 - Biccari 9 gennaio 1951); il modesto e pio fr. Guglielmo La Selva (Castellino sul Biferno 19 gennaio 1876 - Casacalenda 13 novembre 1953); i fedelissimi e laboriosi questuanti del convento S. Matteo fr. Vito Pagone (Bitonto 2 febbraio 1873 - Manfredonia 19 agosto 1948); fr. Ludovico Sogliuzzi (Casalvecchio di Puglia 3 maggio 1905 - S. Marco in Lamis 7 agosto 1962).
Convento di s. Matteo nel 2003 - Da sx: Antonio e fr. Matteo Bibiani. A dx: Padre Nicola De Michele.
Convento di s. Matteo nel 2003 - Da sx: Antonio e fr. Matteo Bibiani. A dx: Padre Nicola De Michele.
Petracca
affidò la direzione del Collegio serafico a p. Vincenzo Blunno: un francescano fisicamente forte, con corpo aitante, viso tondo, capelli arruffati, passo di parata militare; insegnante diligente che faceva studiare, direttore sergente che si faceva temere, predica¬tore estroso dall'eloquio abbondante e sovrabbondante, non altrettanto profondo, dalla voce non proprio gradevole per la forzatura di tono nei ripieni di frasi a petardo. Al Collegio, Blunno dedicò le sue energie con giovanile entusiasmo. Insieme agl’insegnanti che più gli furono da vicino - p. Teofilo Trotta da Bitetto e p. Eugenio Botta da Rignano - fece del Collegio una fucina di ragazzi che, in seguito, daranno nuova linfa alla provincia monastica. A distanza di oltre mezzo secolo si può essere anche critici intorno a certi metodi didattici, da sergente inflessibile, usati da Blunno, ma non gli si può negare il merito di un impegno generoso nella formazione morale e nell'istruzione dei ragazzi aspiranti ad essere francescani e sacerdoti. Blunno era figlio del suo tempo ed era appena tornato dal servizio militare. Non aveva il cuore dolce e, quando era il caso, alle caramelle preferiva quattro scapaccioni (Nota 60).
Convento di S. Matteo nel 2003: p. Angelo Marracino e p. Giacomo Melillo.
Convento di S. Matteo nel 2003: p. Angelo Marracino e p. Giacomo Melillo.
Alla casa di noviziato di Biccari, Petracca mandò come superiore p. Gabriele Moscarella (Nota 61), ma dopo tre anni lo sostituì con p. Ippolito Montesano. Moscarella non aveva il carisma del superiore, né si sentiva a suo agio nella rutine (sic) di un padre guardiano. Le sue peculiari attitudini erano quelle del predicatore e dello studioso, aveva carissimi il pergamo e il tavolino. Per cinquant'anni fu predicatore serio e sostanzioso, che trova il suo posto nella migliore tradizione francescana. Percorse l'Italia intera e raggiunse Alessandria d'Egitto, stimato dai vescovi, richiesto dai fedeli.
Consigliere e Definitore provinciale, Direttore delle missioni indigene e della cattedra francescana a Foggia, Commissario del Terz’Ordine Francescano, ha assolto i vari compiti senza sfarzo né sterili sbandieramenti. Dotato di perspicace intelligenza e del potere di pronta assimilazione, giovanissimo, per volontà dei superiori, dovette insegnare filosofia. Con personale rielaborazione si cimentò a divulgare alcune tesi della speculazione francescana con la pubblicazione di alcuni libri ed opuscoli. Fu uno studioso che non conobbe l'avarizia di comunicare notizie, ma pronto ad una carità squisita, feconda di buoni consigli e di fraterni incoraggiamenti. Chi scrive può darne diretta testimonianza. Fu un francescano che ebbe il dono di saper soffrire; al contatto di gente gretta lo si vedeva raccolto nel pudico silenzio di una intelligente riservatezza, ma si rendeva conto di quanto avveniva intorno a sé, e sapeva chiamare uomini e cose con il vero nome.
