Il 18 di marzo devo fare 78 anni. Ho conosciuto mio marito che stava a fianco casa o saliva lui da me che abitavo sul 'Trono' [Piazza Municipio]. Quando l'ho conosciuto tenevo 21 anni e non si saliva sopra come adesso. Mi sono sposata a 22 anni e lui ha fatto il militare e poi quando è venuto ci siamo sposati. Mi ha fatto sapere che mi voleva dalla madre e dal padre e mio padre ha detto: - Perché sta vicino [abita vicino], vorrebbe salire sopra? Deve andare prima sotto le armi e quando viene vi sposate. - E mi sono sposata a 22 anni. E' venuto mio suocero e mi ha portato un anello: apre il taschino e me lo dà.
Mi sono sposata il sei gennaio, giorno della Befana.

S. Marco in Lamis: vecchia foto di uno 'spusalizie' nel Convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis: vecchia foto di uno 'spusalizie' nel Convento di S. Matteo.
Per vedermi era difficile, mia suocera stava con le orecchie tese. È entrato e abbiamo fatto la festa all'uso antico. Lui è entrato e dopo cinque, sei mesi ci siamo sposati. Il fidanzamento ufficiale è durato cinque o sei mesi. Poi quando siamo andati a confessarci la sera prima del matrimonio c'era la buonanima di Manuele che ci guardava. Mio padre aveva la stalla a S. Giuseppe e mi ha accompagnato, poi me ne sono uscita e lui [il fidanzato] è andato prima a confessarsi.
Mio padre scendeva con il mulo e ha detto: - L'avete fatta bene la fregatura! -. E l'indomani mattina che mi sono sposata non è salito sopra, mi ha aspettato fuori.
Lui quante volte mi ha fatto le serenate, e gli altri l'accompagnavano a cantare e suonavano con il violino. Erano i figli di 'Zumbridde', 'Squacciapantana' che sono morti. Veniva a fare le serenate ogni dieci giorni dalla campagna e me le faceva quando eravamo fidanzati. Cantavano la sera tardi e tu stavi coricata e addormentata.
Come era arredata una casa nel 1927 in una tavoletta votiva della collezione del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Come era arredata una casa nel 1927 in una tavoletta votiva della collezione del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Mi sono sposata a 22 anni. Lui era del 1910 e io del 1911; lui è nato in aprile e io in marzo. Abbiamo fatto il parentado ed è venuta mia suocera (maddamma) e ha detto quello che doveva avere in dote lui e quello che dovevo avere io. Non hanno scritto nessuna carta, si faceva a voce il parentado. A lui gli hanno dato tutte le cose dell'uomo, gli hanno dato il letto. Io il letto lo tenevo. Ha avuto pure le lenzuola, ha riempito pure i cuscini, ma quando mi sono sposata ho messo le lenzuola mie. Lui ha avuto una trentina di camicie, le mutande, la madia (fazzatora), lo spianatoio (tavulére), i cesti grossi e piccoli, ha riempito due case. [...] Nella camera da letto c'erano due comò: uno io [era mio] e uno lui [era suo]. Lui ha fatto pure i quadri (sciène), le cose da cucina, i cesti. Io ho avuto la biancheria. La dote io l'ho fatta vedere a casa mia, lui a casa sua. Ha avuto molte cose, solo che la fortuna non ci ha aiutati.
Quando ho fatto vedere la dote, sono venuti a conservarla la famiglia sua e la famiglia mia e l'hanno contata. Prima il letto si faceva a quattro cuscini e mia suocera mi ha fatto i cavalletti e le tavole e l'hanno fatto pitturare. Io ho avuto la dote a otto, anche lui ne ha avuta assai. Ho fatto vedere la dote otto giorni prima, ho preparato la festa con i "propati" [dolci locali].
Una festa di matrimonio: i 'propati'
Una festa di matrimonio: i 'propati'
Quando ho fatto il fidanzamento, mia suocera ha fatto pure la festa, i 'propati', gli scaldatelli, il vino, il liquore, questo abbiamo (fatto] quando ci siamo fidanzati. Poi mia suocera il giorno dopo ha fatto il pranzo con tutti i suonatori perché era il primo figlio e chissà che era. Poi la domenica successiva l'ha fatto mamma.
