Eremi di Stignano - Verso l'Eremo di Sant'Andrea (di A.Grana e T.Argod)
Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia)
Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.

Castelpagano in una vecchia foto.
Castelpagano in una vecchia foto.
Ma le torbide onde politiche degli avvenimenti umani raggiungono anche queste rive tranquille e ne turbano quella connaturale, perenne aura di serenità. Nei secoli XVII e XVIII Castelpagano perde importanza strategica: i padroni si trasferiscono altrove o scendono a valle, il piccolo centro abitato rapidamente si spopola e muore. Tutto questo, in un primo tempo, aumenta la pur varia fortuna di Stignano che ora diventa asilo sicuro a nobili e perseguitati politici, ora rifugio inquietante di avventurieri e briganti.
Quando Napoli, nel luglio del 1647, fu scossa dall'effimera ma travolgente rivolta popolare capitanata da Masaniello, anche la provincia di Foggia ebbe per contraccolpo i suoi paurosi sussulti. Agli inizi del 1648, poiché molti nobili e signori di Foggia si erano rifugiati nel locale convento dei cappuccini, questo fu appunto il centro maggiormente preso di mira dalla rivolta del popolo. Si erano colà fortunosamente nascosti 'Pompeo Pignatelli, marchese della Paglieta. Giovanni Pignatelli, duca di Monte Calvo, con sua moglie e figli, Francesco di Palma con donna Carmela Gaetana sua moglie, Vincenzo e Carlo Pignatelli con altri fuggiti dall'ira del popolo già entrato in Lucera' (Nota 1).
Gran parte della nobiltà rifugiatasi nel convento proveniva quindi da Napoli coll'intento di raggiungere la vicina Manfredonia e porsi in salvamento, via mare, in luogo più sicuro. Ma, come si vede, incapparono in Foggia in un calderone rivoluzionario non meno bollente di quello di Napoli. In cotale frangente poco poteva l'autorità centrale con ordini di liberazione o di miti pene pecuniarie da infliggere al gruppo di questa nobiltà prigioniera. Lo stesso duca di Guisa che, come si sa, si trovava a Napoli per pescare nel torbido a suo favore, potè fare ben poco, inascoltato e dalla plebe e da parte della stessa nobiltà locale. Insomma tutti cercarono di salvarsi alla men peggio, alcuni rocambolescamente dandosi allo sbaraglio più verso i monti che verso il mare, donde la loro affannosa corsa verso S. Marco e, come prima tappa, al convento di Stignano (Nota 2).
Il chiostro maggiore del convento di Stignano con il pozzale del Cinquecento.
Il chiostro maggiore del convento di Stignano con il pozzale del Cinquecento.
Intanto a Foggia un tal 'notar' Sabato Pastore, capo della rivolta e dominatore del popolo insorto, con Antonio Garofalo, detto il 'Caccaiuolo', circondava il convento con una gran turba dei suoi. Impose egli al padre guardiano e al marchese Pompeo Pignatelli che i nobili ivi rifugiatisi facessero atto di sottomissione e di ossequio all'improvvisata serenissima repubblica e al popolo napoletano. Senonchè i valentuomini trovarono, da parte loro, inaccettabile tale proposta. E pertanto i rivoltosi arrestarono il marchese Pignatelli e il duca di Monte Calvo e li tennero prigionieri a Palazzo Dogana. Eguale sorte sarebbe toccata anche ad altri nobili, ospiti del convento dei cappuccini, se costoro non avessero, in tale occasione, pensato di trovare un rifugio più sicuro nel nostro Stignano e poi a S. Marco. Infatti il principe di Casalmaggiore (Nota 3) ebbe la felice idea di travestirsi da cappuccino, e, accompagnato da altri due cavalieri, frati improvvisati anch'essi, scappò a Stignano, sfuggendo così a sicuri maltrattamenti e forse anche alla morte. Munite del salvacondotto popolare, ma pur trepidando per ovvii motivi, le signore, nascoste nel convento, credettero opportuno, via Stignano, trasferirsi da Foggia in un luogo più sicuro, e cioè a S. Marco. Ricordiamo tra le predette nobildonne la duchessa Pignatelli di Monte Calvo e donna Carmela Gaetana, consorte di Francesco Di Palma.
Circa un secolo e mezzo dopo, raggiungendo queste rive remote il turbine provocato dai rivolgimenti francesi ed europei, Stignano fu ancora rifugio talora inquietante e discusso di seguaci di fazioni avverse, borbonici e bonapartisti.
Piedritto interno del portale mediano della chiesa: croce francescana lobata con in basso il tau di San Francesco - Da Romano Starace.
Piedritto interno del portale mediano della chiesa: croce francescana lobata con in basso il tau di San Francesco - Da Romano Starace.
La battaglia decisiva per le sorti della capitanata e della Puglia si ebbe appunto a poco più di 10 chilometri da Stignano, presso S. Severo.
Il Colletta parla di oltre tre mila morti (Nota 4), ma anche a ridurne il numero è da pensare che il tranquillo convento di Stignano, spettatore di orrori non inferiori a quelli del 1627, ebbe giorni di terrore e di smarrimento sia per la presenza dei francesi, inferociti dalla resistenza sanfedista, sia per il tumultuoso discendere dalle valli delle barbari (Nota 5) plebi di Montesantangelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis e Rignano, accampate tra Castelpagano e Stignano, e sia per il contraccolpo alla ricerca di un asilo degli scampati alla sconfitta del 25 febbraio che ritornarono non meno tumultuosamente a riempire valli, grotte e caverne disseminate lungo le pendici. Certo è che sanfedisti sconfitti e nobili contrari al regime liberale credettero meglio inerpicarsi fino alle rupi di Castelpagano e starsene, più o meno sicuri, menando vita assai grama, tra le mura di quel castello e di quel casale ormai in rovina (Nota 6).
Aver negato rifugio agli sconfitti non valse a salvare Stignano nel periodo bonapartista-murattiano dalle leggi repressive (del 1807 di Giuseppe e del 1809, più grave ed eversiva, del Murat) che colpirono i vari ordini religiosi; e certamente non lieti furono per i nostri frati di Stignano gli anni 1807-1815.
Dei sedici conventi della provincia monastica di S. Angelo, Stignano fu uno dei sei che rimase aperto per decisione del governo murattiano.
Tuttavia ebbe Stignano vita assai difficile, essendo stato destinato il convento a semplice luogo di concentramento, e cioè di raccolta di quei frati provenienti dai conventi imperiosamente chiusi. Il rescritto del Murat del 7 agosto 1809 risparmiava momentaneamente questi sei conventi:

'S. Maria delle Grazie a Manfredonia, S. Matteo a S. Marco in Lamis, S. Maria di Stignano, SS. Pietà a Lucera, S. Maria Maddalena a Castelnuovo Dauno, Gesù e Maria a S. Martino in Pensilis.... La concentrazione di oltre duecento frati in sei conventi non potette realizzarsi. Invano l'intendente di Foggia, Giuseppe Charron, tempestava i sindaci dei comuni di Capitanata' (Nota 7)

Stemma barocco del 1605, con le insegne francescane visibile sulla facciata della chiesa - Da Romano Starace.
Stemma barocco del 1605, con le insegne francescane visibile sulla facciata della chiesa - Da Romano Starace.
con una lettera del 6 dicembre 1811 con ordini, per quanto rigidi ed incomprensivi, altrettanto praticamente inattuabili. L'incubo suscitato dalle frequenti, ed in parte inascoltate, sollecitazioni dell'intendente, si dissolse, come neve al sole, nell'ottobre del 1815, a seguito della morte di Gioacchino Murat e i francescani di Stignano, sia pure con restrizioni di altra natura, imposte dal restaurato regime borbonico, poterono riprendere la loro fervida e feconda opera di bene. Una saggia condotta di discrezione e di riserbo dovette fruttare una relativa tranquillità ai frati durante la prima parte dei moti risorgimentali. Infatti nel periodo che va dal 1848 al '60, quando cioè l'Europa e l'Italia in particolare sono agitate da rivolgimenti politici e sconvolgimenti radicali, a Stignano ferve la solita vita religiosa. Questa nostra asserzione è confermabile, come si vedrà, da una nobile lettera del primo sindaco liberale del tempo, Antonio de Theo.