A termine del suo Commissariato (3 novembre 1927), in un clima di religioso fervore, suscitato dalla ricorrenza del settimo centenario della morte di S. Francesco, Petracca poteva dire:

“con tutta l'anima auguro alla mia cara provincia fervore di santità, ornamento di virtù, ogni morale grandezza: le auguro che possa tornare presto all'amplesso del padre non più figliastra, ma figlia diletta, vivaio di santità e di eroismo, degna discendente di quella provincia di S. Angelo che per secoli ha segnato pagine d'oro nella storia dell'Ordine”.

L'auspicio di Petracca restò nel campo dei pii desideri: dopo la Visita canonica del siciliano p. Luigi Salvo, la provincia restò “figliastra”, sotto regime straordinario, cosa che si ripeterà nel 1930, dopo la visita del marchigiano p. Ferdinando Diotallevi. A distanza di oltre cinquant'anni, ripensando a quei tempi, non si può nascondere un certo senso di perplessità sull’operato di taluni Visitatori: la provincia meritava davvero di essere ancora figliastra? Forse la risposta si potrà averla, quando si potrà consultare l'archivio della Segreteria generale di Roma.
Con decreto del 4 novembre 1927, il Ministro generale p. Bonaventura Marrani nominava Commissario provinciale p. Ezechia D'Agnessa (Nota 62) e Consiglieri i padri Agostino Cimino, Gabriele Moscarella, Vincenzo Blunno e Fedele Brandonisio. Come religioso p. Ezechia aveva modi cortesi ed affabili, un pensiero particolare aveva per i poveri e i disoccupati che ricorrevano a lui per avere un pane e un posto di lavoro. Egli seppe conquistarsi la stima di professionisti foggiani, nonché dei vescovi Fortunato M. Farina di Foggia e Vittorio Consigliere di Ascoli. Presso il primo lavorò efficacemente per il ritorno dei frati alla chiesa di Gesù e Maria, dal secondo ottenne l'istituzione della parrocchia di S. Potito ad Ascoli, di cui fu il primo parroco. Con lui cominciarono i restauri della chiesa e del convento di S. Pasquale a Foggia.
Come Commissario provinciale, la sua azione non sempre fu improntata a saggezza. Certi provvedimenti presi a cuor leggero - per esempio sul caso del noviziato di Biccari e la rimozione di tutti i padri della comunità - non fecero che suscitare malumore in provincia e provocare l'intervento di un Commissario straordinario, p. Giuseppe Scialdone, mandato dal Ministro generale (Nota 63).

Padre Lorenzo De Martinis.
Padre Lorenzo De Martinis.
In provincia si andava consolidando un moto di ripresa con i nuovi chierici studenti usciti dal noviziato. Venne riaperto il convento di S. Maria delle Grazie a Manfredonia e messa la scuola di liceo. In questa scuola lavorò con impegno un giovane Lettore, uscito appena dal Collegio di S. Antonio di Roma: p. Costantino Nacci. Con amore si sobbarcò ad insegnare filosofia, biologia, algebra, fisica e canto ecclesiastico. Un lavoro massacrante che soltanto dopo alcuni anni gli fu alleggerito, quando vennero, per le materie di fisica e matematica, altri insegnanti, tra i quali il compianto p. Lorenzo De Martinis di Volturino morto tragicamente (5 aprile 1945).