Prima si usava che alla sposa, prima di sposarsi, andavano a intrecciarle i capelli. Però quando mi sono sposata io non si usava. Per andare a conoscere la sposa si mettevano una calza rossa e una calza celeste. Se si mettevano una striscia (virie) rossa e una striscia bianca andavano a fare il parentado e portavano la mezzetta (muzzétte) col grano. Andava la intrecciatrice, le portavano [alla sposa] il 'concertino' [il completo da toilette], il pettine e il fermacapelli.
Prima andavano 3 o 4 donne che si conoscevano e si volevano bene, con lo scialle (faccelettone), si mettevano la spilla d'oro per far mantenere lo scialle (maccature) e andavano a conoscere la sposa.
Si mettevano una calza rossa e un'altra un po' gialla o verde o celeste perché le donne che le guardavano dicessero: - Uh, vanno a conoscere la fidanzata! -.
Poi quando andavano a pettinarla, la suocera le portava il pettine, il fermatuppè, l'anello e pagavano quella donna che andava a intrecciarla e la mettevano sulla mezzetta col grano [dentro]. Però quando mi sono sposata io non si usava. La dote la portavano con i cesti perché era vicina la casa dove dovevo andare [ad abitare].
Mi sono sposata alla Cattedrale e sono stata battezzata a S. Antonio perché sono nata nella strada del Purgatorio in Vico S. Agostino.
Vecchia foto di un corteo nuziale a S. Marco in Lamis
Vecchia foto di un corteo nuziale a S. Marco in Lamis
Quando mi sono sposata tenevo il vestito bianco (come doveva dirmi parole la Madonna, che me l'ero cercato prima!). Il vestito era lungo, con il velo, le calze bianche, le scarpe bianche, i guanti bianchi. Lui invece teneva il vestito nero, la camicia bianca e con la cravatta. Io e lui siamo andati in chiesa insieme e gli invitati dietro. Dopo la messa siamo andati da mia suocera. Lei ha fatto latte e caffè, si davano (spartèvene) pure le sigarette. È stata 'Cucchiaredda' a preparare il pranzo tre giorni prima. A mezzogiorno si mangiava e alle 11 [di sera] abbiamo fatto l'altro pranzo e i propati.
Il bravo Matteo Soccio (primo a sx) con, alla sua sx, Enrico Rendina. Matteo Soccio era il proprietario di una nota pasticceria posta nella attuale Piazza Gramsci, dirimpetto alla statua dedicata a S. Michele a S. Marco in Lamis.
Il bravo Matteo Soccio (primo a sx) con, alla sua sx, Enrico Rendina. Matteo Soccio era il proprietario di una nota pasticceria posta nella attuale Piazza Gramsci, dirimpetto alla statua dedicata a S. Michele a S. Marco in Lamis.
La sera prima che dovevamo sposarci sono venute a prepararmi (vèste) il letto mia suocera, le amiche che tenevo e mia sorella. Hanno preparato il letto, io l'ho visto solo quando siamo andati a dormire.
Il giorno che mi sono sposata abbiamo mangiato i maccheroni, la carne, la carne con patate nella teglia (carna a rote), le noci, le mandorle, il caffè. Un'altra sera c'erano gli invitati e pure i suonatori e hanno mangiato con noi. Di regali ho fatto soldi e oro: mi hanno dato un anello con i ricami e una signorina colore di rosa, poi un altro anello, due spille e due paia di orecchini (pèndele} me l'hanno data gli "Squacciapantane".
Gli altri hanno dato i soldi. Abbiamo fatto di soldi 50 mila lire. Quando mi sono sposata mia suocera ha fatto venire il vino da Torremaggiore. Qui teneva una nipote che ha portato una botte (vascédde) di vino. Quando la festa è finita [...]. Durante la festa si cantava:

'Stai buona ohi Nannì, stai buono ohi Peppì / un altro po' non puoi aspettare,/ il sapone deve squagliarsi,/ non t'avessi mai aspettato/ il sapone si è già squagliato'.

