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Con la freccia è indicata la bottega appartenuta prima ai 'Chiuvitte' e poi ad Angelo Ferro. La foto è del 2002
Con la freccia è indicata la bottega appartenuta prima ai 'Chiuvitte' e poi ad Angelo Ferro. La foto è del 2002
Mi chiamo Ferro Angelo, fabbro specializzato di prima categoria e nello stesso tempo ho imparato questo mestiere da piccolo. Dopo che ho finito la quinta elementare, mi sono dedicato a fare il fabbro, il maniscalco. Prima quando ero giovane, avveniva che noi fabbri nello stesso tempo prendevamo un pezzo di ferro, lo forgiavamo nel fuoco [cosi che trasformato] in ferro battuto, formavamo il ferro per il cavallo, così gli animali venivano ferrati da noi fabbri. Man mano sono diventato più grande e mi sono deciso a mettere su una bottega per conto mio. Ho fatto sempre questo mestiere ed avevamo tutte le attrezzature ed anche lo stiglio da fabbro.
Un maniscalco ferra un cavallo
Un maniscalco ferra un cavallo
Lo stiglio consisteva in questo: il martello di ferro, il rognapiedi, il coltello per le unghie, la tenaglia per i chiodi, le tenaglie da ferraio e i chiodi. Poi si prendeva la zampa dell'animale, la si alzava e si puliva per bene e si metteva questo ferro qua e si ferrava in modo tale che l'animale non soffrisse più con gli zoccoli per terra. In tal modo il ferro proteggeva la zampa dell'animale. Così finisce la ferratura del maniscalco. Noi fabbri ci dedicavamo a fare un po’ di tutto, eravamo maestri nel fare le scuri, in dialetto accetta, la zappa.
Vecchia foto con il campanile della Chiesa Madre. A sinistra si vede la bottega nella quale lavorava Angelo Ferro
Vecchia foto con il campanile della Chiesa Madre. A sinistra si vede la bottega nella quale lavorava Angelo Ferro
[...] Si faceva così: si prendeva un pezzo di ferro, un'altra persona che sapeva battere il maglio (mazza) batteva e poi lo schiacciava allargandolo con molta fatica fino ad assumere la forma dell'oggetto voluto. Noi le facevamo per gli agricoltori in modo che potessero lavorare molto bene la terra. Venivano chiamati zappa, scure, piccone e tutto ciò che era necessario per l'agricoltura. Oggi invece esistono tutte queste macchine diverse, ma prima si faceva tutto a mano. Si facevano le falci, possiamo dire che tempo fa un fabbro per fare una falce aveva bisogno di un pezzo di ferro piccolo; si prendeva un pezzo di acciaio e si metteva uno sull'altro con la terra; si fondeva nel fuoco e così i due metalli legavano insieme e venivano, diciamo in dialetto, 'caudiate' ossia uniti (accucchjate). Quando si univa questo metallo con l'altro, l'apprendista, al quale il mastro aveva insegnato a battere il maglio, stendeva il ferro fino a fargli assumere la forma di falce. Prima la falce era formata da ferro e acciaio che serviva a proteggerla. Oggi invece ci sono tanti tipi speciali di acciaio, la falce dietro doveva tenere la parte del ferro e davanti l'acciaio. Questo perché quando l'agricoltore doveva mietere in un giorno di maggio che era lungo, l'acciaio la mattina quando la temperatura dell'aria era fredda si spezzava, poverino non poteva fare più niente.
Una vecchia immagine di Via Pozzo Grande. Immediatamente a destra si trovava la bottega di Angelo Ferro.
Una vecchia immagine di Via Pozzo Grande. Immediatamente a destra si trovava la bottega di Angelo Ferro.
Allora hanno pensato di mettere ferro e acciaio, davanti aveva l'acciaio in modo tale che quando il contadino andava a lavorare non si rompesse e poteva così lavorare fin quando la falce non si consumava.
[…] Io ho imparato, diciamo all'inizio, quando ero piccolo, ho imparato da Raffaele "Chiuvitte" e aveva la bottega proprio qua. E' stata forse la prima bottega che si è formata. Qui erano le prime case in via Pozzo Grande (Fore lu Puzzeranne), e questa era la bottega conosciuta quasi da tutti. E come?! Perché è stata sempre esposta, diciamo all'esterno, in una zona antica. Il mastro che faceva questo lavoro, è passato quasi un secolo e più, è morto anziano; è morto che aveva più di novant'anni e il figlio di ottant'anni. Sono due generazioni; adesso ci sono io che ho 57 anni e sto ancora in questa bottega.
