Il Diavoletto, Anno XIII, N. 231, 4 ottobre 1860.
Nicotera e Ricasoli figurano in due campi diversi; repubblicano il primo, il secondo cavouriano per ambizione.
Nicotera e Ricasoli, il famoso Bettino di Firenze, lavorarono però insieme nei giorni in cui il primo doveva per ordine ed interesse del Governo sardo invadere le Marche e l'Umbria. Il signor Bettino più tardi la ruppe con Nicotera, al quale fece dare dai suoi giornali di tutti i titoli e negò d'essere stato in connivenza col medesimo per la nota invasione; ora il repubblicano Nicotera sbugiarda il signor Bettino, e da Napoli gl'invia una lettera che mostra qual uomo sia questo barone Ricasoli e di che carattere e di qual coscienza. Decorato da Leopoldo II il granduca di Toscana, congiurò a danni del suo principe; e si unì con Nicotera e con Mazzini quando credette di poter servire meglio alla causa di Cavour, cioè alla sua causa che è quella dell'ambizione.
Le rivelazioni però di Nicotera imprimono un marchio indelebile sul barone Ricasoli, e dal quale sarà difficile ch'esso possa purgarsi mai davanti al giudizio inesorabile della storia; altra volta abbiamo pubblicato in proposito interessanti particolari che tornarono a condanna del Governo sardo e dell'ambizioso governatore della Toscana.
Ora ecco alcuni brani della lettera del Nicotera in risposta ad un articolo del Monitore Toscano, organo ufficiale del barone Bettino; varranno a provare ancora una volta di quali uomini si serve il Governo sardo per riformare l'Italia.

Il generale Medici
Il generale Medici
“ . . . . Se io (Nicotera) dirò cose che dovevano rimanere secrete fra voi e me, non vi venga in mente accusarmi di slealtà. La nota del Monitore Toscano mi scioglie da ogni tacito impegno, quella nota mi prova che voi operaste verso di me come fa una guardia della pubblica sicurezza, la quale, a consegnare un patriotta nelle mani del fisco, depone l'assisa di poliziotto, si dichiara vostro e cospira con voi. Ora ai fatti.
E prima di tutto producete, signor barone, una sola prova della vostra asserzione, che cioè i capi della quinta brigata dei volontarii di Castelpucci, avevano intenzioni contrarie alla maggior parte di essi volontarii.
Per conto mio, a dimostrare che qui è la vostra prima menzogna, vi ricorderò che i volontarii di Castelpucci presero le armi e domandarono di scendere a Firenze per istrapparmi ai vostri gendarmi, i quali mi avevano arrestato per isbaglio sulla piazza del duomo; io fui onesto e leale con essi, come fui sempre con tutti; gli è che io non ho loro dato promesse con animo preparato a disdirle; gli è, infine, che io non lasciai ignorare a quei bravi volontarii la missione che era loro riserbata nelle provincie soggette dello Stato Romano.
E tutto questo dissi a voi, signor barone, nei nostri frequenti colloqui; e voi non potete aver dimenticato, che, sulle prime, eravate disposto a lasciarmi entrare per la via di terra, nella Stato Romano, e mi prometteste il passaggio sulla strada ferrata fino ad Asinalunga, e soggiungeste, ad una mia osservazione, queste precise parole: Se il Governo di Torino vorrà opporsi, io mi caverò la maschera e verrò con voi. Quante maschere avete per il vostro uso, signor barone?
I capi della colonna erano imbevuti delle idee di Mazzini, voi dite. Anzi tutto, le idee di Mazzini, nella presente questione italiana, sono le idee di tutti, incominciando da Garibaldi, e voi, signor barone, avete adottato francamente con me le idee di Mazzini. Una sera, in palazzo vecchio, io posi nelle vostre mani una lettera di Mazzini; voi la ponderaste a lungo, ne approvaste il concetto e mi diceste:
Se fosse possibile che nessuno al mondo lo sappia, io sarei contento di avere una conferenza con Mazzini". Chi era più mazziniano di voi quella sera, signor barone?
Più tardi i vostri gendarmi mi arrestarono in Firenze per isbaglio, e voi ordinaste che io fossi rimesso in libertà, e confermaste la convenzione che entrambi avevamo adottato, e mi faceste porgere le vostre scuse e faceste consegnare al signor Dolfi le 40.000 lire convenute.
O quando dunque vi accorgeste signor barone, che i capi della brigata avevano intenzioni contrarie alla volontà della maggior parte dei volontarii? Quando noi eravamo già in Livorno a bordo dei vapori, impazienti di salpare? Codesto è il ridicolo della malafede, signor governatore, e la discussione a questo punto diventa impossibile.
Lascio in serbo, per il caso che voi scriviate un'altra nota nel Monitore Toscano, alcune circostanze, alcuni altri fatti dei quali fu testimonio lo stesso salotto del Palazzo Vecchio. La storia della vostra disonesta condotta, la storia delle vostre maschere debbe essere nota interamente, e lo sarà.
L'attitudine del popolo di Livorno prova che esso ignorava quanto era passato fra il barone Ricasoli e Giovanni Nicotera; prova che egli credette il governatore delle provincie toscane incapace di tradire e di calunniare i traditi, e vedendo i cannoni puntati contro i volontari, gli parve impossibile che si trattasse soltanto di un infame stratagemma di Governo per salvare un governatore.
Il popolo e la guardia nazionale di Livorno, leggendo i documenti che io gli feci pubblicare nei giornali di Genova e di Firenze, leggendo ora questa lettera che pubblicamente v'indirizzo, comprenderà qual fu la vostra parte in questi fatti, si farà una giusta idea del vostro carattere, e sentirà qual sia fortuna pel suo civile paese l'avere a supremo magistrato un uomo, che messo tra l'impiego e l'onore, calpesta l'onore e si tiene all'impiego".
Napoli, 14 settembre 1860.
Giovanni Nicotera.

Pur troppo siamo costretti a convenire che fra Nicotera e Ricasoli, la scelta deve cadere sul primo, tuttochè questi sia capace di tutto, è meno da condannare che il secondo il quale pur volendo godere fama di leale e saggio sorpassa il primo nella doppiezza e nella menzogna nella più schifosa delle dissimulazioni.