Un'altra canzone di mio cognato diceva:

'Non mi serve lo stoppino/e un ventaglio per soffiare / non mi serve lo stoppino/ e un ventaglio per soffiare/ questa faccia che tieni/ non ho voglia di guardare / Carbonaia, carbonaia,/ carbonaia tutta 'mpussètta/, tutta marchétta/ tutta 'mpussètta, tutta marchétta'.

Quando è finita la festa, siamo andati a casa. La porta l'abbiamo trovata aperta. Sono saliti tutti gli invitati e poi se ne sono andati. Poi il lunedì delle nozze [il giorno dopo il matrimonio] sono venuti pure i suonatori, 'Squacciapantane' [e cantavano]:

'Di fronte al municipio/ ci sta Maria Costanza/ ha aperto il pappagallo/ pure nella stalla/ Ti sei fatta la veste bianca/ e non la sai portare/ Sei figlia di contadino e vai in campagna a lavorare. /Prima ti consola/ e ti torna a controllare / ti darei uno schiaffo / e un altro proprio là./ Ti sei fatto la veste bianca/ ed è di seta fine/ e sotto devi mettere/ una chioccia coi pulcini. /Prima ti consola/e ti torna a controllare/ ti darei uno schiaffo/ e un altro proprio là'.

Donne di S. Marco in Lamis nel loro vestito di festa.
Donne di S. Marco in Lamis nel loro vestito di festa.
La mattina, ancora non suonava la chiesa mattutino, noi siamo già andati a casa di mia suocera, perché te ne vergognavi e non dovevi farti vedere, cosi era l'usanza. Sono andata col buio a casa di mia suocera. Poi di giorno abbiamo fatto di nuovo festa, con 'Squacciapantane', 'Zumbridde' e abbiamo fatto i propati che erano di due chili. Mi sono sposata nel 1933 a 22 anni. Dopo 16 mesi è nato il primo fìglio. Dopo due anni e mezzo ho avuto i gemelli, il maschio è campato e la piccolina (menènna) è morta. Prima [i bambini] si fasciavano (ce cummegghjàvene). E' venuta Vincenzina [l'ostetrica] che è ancora viva, è venuta pure Manuela. L'ombelico si è tutto attaccato e hanno chiamato Vincenzina. La bambina è morta soffocata, perciò adesso è meglio andare all'ospedale.
Ai bambini mettevamo la fascia, le culazze, il pannolino pulito pulito, la fascia e poi il fazzoletto con cui l'attaccavi, mettevi la spilla, l'attorcigliavi e facevi il nodo dietro.
Quando aspettavo il figlio, io mi vergognavo a dirlo e allora mia suocera ha detto: - Ora di quanto sei? - e io ho detto: - Di 23 anni -.- Non questo fatto, ma di quanto stai [quanti mesi di gravidanza], devi portare il conto di quanti mesi stai! -.
Io poi mi sono accorta che aspettavo e mia suocera che era più esperta mi ha messo in guardia. Io mi sedevo sul gradino e diceva: - Non devi sederti, ti fa male! -. Quando cucivo e mi mettevo il filo sopra le spalle diceva così: - Non lo devi mettere se no non nasce bene il bambino -.
Foto di un gruppo di ragazze di S. Marco in Lamis
Foto di un gruppo di ragazze di S. Marco in Lamis
Di fronte casa avevano ucciso il maiale e io non lo dovevo guardare perché altrimenti ti veniva la voglia e allora quello che volevi usciva la macchia al bambino.
- Non devi toccarti da nessuna parte se no esce con la voglia di quella cosa che volevi. Io ho più esperienza, l'hanno detto a noi e noi lo diciamo a voi! - diceva mia suocera. Se ti veniva la voglia dicevi: - Oggi non voglio il pancotto, voglio le patate lesse sane - dovevi mangiarti quelle. Quando ti sposi, da una vita passi ad un altra, perché ti corichi con un uomo, non sei come quando sei giovane. E quando stai incinta, ci sono giorni che stai bene e giorni che non stai bene. Io non lo sapevo che la seconda volta erano gemelli e allora uno è nato vivo e l'altra è morta.