Un pezzo di ferro messo nella forgia e diventato incandescente.
Un pezzo di ferro messo nella forgia e diventato incandescente.
[...] Quando ho imparato andavo ancora a scuola e abitavo proprio qua vicino e dall'età di 16 o 17 anni ho appreso questo mestiere. Ho fatto sempre questo mestiere nella mia vita, solo che è cambiato molto dal passato ad oggi.
[...] È cambiato ciò: noi prima battevamo sempre il martello rosso nel fuoco, oggi invece è tutto diverso.
Si prende un filo lungo, di diverse lunghezze, e si fanno le balconate, si fanno le porte anticorodal e insomma è cambiato da ieri a oggi. Poi in un certo periodo, non tanto avevo il lavoro, il Ministero dei Beni Culturali ha emanato un concorso che richiedeva un fabbro specializzato di prima categoria, forgiatore. Così mi trovavo senza lavoro e ho fatto quel concorso e sono stato preso e sono buoni 16 anni che sto con lo Stato, sempre con la mia attività di fabbro specializzato di prima categoria forgiatore. E questa bottega ce l'ho ancora, con un pochino di lavoro.
[...] All'inizio, quando ero piccolo cosa avveniva? Cominciavamo a rompere il carbone coke speciale; allora prendevo il martello e li rompevo a piccoli pezzi per metterlo nella forgia. Quando ero piccolo, cosa facevo? Si tenevano tutti raggruppati i carboni e si riscaldava il ferro e dicevamo: - Ragazzo (uagliò) vai a rompere i carboni - e ci mettevano a fare i carboni per farci imparare.
Poi c'era il mantice, c'era la ventola della forgia. Il mantice si riscaldava con il ferro, ma era tutto a mano; prima che costruissero questa manovella a mano, tenevamo un altro mantice, che era come quelli che adesso ci sono nei camini, con cui si soffia il fuoco, invece prima in una casa a parte c'era un grande mantice che si tirava e con cui si accendeva il fuoco, questo però anticamente.
Ricostruzione della bottega di un fabbro
Ricostruzione della bottega di un fabbro
[...] L'incudine è il pezzo principale del fabbro che serve per schiacciare il ferro. Si dice che "Quando sei incudine devi parare, quando sei martello devi battere" e ogni cosa viene fatta con l'incudine. Senza l'incudine il fabbro non può fare niente, non può creare niente e non può andare avanti. Questa è la specializzazione dell'incudine. L'incudine è quell'oggetto che ha portato a termine tutti quanti noi; che ha dato anche il pane all'agricoltura, a noi fabbri e all'agricoltura. Questo all'inizio del secolo [giusto] per andare avanti, poi man mano si sono formate le fabbriche e via di seguito.
Però sempre con il martello sono state iniziate le prime cose. Noi fabbri, prima, con l'incudine e con il martello e con il ferro che usciva da lì dentro, facevamo il calibro per misurare gli spessori di ferro, facevamo gli scalpelli per misurare l'altro ferro; facevamo tutto a mano per creare dal nulla un lavoro.
Ecco cosa significa fare il fabbro, un vero fabbro a mano, nella forgia col fuoco, e faceva un po' di tutto e maggiormente ciò che serviva a due cose abbinate, le principali della vita, ossia l'agricoltura e il fabbro, poi l'aratro che faceva il solco e i fabbri facevano i bulloni, i ferri a mano. Oggi invece no, prima la creavamo noi tutta questa roba.
Bullone creato da un fabbro.
Bullone creato da un fabbro.
