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Scritto di Tommaso Nardella apparso in 'Archivio Storico Pugliese' del 1999 pagg. 243-249

Francesca De Carolis e i moti giacobini del 1799 in Basilicata

La casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis - Sembra abbandonata
La casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis - Sembra abbandonata
Se è vero che “fra le tante e sin troppo rutilanti celebrazioni bicentenarie della Grande Rivoluzione sono mancate, o hanno avuto scarso rilievo, le manifestazioni riguardanti le aree periferiche e, in particolare, le repubbliche satelliti, sorte ad opera di giacobini locali sotto la spinta di armate rivoluzionarie e modellate sull'esempio francese" (Nota 1), è altrettanto vero però che in alcune piccole periferiche, punte nevralgiche di una terribile lotta fratricida, il senso della tradizione e continuità storica, nonostante l’edacità del tempo e la sistematica distruzione degli archivi comunali (Nota 2), non si è punto appannato o affievolito.
Ne è prova l'esempio offerto da un borgo montano lucano, Tito, nel quale aneliti di libertà repubblicana furono soffocati nel sangue, nella primavera del 1799, dalle orde sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara (Immagine)b_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_Cardinale_Fabrizio_Ruffo.jpg, che affidò, in quella contrada, alle cure del famigerato Gerardo Curcio, alias Sciarpa, e del suo luogotenente Michele di Donato, la restaurazione della monarchia borbonica.
La lapide posta sulla facciata della casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis
La lapide posta sulla facciata della casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis
Miriadi gli episodi di eroismi misti a violenza di ogni genere condizionarono la vita di coloro che avevano innalzati nelle piazze gli alberi della libertà, dopo la fuga da Napoli a Palermo di Ferdinando IV e Maria Carolina, e quelli che invece sorretti da eserciti inglesi, austriaci, russi e turchi, miravano al ripristino de l’ancienne regime.
Tito, tra il gennaio e il maggio del 1799, come tutti i territori della Repubblica partenopea, assiste agli episodi che danno vita ad un diverso ordine civile e amministrativo, introdotto da Napoleone in Italia, sotto la spinta dei fervori innovatori della rivoluzione francese.
Abbattute le vecchie insegne borboniche, una nuova idea di “igiene pubblica” disciplinò tutte le funzioni economiche e commerciali e dietro i volti di tanti sconosciuti giacobini, giudicati con disprezzo come fantocci in mano allo straniero, si celeranno forze nuove, espressione di una possidenza urbana e fondiaria in evoluzione, ansiose di affermarsi ai danni della vecchia nobiltà legittimista e clericale. Un soffio di aria nuova spirò anche tra le montane balze di Tito che all’epoca contava 2.600 anime e dove a capo della municipalità venne nominato Scipione Cafarelli, di antica famiglia borghese che nel lontano settembre del 1772 aveva sposato per “procura” (Nota 3) la diciottenne signorina Francesca De Carolis (Nota 4) appartenente ad una delle più facoltose famiglie (Nota 5) di San Marco in Lamis in provincia di Foggiab_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_lapide-francesca-de-carolis.jpg.
La casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis
La casa natale di Francesca De Carolis a San Marco in Lamis
Il giorno successivo al matrimonio, accompagnata dallo zio paterno Domenico, “commerciante di grano” (Nicola, padre di Francesca, era morto nel 1754 anno del suo concepimento) e dal “procuratore” Michelantonio Battista, arrendatore, Francesca raggiunse il marito, giovane avvocato di sicuro avvenire, in San Severo, popoloso centro agricolo e commerciale dauno, ove si era trasferito per probabili ragioni di attività professionali (Nota 6).
“Era vestita di nero, aveva i capelli ben ravviati, spartiti sulla fronte, una nitida suffietta di trina bianca, posata a metà sul capo, da tutta la persona emanava una misteriosa attrattiva, un’aria di nobiltà d’animo”.
Così apparve ad un anonimo memorialista nel momento di lasciare il paese di origine circondata dall'affetto dei suoi e dalla stima di tanti amici tra i quali il notaio Antonio Centola, redattore delle sue “carte dotali” con il puntuale elenco di consistenti beni patrimoniali (Nota 7).
Breve la permanenza sanseverese se Giuseppe, secondogenito, qualche anno dopo nasce in Tito ove l'incontro di Francesca con la gente fu subito festoso e cordiale.
In mezzo ai Titesi trascorrerà quasi un trentennio di vita serena, tutta dedita alla crescita e all'educazione dei figli, ai quali non mancava di includere sentimenti di onestà e di rispetto per il prossimo. Nella nuova famiglia, per dirla con un suo estimatore (Nota 8), Francesca aveva trovato tutto quanto una donna può desiderare: affetto, comprensione, educazione e si capisce come per una donna intelligente come lei non fosse stato difficile ambientarsi perfettamente tanto “da assimilare dal paese di adozione il carattere fiero e indomito” (Nota 9).
La casa natale di Francesca de Carolis a San Marco in Lamis - Balcone che si affaccia sulla strada laterale
La casa natale di Francesca de Carolis a San Marco in Lamis - Balcone che si affaccia sulla strada laterale
Pur presa dalla quotidiana routine dei molteplici impegni domestici trovava il tempo, avida com'era di novità, di seguire i pubblici avvenimenti e riprendere, sia pur saltuariamente, antiche letture anche di opere impegnative come l'Istoria civile del conterraneo Pietro Giannone (Immagine)b_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_Pietro-Giannone.jpg della quale, come è notarilmente attestato, possedeva la prima edizione napoletana del 1723.
Ma, ben presto, inesorabili arrivarono a sconvolgere la tranquillità di laboriose, pacifiche popolazioni i giorni dell'ira.
Fosche e dense nubi, foriere di tempeste, di giorno in giorno, si addensarono sul cielo di Tito.