Quando aspettavo il primo fìglio, avevo la tosse e la notte non dormivo. Dopo gli cantavo la ninna nanna:

'Ninna nanna, ninna nanna/ il piede della culla è mezza mamma/ Vieni S. Anna con le mani piene/ vieni come S.Giorgio / vieni come S. Giorgio cavaliere/ Ninna oh..., oh..., oh...'.

Un'altra ninna nanna diceva:

'Mamma t'ha fatto/ un letto di rose/ e un altro di menta e un altro di menta/ per profumare oh.., oh.., oh.., oh.., "La mamma gli vuol bene/ e il padre quando viene / il padre è venuto/ e pure bene gli ha voluto'.

Vecchia foto con bambini scalzi
Vecchia foto con bambini scalzi
Li ho allattati fino a due anni. Una volta c'era una donna di qua vicino e doveva appiccicarsi la sanguetta, ma questa sanguetta non voleva appiccicarsi. Quella donna ha detto: - Ci vorrebbe un po' di latte -. Io il latte a mio figlio gliel'ho tolto, ma ho ancora latte. Dopo due o tre mesi io tenevo ancora latte e al bambino non l'allattavo più perché era di due anni e mezzo. E’ venuta quella donna e io le ho dato il latte senza niente, non mi ha pagato niente per allattare. Poi gli facevo mangiare il pancotto con aglio e olio (panecuttédde asselute) e la pastina piccola piccola. Questo era. Un pò di latte e chi non aveva soldi stava in campagna: mungeva la capra e gli faceva la zuppa col latte; ma chi non teneva soldi non poteva comprarlo.
Quando ho battezzato Matteo, lui aveva 10 -11 giorni. Tonino ancora prima perché stava ammalato il padre e non ho fatto neanche la festa. A Matteo ho fatto la festa: veniva la comare quando era lo sposalizio della Madonna e alla festa di S. Giuseppe e la invitavo a pranzo. Lei è viva ed abita a Casarinelli [quartiere di S. Marco in Lamis] il marito è morto. La comare quando l'ha battezzato gli ha regalato l'anello: poi quando è venuta a trovarci gli ha regalato due anellini e un'altra volta due cuffiette (cuppelicchje) che si usavano.
Vecchia foto di battesimo - 1958
Vecchia foto di battesimo - 1958
Quando si battezzavano i bambini, gli mettevamo la veste candida (Vavaròla). Adesso non ne mettono più perché hanno i piedi fuori: prima stavano fasciati e la veste bianca era lunga con i ricamini, intagliati come la 'paratura' [lenzuolo ricamato e intagliato]. Era a metà maniche. Stavano fasciati e tenevano la cuffietta in testa ed erano più belli. Abbiamo fatto la festa e abbiamo invitato la comare e tutti quelli che stavano in casa. Abbiamo mangiato in casa perché tenevamo la campagna e abbiamo festeggiato a casa. Se facevamo molti invitati, dovevamo chiamare di nuovo la cuoca "Cucchiaredda".
L'arredamento di una casa. Tavoletta dipinta della raccolta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
L'arredamento di una casa. Tavoletta dipinta della raccolta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Insomma tenevamo gli animali in campagna e facevamo tutto. Il vino l'ha portato una mia nipote da San Paolo. Mio marito conosceva la comare perché aveva fatto il militare con il marito: è il figlio di compar Luigino "Panecotto". Con la comare ci vediamo ancora adesso e ci salutiamo sempre. Ci siamo sempre voluti bene. Tonino ha tenuto la tonsillite quando aveva 15 anni, ma quando erano piccoli non hanno avuto il morbillo (vruscia), solo la tosse. Quando dovevano mettere i denti avevano la verminara [vermi intestinali] e facevano la "pupù" lenta [diarrea].