[...] Per fare un bullone prima prendevi un ferro qualsiasi, come riuscivano a farlo grosso, piccolo, magari con scalpelli si intagliava, poi si metteva nel fuoco, si riscaldava e si portava alla misura del diametro voluto, e si metteva alla misura specifica. Per fare questo bullone, si metteva nella "chiuvera" che era un pezzo bucato talmente preciso, fatto con i tondini e allora quando il ferro era doppio, scaldato, si metteva lì dentro e andava preciso preciso. Poi tenevamo la madrevite, si passava, si girava, e si faceva la filiera, la quale veniva bullonata, però sempre fatta a mano da noi. Poi per lavorare un pezzo di ferro, piazzando un compasso, come si fa? Ci vuole una punta da 100. Prendevi un poco d'acciaio, ad esempio, lima vecchia, si stampava e si faceva questa punta da cento, si faceva il bollino al centro, si prendeva il compasso e si girava per vedere la circonferenza di ciò che dovevano fare. Questa punta da cento adesso la chiamiamo punta in legno, prima si chiamava, in dialetto, come diceva il mastro nostro, "lu rubuzze". E facevamo il calibro a mano, facevamo riparazioni, un po' di tutto. Per i minatori facevamo i paramina. Tutti i fabbri facevano queste cose qua.
Si tagliavano le lamine per i muratori, sempre con lo scalpello.
Banco da lavoro di un fabbro
Banco da lavoro di un fabbro
[...] Gli altri attrezzi che facevamo erano le tenaglie da fabbro, tutti gli oggetti di ferro li facevamo noi.
[...] Io parlo sempre anticamente di queste cose qua. Noi sempre da un pezzo di ferro, un pezzo di acciaio ricavavamo scalpelli, tenaglie, pinze, facevamo tutto a mano, tutto ciò si creava a mano, non c'era altro. Non potevamo andare nel negozio come adesso, dove trovavi qualcosa che si vendeva, ma li facevamo tutti a mano. Finché è capitato un periodo di guerra. Durante la guerra del '40, i miei apprendisti, i giovani che ferravano i cavalli non ce n'erano più. Questa fabbrica era bombardata, era sparita dalla circolazione.
Cosa è avvenuto!? Noi mastri vecchi abbiamo fatto uno scambio, e col ferro, diciamo, ricavato da ciò che trovavamo, facevamo i chiodi per ferrare i cavalli, altrimenti i poveri cavalli non potevano lavorare, l'agricoltura non poteva andare avanti, perché il motore principale era il cavallo, l'asino, il mulo ecc... [Il ferro] fonde a 250 gradi. Quando arriva la pressione a 250 gradi che si comincia a vedere nel fuoco, nella forgia, come veniva chiamato il carbon coke. Prima saldavamo l'acciaio e il ferro e tenevamo una piccola medicina che veniva chiamata placca. Mettevamo un poco di placca, che era composta di terra e composti chimici, e si metteva nel fuoco, finché diventava incandescente. Quando arrivava a 250 gradi, tanto che l'acciaio e il ferro mediante la fusione nel fuoco, non completamente si toglieva dalla forgia, si metteva sopra l'incudine e si batteva piano piano, col martello, battendo col martello, si stendeva questo composto e si portava a termine l'oggetto voluto, creato da noi. Potevamo fare un ferro di cavallo, o una scure, uno scalpello, un piccone, tutto ciò che serviva all'uomo.
Fabbroferraio nella sua bottega mentre ferra un cavallo.
Fabbroferraio nella sua bottega mentre ferra un cavallo.
[...] Nella lega si poteva saldare con l'acciaio e nello stesso tempo si poteva saldare ferro e ferro, come pure acciaio e acciaio. L'acciaio è composto da una materia talmente speciale, però si lavora quasi come il ferro. Cosa avviene? La specializzazione di prima che ci avevano insegnato i nostri maestri, i nostri fabbri non c'è più. Quando facevamo gli oggetti si prendeva questo acciaio e si faceva un coltello da tavola e via di seguito. Quando si era arrivati alla fine di un oggetto, si portava a termine, si metteva nel fuoco di nuovo, nella forgia finché diventava incandescente. Quando era tutto incandescente, si metteva nell'acqua e avendo questo raffreddamento acquistava la tempra dell'acciaio.
La tempra dell'acciaio è diversa a seconda della qualità dell'acciaio, c'è l'acciaio rapido, l'acciaio dolce. L'acciaio omogeneo e tanti altri tipi, che io ho conosciuto facendo questo mestiere.
Quando andava nell'acqua cosa avveniva? Avveniva che immediatamente si spezzava, trac-trac, si rompeva e allora si bestemmiava perché si era fatto un lavoro per niente. Allora si scaldava l'acqua e si immergeva nell'olio.