P. Costantino (Domenico) Nacci nacque a Bitonto, il 3 gennaio 1899, da Francesco Paolo e Costanza Amendolagine; dopo gli studi elementari frequentò il corso ginnasiale nel liceo “Carmine Silos” di Bitonto. Il 24 ottobre 1915 vestì l'abito francescano nel convento di Biccari; frequentò gli studi in provincia (eccetto il primo anno di teologia a Roma); professò solennemente la Regola il 16 aprile 1922, e fu ordinato sacerdote il 6 agosto dello stesso anno; venne inviato a Roma nel Collegio internazionale di S. Antonio, ove, nel luglio 1926 fu dichiarato Lettore generale di filosofia. Si recò a Milano ove frequentò, per un anno, la scuola di perfezionamento per laureati presso l’Università cattolica del S. Cuore. Nel luglio 1927 tornò in provincia. Per venticinque anni continui Nacci ha dato tutto alla scuola e per la scuola, come pochi in provincia. Da prefetto degli studi (1930-33), (1946-49), impostò gli stessi su un piano moderno, più efficiente, più regolato nei testi e negli orari, in conformità agli Statuti pro studiis regendis e in analogia con i programmi delle scuole ecclesiastiche e statali. Collaborò al governo della provincia come Consigliere (1930-33) e come Definitore (1946-49; 1955-61). Uomo di soda cultura senza boria, Lettore giubilato (dal 1972) senza ostentazione, francescano semplice e buono è morto, placidamente, l’1 aprile 1984 a Bitonto.
Nel 1930 venne come Visitatore generale p. Ferdinando Diotallevi della provincia delle Marche, un francescano eminente in quei tempi. Dopo la Visita, compiuta con autorevole cipiglio, fece la sua relazione al Ministro generale p. Bonaventura Marrani, il quale comunicava - 16 luglio 1930 - al Visitatore: “Esaminata nel congresso definitoriale la relazione della Visita canonica fatta dalla P. V. M. R. in cotesta provincia debbo notificarle quanto segue. Date le condizioni morali e disciplinari della provincia quali risultano dalla stessa relazione e da altri documenti esistenti in questa curia, il Rev/mo Definitorio generale non crede opportuno restituire per ora alla medesima il richiesto governo ordinario. In conseguenza tengo a notificarle che il Rev/mo Definitorio generale nel congresso di ieri ha provveduto alla nomina del nuovo Commissario nella persona del M. R. P. Pacifico Di Fetta, e dei Consiglieri nelle persone dei RR. PP. Ezechia D'Agnessa, Ludovico Vincitorio, Ermenegildo Cappiello e Costantino Nacci” (Nota 64).
Nell'ordine: Il Custode di Terrasanta p. Pierbattista Pizzaballa - p. Nicola De Michele - p. Pio D'Andola
Nell'ordine: Il Custode di Terrasanta p. Pierbattista Pizzaballa - p. Nicola De Michele - p. Pio D'Andola
La nomina del nuovo Commissario
destò sorpresa in provincia e nello stesso Di Fetta (Nota 65), che non aveva nel suo bagaglio grande conoscenza di frati e di cose della provincia. Ciò nonostante, fece la parte sua con umiltà e fermezza. Tra l'altro riaprì il convento di Castellana, ove, solo, attendeva un fratello laico fr. Felice Noviello, che, di notte e di giorno, in chiesa, importunava la Madonna con la semplicità del bambino e la preghiera del fedele: “Madonna mia, e quando farete ritornare i frati?”
Il convento di S. Matteo, per lunga tradizione, aveva ancora un gregge di pecore e un buon numero di cavalli. Di Fetta (13 settembre 1932) “ordinava la vendita di tutte le pecore e dei cavalli non strettamente necessari” (Nota 66). Con decreto reale del 5 giugno 1935, si ebbe il riconoscimento civile della provincia monastica.
Si assisteva ad una rigogliosa fioritura di vocazioni. Il Collegio serafico di Castelnuovo si rivelava insufficiente a contenere il numero degli aspiranti. Poca disponibilità di locali presentava la casa di noviziato di Biccari. Nel 1930 venne deciso di mettere il Collegio serafico a Sepino, la casa di noviziato a Casacalenda, il ginnasio superiore a Castellana (1931), lo studio liceale a Manfredonia, lo studio di teologia a Molfetta (Nota 67).
Alla fine del triennio (1933) si contavano 10 novizi a Casacalenda, 14 studenti di ginnasio superiore a Castellana, 35 studenti di filosofia a Manfredonia, 12 studenti di teologia a Molfetta (Nota 68).
La provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia era viva e vitale.