Non stavano mai ammalati e non chiamavo mai il medico perché li ho allattati io, non come adesso che subito gli danno il lecca-lecca.
Subito dopo lo [svezzamento] mangiavano le cose che mangiavamo noi, mangiavano alla stessa nostra ora.
Dicevano che c'era il malocchio, ma io non ci credevo. Ci stava una donna qua vicino e diceva che il bambino era stato affatturato (affascinate) perché non si sentiva bene, ma lui teneva solo la tosse.

E gli massaggiavano la pancia e gli facevano il segno della croce, ma adesso non c'è più l'affascinatura.

Il giuoco del nascondino
Il giuoco del nascondino
Tenevamo le scatole vuote della crema con cui pulivamo le scarpe, poi le lavavamo, le schiacciavamo e quando c'erano tanti barattolini (cuppetèdde) li bucavamo e così giocavamo ai 'scìscile' (dischetti di latta per tamburelli). Erano tanti barattolini schiacciati, lavati e infilati con un filo, li sbattevano a terra e i bambini giocavano. Facevano una mazza e giocavano a lippa (mazza e cuzze). Giocavano a nascondino (ammuccia).
Foto di gruppo della Prima Comunione
Foto di gruppo della Prima Comunione
Quando Matteo e Tonino hanno fatto la comunione, non ha fatto la festa perché allora i morti si piangevano.
Tonino è andato a scuola fino alla quarta elementare, Matteo fino alla quinta. Poi, io non avevo soldi per farli andare a scuola perché non tenevo proprietà e sono andati a lavorare. Uno è andato in campagna e poi Tonino si è messo con Celozzi. L'altro figlio è andato a lavorare in pianura (alla pugghja) ma siccome lo maltrattavano se ne è andato in Francia dallo zio.
Mio marito è morto a 26 anni nel 1937, il 23 marzo e il mio primo figlio è nato l'anno prima nel 1936: [quando è morto mio marito] il bambino teneva tre mesi. Mio marito era malato e diceva: - Mi fa male la pancia -. Stava a letto e tenevamo per medico don Nunzio; lui è venuto molte volte e ha detto di portarlo a Foggia da un medico specialista per avere una soddisfazione. Quando è venuto la sera da Foggia, non poteva abbottonare il pantalone perché la pancia si gonfiava (abbuttava). Il medico veniva due volte al giorno e ha detto: - Sentite, adesso vi siete tolti la soddisfazione di andare a Foggia! Che vi ha detto? Quello che vi avevo detto io: questo ha la cirrosi epatica - insomma teneva malato il fegato. Il medico ha detto: - Adesso vi porterò tutti i dottori di San Marco -. E io ho detto: - Come li paghiamo, non teniamo soldi -.
Una tavoletta votiva della raccolta di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Una tavoletta votiva della raccolta di S. Matteo a S. Marco in Lamis
E il dottore ha risposto che quelli erano dottori di "consorte "[consiglio]. Ha portato il dottore Cicerale, don Ignazio, don Fazio 'Zicchitella'. Poi il dottore ci ha fatto comprare tre metri di fettuccia per misurare la pancia che cresceva tutti i giorni. La mattina, don Nunzio la misurava e segnava quanto cresceva e poi è arrivata ad un punto che non poteva farcela più. Don Cicerale ha portato una cannuccia e un ago sottile egli hanno tirato tre bacinelle (vacile) di acqua dalla pancia. Poi dopo tre giorni, la pancia è cresciuta di nuovo.
Lui non mangiava, non beveva, non faceva niente. Se gli avessimo dato un po' di mozzarella, sarebbe morto e perciò non gli davamo niente.
Io avevo le mandorle; non sapevo dove metterle e le ho messe in un sacchetto dentro al doppiofondo del comò (contrafunne dellu cumò).
Le donne che ci stavano, a mezzanotte se ne sono andate.
Erano le 10 o 11 di notte e io sentivo le mandorle che facevano rumore e mio marito ha detto: - Togli le mandorle da lì dentro -.