[...] Beh, rispetto a prima c'è quasi tutto di moderno. Posso dire che la forgia non è più quella di prima. Prima c'era il mantice ed ora c'è quella elettrica, che accendi con l'interruttore e ti dà il lavoro. Abbiamo la sega elettrica per tagliare il ferro, mentre prima si tagliava con lo scalpello. Abbiamo un trapano elettrico che ha cinque velocità, dalla piccola alla grande, tutto elettrico mentre prima si faceva tutto a forza di braccia. Si girava, si girava e si facevano i fori perché erano trapani antichi, e questi moderni non ce n'erano. E' rimasta come reliquia solo e resterà sempre il martello e l'incudine che forse non cambieranno mai, [si useranno] anche su un'astronave, anche se il martello non sarà pesante.
Una moderna bottega di fabbro.
Una moderna bottega di fabbro.
[...] Questa è una sega elettrica. Però è sega elettrica non di precisione perché ci sono delle seghe elettriche molto precise che portano a termine gli oggetti. Questa viene chiamata troncatrice. Troncatrice perché ha una grande potenza, tanto che se prendi una lama, un pezzo di ferro grande, li taglia immediatamente, li stronca e li butta a terra, per questo viene chiamata troncatrice, non ha molta precisione però taglia bene. Questa è la differenza tra la sega elettrica e la troncatrice.
C'è questa piccola differenza: questa troncatrice cammina nel disco in trafila, invece quella elettrica cammina in dischi di acciaio, che camminano con una certa precisione alla velocità voluta.
[...] Adesso ti dico effettivamente l'orario di lavoro. L'orario di lavoro non esisteva per noi. Un mastro, come dire, non ha mai orario.
Se uno portava l'orologio aveva botte, e lo mandavano via e non lo facevano proprio più entrare. Anzi poi, per dire una cosa, era anche gelosia. I mastri, i nostri proprio, quando facevano un lavoro di precisione, ti mandavano a fare un servizio, per non farci vedere, ancora tu gli rubavi il mestiere. Dovevi essere tu a capire in quale momento dovevi guardare, e guardavi. Non ti pagavano e ti facevano lavorare dalla mattina alla sera. Questa è una cosa breve, faccio un piccolo discorso, un po' delicato. Avevo quasi l'età di 19 anni, ero giovane, effettivamente mi piaceva giocare con ragazze e ragazzi. Imparavo a fare il fabbro e la mattina mi alzavo sempre alle cinque, alle 5 e mezzo e andavo a lavorare.
Una mattina è capitato che era d'inverno, io dormivo ancora, alle 6 e un quarto il mastro viene a bussare al mio portone.
Mia madre si chiamava Lucia: - Lucia, fai scendere tuo figlio che è già giorno - ha detto lui - è dalle 5 che sto in piedi (tise), tuo figlio se vuole imparare a fare il fabbro, la mattina deve alzarsi presto. Mia madre allora, abitavamo al primo piano e un secondo piano (tra lu suse e lu contrasuse) grida da giù: - Ragazzo, alzati, il mastro è venuto -. E mia madre mi sgridava da una parte e il mastro dall'altra. Noi eravamo ragazzi, stavamo zitti e cercavamo di apprendere un pochino.
Perciò posso dirti che di orario non ne esisteva, facevi come volevi. Come volevano fare facevamo.
[...] La paga non esisteva. Qualche volta, quando facevi un bel lavoro, capitava una volta alla settimana o ogni 15 giorni, il mastro ci faceva un regalo. Prendeva 50 lire o magari 4 soldi, a seconda del guadagno della settimana, e ci faceva un piccolo regalo così una domenica sì, una domenica no, come voleva. La paga non esisteva assolutamente. Poi, anche loro, diciamo, non è che avevano tutti i soldi. Prima, l'agricoltore andava dal mastro, portava il cavallo a ferrare, portava la zappa, la scure, diceva: - Guarda, compare Raffaele, noi dobbiamo fare ad anno -.
