Il convento di San Matteo a San marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Il convento di San Matteo a San marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Ma una faccia di questo poliedro che è San Mat­teo riguarda il particolare fenomeno di un immagi­nario individuale e collettivo riferibile alla vita quo­tidiana e familiare e alla fedeltà di un richiamo reale e simbolico della gente del luogo.
È un composito magma della fantasia: una co­mune creatività del sentimento e della ragione in rapporto alla età e alla sapienza. Sensibilità e intui­zione nella loro tabulazione creano a un tempo leggende, simboli, miti, riti e illuminazioni sempre nuove e sempre antiche. Nella memoria resta no­stalgia di un passato, godimento di un presente, fi­ducia e speranza in un avvenire. Secondo l'età del tabulante, mutano così fìlmicamente immagini mitiche e raffigurazioni reali di un protosanto indigete.
Se nasce un figlio a fatica, la madre presto l'affida per ogni motivo di rischio al santo che dall'alto della valle tutto veglia e protegge.
Dormono i bimbi e sognano un loro santo mani­cheo, tra il Babbo Natale e il bau bau recando doni per i buoni e sferze per i cattivi.
Ma già i fanciulli sognano e inventano un San Matteo tutto d'oro: d'oro il convento, vestiti d'oro i frati in chiesa, d'oro la Defensa e d'oro ancor più fino è la barba di Matteo.
Qualche audace adolescente nei tempi andati premeditava sortite avventurose oltre la cinta urba­na: seguiva sentieri fioriti lungo lo Starale e si perde­va nel verde all'ombra del boschetto. Esplorava gli angoli deserti nella parte del convento abbandona­to, da dove promanava un tanfo d'umido e di furtive deiezioni.
L'estatica ammirazione delle tavolette votive incustodite era la meta di una gita devota e divertita delle comitive.
Ma beata e dissennata adolescenza che ama sco­prire e godere in solitudine la scoperta e sapida gio­ia di vivere in armonia con se stessa e con l'ambien­te: alla ricerca di verdi recessi e di meandri ombrosi dove effusamente l'anima più canta e

'co' silenzi del luogo si confonde'.

Là, dove più verticalmente si impone la alpestre maestà di San Matteo, c'è una minuscola cappellina dedicata all'Angelo del Monte e si ascoltavano gli esili fili di voce di una sorgiva in agonia, presaga di una morte irrevocabile.
Ma felici di esistere su brevi specchi d'acqua, in un luminoso polverio di ditteri, si mirava l'agile dan­za delle libellule. Era una tacita musica che solo le anime sottili possono cogliere e fermava il tempo in un sereno incantamento.
Tuttora dal petto del Celano l'acqua sorge e tra­bocca dai pozzi di erme casipole ormai tradite dall'uomo che baccheggia tra il nuovo borgo e l'ingui­ne del monte.
E c'è tra quelle umili "casette" un grande noce (o c'era? Mio Dio, sarebbe così sparito l'ultimo vestigio di quell'età dei prodigi). Là gli avvisi materni consi­gliavano di non sostare a prender fresco: nefasta era l'ombra di quell'albero per la greve umidità e male­fica per il ricordo delle streghe. Però San Matteo ri­deva con noi quando ci scrollavamo divertiti il peso di quelle stregonerie e della scopa più veloce di un aereo.
Da quel fondo, San Matteo, a parte la sua impo­nenza, si svela e parla con antica confidenza.
Insegue più vasti sogni e mete la gioventù del luogo, esplorando con più avventura i verdi paradi­si che circondano il convento.
Ma, sempre alle spalle di San Matteo, l'incanto dei miraggi è realtà.
Seguendo il volgere delle stagioni, vanno i giova­ni lungo umidi sentieri dove si nascondono le mam­mole; calpestano variopinti tappeti di viole, lumino­se e bianche radure di narcisi, colonie di fragole di un rosso squillante e il chicco quintessenza di aro­mi.
E tornano con mazzi e mazzetti venalmente ven­duti a buon mercato. Ma molti di essi danno il via a un concerto che sgomenta il bosco: colpi di scuri e di accette, ronzio di seghe e tonfi di rami e schianti di alberi e un conturbante concerto che l'anima sgo­menta.
Felice, invero, una volta, ora funesta.

Vecchia immagine della processione delle 'fracchie' a S. Marco in Lamis.
Vecchia immagine della processione delle 'fracchie' a S. Marco in Lamis.
Felice quando i giovani scendevano dal bosco con un fascio irto sulla groppa, come un trofeo di balda giovinezza: lo si portava al focolare o al mer­cato per un pezzo di pane.
Era un tempo diritto civico per il ceppo natalizio, per i lari familiari e per quelle fracchie che, con pio simbolo e intento rituale, aprivano nelle tenebre il luminoso passaggio a una Mater smarrita in cerca del Figlio.
Allora...
Oggi una selvaggia e irrefrenata volontà di uomi­ni e di vacche viola e divora la storica 'Defensa' di San Matteo per farne una desolata landa di pastura.
Misera sorte di una terra privilegiata dallo studio botanico per la varietà delle erbe e fiori unici o rari.
(Unico mio agrifoglio, nei pressi di un campo per bocce, tu non ci sei più, né più respiri col tuo verde splendente).
Oggi la devota pietà cristiana cede sempre più al giuoco dello spettacolo: a una orgia di fuoco che neppure l'Inferno invidia, né assolve.
(Si estendeva una volta la Defensa attorno a San Matteo per tredici chilometri quadrati coperta da milletrecento ettari di boscaglia: a quanto l'ha ridotta l'irruente volontà distruttiva?)