L'interno di una casa negli anni '40 - Tavoletta votiva della raccolta del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
L'interno di una casa negli anni '40 - Tavoletta votiva della raccolta del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Dormiva con me quella che mi ha allattato e mi aiutava a tenere i bambini, e facevamo a turno a dormire sopra il lettino che tenevo ai piedi del letto. E sentiva pure lei le mandorle che facevano rumore. L'indomani mattina le mandorle le ho portate da mia suocera per non farle sentire a mio marito. Poi ce ne siamo andate alla stanza anteriore per farlo riposare un po'.
Era la sera di Pasqua Epifania e ho detto a quella che mi ha allattato di andarsene a riposare a casa sua perché pure lei teneva i figli, tanto io potevo riposare, se volevo, nel letto di mio marito. Però non sono andata a coricarmi al suo fianco perché la pancia era troppo grossa e occupava tutto il letto.
Allora ho sentito muovere il quadro e mio marito ha detto: - Avevo preso sonno, e questo rumore mi ha svegliato. È venuta mamma a bussare? -. Lui voleva alzarsi ma non poteva perché era troppo grossa.
Mi sono affacciata ma non c'era nessuno. Non stavo svestita e ho sentito bussare di nuovo e ho detto: - Questa è mamma -. Era la notte della Befana, il 6 gennaio. La mattina presto, mia suocera è entrata dalla signora di fronte e ha detto; - Antonietta ancora non apre - e quella ha risposto – Eh! si sentiva sempre rumore questa notte! - e io dicevo: - Posso mai aprire? Sono ancora le tre,.., sale qualche gatto, qualcuno...- ma poi sono andata ad aprire e mia suocera è entrata, e mio marito ha detto: - Mamma, sonno non me ne viene, né a me, né ad Antonietta e sento muovere il quadro -.
E lei ha risposto - Beh, figlio mio, quando vedo aperto, salgo, quando vedo chiuso aspetto da questa signora di fronte -. Ancora non faceva giorno e stava la casa piena, e c'era pure mia suocera e mio marito si è sentito male. E' venuto don Antonio De Florio perché don Nunzio non c'era e ha detto che non aveva più di 10 giorni di vita.
Un giorno, c'era un pacchetto di sigarette sopra il camino, ma lui non era un gran fumatore né bevitore di vino e gli è venuto un altro dolore, ed ho trovato la tovaglia sul letto e l'ho visto con gli occhi aperti e spalancati, con i capelli unti ed è morto.
S. Marco in Lamis: carrozza per il funerale
S. Marco in Lamis: carrozza per il funerale
Aveva i capelli ricci ricci, ma due volte glieli abbiamo fatti tagliare. Le mandorle così non hanno fatto più niente.
E' morto la sera, l'abbiamo tenuto tutta la notte e c'era tutta la famiglia e due case di persone. Poi l'hanno portato prima di mezzogiorno alla chiesa madre. Quando stavamo in campagna, è venuto don Pio Moscarella e ha detto: - La messa al cimitero la devo dire io, senza pagare niente, perché voi mi avete fatto molti favori -. Poi gli hanno detto che le mandorle si muovevano, che i quadri si muovevano e che sentivamo bussare e lui ha detto: - Chi sente bussare la notte di Pasqua Epifania l'anno non lo finirà.
Il morto l'hanno vestito le donne e gli uomini; io e mia suocera tenevamo una pena, stavamo in un angolo senza far niente: piangevamo assai. Gli hanno messo il vestito di quando ci siamo sposati: era nero con la camicia bianca.
Il morto se lo sono portati a spalla: ci volevano quattro uomini e dovevi dargli quattro tovaglie bianche che mettevano sopra le spalle, se no la tavoletta gli faceva male. Erano i compagni della masseria.
S. Marco in Lamis: vecchia immagine di un funerale
S. Marco in Lamis: vecchia immagine di un funerale
La bara l'hanno portata dalla chiesa al cimitero, non si faceva il giro del paese. Dietro andavano i preti di San Marco, i monaci di S. Matteo, la banda. I monaci di S. Matteo hanno cantato pure in casa.