La trebbiatura
La trebbiatura
Ad anno significa che quando faceva la raccolta doveva pagare, e dovevi segnare per così dire quattro ferrature, due ferri nuovi, una zappa, una scure, una falce, mettevi la data, anzi prima ancora non la metteva la data perché noi eravamo tutti analfabeti, molto analfabeti che non capivamo niente di ciò che avveniva, perché il contadino non capiva niente e il mastro altrettanto.
Tenevamo un certo pezzo di legno che si chiamava 'tégne'. La 'tégne' era un legno talmente tenero come la ferla; si appendeva di lato alla porta e si faceva così, si faceva un segno ed era la scure, due segni era [un altro oggetto].
Quando arrivava il momento critico che il contadino doveva pagare il mastro era furbo, era uno che ci sapeva fare (chjù rutte 'ncule), e il segno piccolo lo faceva diventare grande così che da ferro vecchio era ferro nuovo. E dicevano: - Ma possibile, io non ho fatto ferrare 3 volte, tu non...-. - Tu compare Antonio hai dimenticato, guarda il segno -diceva il fabbro. [E lui]: - Sì, sì hai ragione, compare Raffaele - e ingenuamente [glieli dava]. Magari lui raccoglieva pochi soldi, e allo stesso tempo riceveva un po' di patate, un po' di galline, galletti, ciliege, scambiavano la merce perché i soldi circolavano tanto poco quanto niente e noi che imparavamo il mestiere non li vedevamo proprio i soldi.
[…] Beh, per la ferratura, ai miei tempi, si veniva a spendere 250 lire, 300 lire, perché dipendeva dalla muta. La muta significava che l'animale aveva cresciuta l'unghia nello zoccolo, allora i ferri la buttavano fuori per distaccarla. Così si faceva la muta. Cosa avveniva? Si prendeva lo stesso ferro vecchio, lo sferravi, gli tagliavi l'unghia, gli accorciavi per bene il piede un'altra volta, prendevi lo stesso ferro e lo attaccavi, sopra magari potevi metterlo all'altro piede, cioè dal destro lo mettevi al sinistro, e il sinistro al destro. Cosa avveniva? Questa veniva chiamata la muta, poi quando si consumava un'altra volta, si staccavano i ferri vecchi e si mettevano i ferri nuovi.
[...] Ecco, questa è proprio la bottega dove il mastro era veterinario e a S. Marco lo conoscevamo quasi tutti specialmente i più anziani. Raffaele 'Chiuvitte' e Nicola 'Chiuvitte', il padre, erano veterinari. Erano veterinari perché i fabbri curavano un cavallo che aveva "lu capecérre" che era una piaga (varlése) che cresceva tanto che il povero cavallo non poteva più lavorare; in dialetto si chiamava 'lu capecérre'. E il fabbro diceva: - Compare Antonio, dobbiamo tagliare perché [altrimenti il cavallo muore]. [E il contadino diceva]: - Raffaele, dobbiamo farlo, altrimenti non può più lavorare -.
Spesso i maiali venivano castrati.
Spesso i maiali venivano castrati.
Il mastro aveva gli attrezzi da chirurgo; queste attrezzature da chirurgo le facevamo noi. Prendevamo l'acciaio, facevamo alcuni spiedini o grossi aghi, che si facevano a lésina (sugghja), artigli per mantenere le venature; facevamo i bottoni di fuoco, facevamo altri pezzi di ferro così lunghi che si riscaldavano nella forgia, perché quando c'era una fuoriuscita di sangue, si metteva il ferro arroventato perché la ferita non sanguinasse più. Poi c'erano gli uncini coi quali si tirava la carne marcia e poi con il rasoio si tagliava per togliere tutto quel marciume. Così veniva tutto ben pulito, si toglieva questa parte marcia dell'animale, e si metteva sopra la ferita un po' di polvere, come si usava in passato, e un po' di olio. Si fasciava, poi un po' di tintura di iodio che ha portato a S. Marco don Nicola, buonanima, poi l'animale pian piano, così ripulito, guariva e viveva ancora.
Un puledro allattato. In allevamento, i puledri succhiano il latte per almeno 4 mesi prima di essere svezzati; allo stato brado anche un anno.
Un puledro allattato. In allevamento, i puledri succhiano il latte per almeno 4 mesi prima di essere svezzati; allo stato brado anche un anno.