Il primo consolo (recùnzele) l'hanno portato la buonanima di Michele D'Amico che m'era compare. La moglie ha cresimato Raffaelina,
Hanno portato il pranzo; mia suocera per la pena del figlio mangiava poco. Io mangiavo poco e non potevo neanche allattare perché le tenevo [le mammelle] troppo piene e una comare mi ha detto di allattare al contrario il bambino: non potevo uscire la mammella perché mi facevano male le spalle. Pure gli altri della famiglia hanno portato il pranzo e noi gliel'abbiamo sempre restituito, siamo stati riconoscenti.
Le persone sono venute a fare le visite per un mese di tempo.
Il vestito nero l'ho messo l'indomani: e mi sono fatta tingere i vestiti perché non tenevo soldi. Ho tenuto il lutto 29 anni.
Mio suocero non ci poteva vedere vestite di nero, me e mia suocera.
Quando gli abbiamo fatto mettere il gilè nero, è andato verso il bosco e se l'è tolto. Le persone dicevano: - Madonna, non è ancora un mese che è morto il figlio! Madonna”-.
Poi mia suocera gli ha fatto la fascia nera al braccio e pure se l'è tolta e ha detto: - Io somiglio a zio Arcangelo che diceva: il malato si deve vedere vivo, non morto! -. E cosi il lutto l'abbiamo tenuto io e mia suocera solamente.
Allora non si usava il lutto fuori, né i drappi neri (tesélle) ma il falegname portava il tavolo e metteva la bara sopra. Tu poi mettevi la coperta, mettevi la piega, il bel cuscino.
Ho avuto i gemelli e la femminuccia è morta subito; le hanno fatto la vestina, l'hanno messa nella baricella e l'hanno portata al cimitero senza dire la messa perché era nata di mezz'ora neanche.
Dopo un anno che è morto mio marito, abbiamo fatto dire la messa. Allora ci stavano i Fratelli Professi e cantavano l'ufficio nella chiesa e mettevano al centro della chiesa il lutto e le candele intorno che dovevi pagare tu. Dato che quelli cantavano, mia suocera ha portato pure il liquore perché allora così si usava.
Quando stavi a lutto non dovevi uscire per niente, neanche a fare la spesa, anzi allora non si faceva neanche la spesa perché eravamo tutti campagnoli.
Donne che puliscono le pannocchie di granoturco, le cui foglie servivano a riempire i materassi dell'epoca sui quali si dormiva.
Donne che puliscono le pannocchie di granoturco, le cui foglie servivano a riempire i materassi dell'epoca sui quali si dormiva.
Siamo stati più di un mese qua, poi perché avevamo gli operai che aravano per poi mettere le patate e il granturco (ranerìne), ce ne siamo andati di notte per non farci vedere dalla gente. Quando siamo venuti, dopo 7-8 mesi, pure di notte andavamo. Non doveva vederci nessuno. Venivamo e andavamo a piedi, e tenevamo l'asinello e la giumenta e camminavamo al buio, con la nebbia.
Poi mio suocero ha detto: - Questa è la prima e ultima volta che veniamo di notte -. Le altre volte andavamo di giorno e scendevamo davanti casa. Non uscivamo per niente; pagavamo una donna con le cose che portavamo dalla campagna e ci facevamo trasportare l'acqua.
Per un paio di anni abbiamo fatto così; poi, io tenevo i bambini, i soldi ci volevano e sono andata a lavorare.
L'inverno andavo da don Massimo a fare i servizi. Andavo a fare la salsa dalle persone. Poi, mia cognata ancora non si sposava e io filavo la lana, l'allargavo, dipanavo il cotone e lo portavo dalla tessitrice. E così è maritata mia cognata e si è sposato il figlio maschio. A questo figlio mia suocera non ha dato quello che ha dato a mio marito perché lui era il primo figlio e ha avuto molti panni.
Poi, mia suocera e mio suocero non seminavano più ed io come dovevo fare, dovevo campare d'aria? Allora ho venduto qualcosa e mio suocero ha detto: - Questi [soldi] adesso vai a conservarteli alla posta -. In quei tempi 50 mila lire erano assai. E lui ha detto: - Poi, noi ci facciamo vecchi e in queste case stiamo d'affìtto. Tu hai due figli e con te, tre, almeno con questi soldi ti compri una casetta, vai a conservarteli -. E così ho comprato questa casa che costava 36 mila lire a quei tempi e coi soldi che sono avanzati ho fatto fare la porta. Poi, quando si erano sposati i figli, uno se ne era andato in Francia, l'altro figlio lavorava in campagna ed io facevo un po' a casa dei Nardella e un po' qua: preparavo da mangiare alla sorella di mio marito, quando veniva il mezzogiorno, sopra il camino perché allora non c'era la cucina.
Poi sono andata a casa dei Nardella-Tardio e sono stata sempre là. Non mi sono sposata più: uno era il marito, non due. Io con quello mi conoscevo, con quello mi sono scritta quando stava sotto le armi quelle lettere così belle. Insomma la verginità l'ho portata fino a passata mezzanotte. E dovevo sposarmi un'altra volta! No!
Mio suocero voleva sposarmi, la mia matrigna pure e io dicevo: - Beh, quest'uomo non lo conosco e devo prendermi quest'uomo. Tenevo due figli, avevo fatto i gemelli, non dovevo avere gli altri! E dovevo farmi dire - A quelli li vuole bene e agli altri no! -.
Il malocchio ('fattura') viene tuttora tenuto in grande considerazione a S. Marco in Lamis
Il malocchio ('fattura') viene tuttora tenuto in grande considerazione a S. Marco in Lamis
Le persone dicevano favole delle fatture. Tenevo una mia cugina e dicevano: - Tiene la fattura, tiene la fattura -. E chissà dov'è andata. Era figlia a un fratello di mamma e dicevano che teneva la fattura. Lei era fidanzata, ma l'uomo non andava dentro [in casa]. Si amavano assai e dicevano che quello le aveva fatto la fattura, ma era bugia. Lei è morta di malattia. Quando è morta, lui le ha fatto pure una corona di fiori e piangeva d'amore.
Quando è morto mio marito non si cantava niente in casa. Solo l'anno dopo nella chiesa mio suocero ha fatto cantare i Fratelli Professi perché così si usava. Ha portato pure il liquore. Prima di portare il morto in chiesa, veniva il prete a benedire, diceva due cose e dava la benedizione. Lui quando stava malato, c'era don Marco qua, buonanima. Mio marito sapeva leggere e scrivere più di me e ha detto: - Don Marco, portatemi un libro, cosi passo il tempo -, lo ha tenuto una decina di giomi, poi si è aggravato gliel'ha dato a don Marco che veniva tutti i giorni a vederlo, perché non ce la faceva più a leggere. E cosi se l'è portato.
Il Signore pure ha pregato e mi ha dato la salute per ciò che ho fatto.
Una volta ho sognato che abitavo dove è morto mio marito e dopo una quindicina di giorni dalla morte lui mi ha detto: - Ti ho portato due colombe e stanno sul balcone qua, tu non gliele dare a nessuno le colombe, vai a prenderle, poi se ne scappano -. La mattina vado da mia suocera e c'era pure la mia matrigna che mi era come una mamma e io ho detto - Madonna, ho sognato così, così....- Mia suocera l'ha detto a Carmela "Napoleone". Questa l'ha giocato al lotto e ha preso 30 mila a quei tempi. Poi, dopo due o tre notti, l'ho sognato di nuovo e ha detto con il dito alzato: - E' passato l'angelo davanti e non l'hai saputo riconoscere -. La mattina gliel'ho detto a mia suocera e lei ha detto: - Ah, il sogno gliel'ho detto a comare Carmela e lei ha preso i soldi; adesso, tu non puoi fare niente più perché i soldi l'ha presi quella -. E non l'ho sognato più da quella volta. Lui mi ha indicato [insegnate] pure la casa dove dovevo portare le colombe: era nella strada di Cicerale, dove sta adesso il banco di Napoli.