Il fabbro faceva anche la castrazione. Durante il periodo di primavera, nel mese di aprile e via di seguito, questi giovani animali avevano la forza, mangiavano bene, non volevano lavorare e tiravano calci a destra e a sinistra, il povero padrone non sapeva come fare e veniva da noi e diceva: - Compare Raffaele, devi castrare il puledro (pudditre), perché non si può ragionare, vede le puledre e tira calci a destra e a sinistra e non lavora. A me serve perché deve lavorare -. - Meh, va bene, sai cosa devi fare... - Questa castrazione si faceva in mancanza di luna, così ci si orientava con la luna. Diceva il mastro: - Allora, devi venire lunedì mattina, in mancanza di luna, vieni qua, ci mettiamo a S. Giuseppe e ... -
A S. Giuseppe era tutto all'aperto, era tutta zona verde. Non è come adesso che ad ogni punto c'è una casa. C'era questa zona verde, si andava lì e andavamo il mastro ed io che ero ragazzo e portavo gli attrezzi per castrare questo animale. Questo animale era giovane e tirava calci da tutte le parti. Allora si prendeva la corda (zoca) salma, la corda grande e la si legava al collo del cavallo. Ma questa corda era legata a due parti con il cappio senza nodo scorsoio. Queste due corde si mettevano fra le zampe e si legavano come fanno i pastori, si mettevano al collo.
Alcuni attrezzi usati dal maniscalco
Alcuni attrezzi usati dal maniscalco
Il padrone si metteva la giacca davanti altrimenti dopo l'animale lo mordeva. Eravamo due o tre persone e tira tira; gli legavamo le zampe e l'animale cadeva a terra e gli mettevamo un sacco di paglia sopra la testa, Si tirava la corda al collo e si legava come un capretto, tutte e quattro le zampe e allora i testicoli venivano fuori, si ungevano con lo spirito e via di seguito e si prendevano i cordoni, c'erano le venature e diciamo il testicolo [veniva] in mano. E dicevamo: - Ragazzo, vieni qua, ancora scalcia -. Gli attrezzi della castrazione erano: gli "sckocche" che sono due pezzi di canna naturale spaccati in due e di lato si metteva uno spago talmente fine, pulito, e forte. Si prendevano in mano i testicoli e si infilavano queste due canne con il morsetto così che il testicolo rimaneva fuori. Con questa funicella si legavano a tubo in modo che si stendevano e si stringeva per bene e li si lasciava legati per 8 giorni. Allora si prendeva la pelle, si staccava e si tagliava. Adesso ti dico ciò che facevamo noi, quando eravamo giovanotti ne castravamo 3 o 4 al giorno di puledri, poi andavamo a S. Matteo [vicino al convento di S. Matteo] e mangiavamo i testicoli dei puledri e bevevamo il vino nostrano e i fabbri diventavano rossi rossi. Poi quando il lavoro era concluso, il cavallo non ce la faceva ad alzarsi e il padrone usciva da dietro la macera e diceva: - Eh Matteuccio, che ti hanno fatto - l'accarezzava e così l'animale capiva che il padrone non c'era stato e così dopo non lo riconosceva. [il cavallo restava legato] otto giorni con le canne, poi i testicoli venivano tagliati.
[...] La carne veniva tagliuzzata (daccijàta), toglievamo il morsetto per non farlo dissanguare, poi si seccavano e cadevano, così si toglievano completamente. Così il cavallo si scimuniva, diventava calmo calmo (pacione) come succede ai monaci. Per esempio, i monaci adesso non li castra più nessuno.
[...] Effettivamente è capitato. C'era un cavallo che chiamavano don Gennarino di compare Serrilli. Era un padrone ricco, antico questo don Costantino, è venuto da compare Raffaele dicendo: - Il cavallo così così -. Teneva il tumore nella pancia, nell'intestino. Allora l'hanno portato qua nel palazzo vicino alla bottega. L'hanno buttato per terra. Effettivamente il cavallo così doveva morire, allora hanno deciso di fare una prova, che se riusciva bene, altrimenti non si poteva fare niente. Allora l'hanno fatto sdraiare su un lenzuolo e hanno tagliato la pancia e abbiamo tirato fuori sopra il lenzuolo tutte le interiora. Era cresciuto come una cisti nell'interno del loro animale che rischiava di morire.
Maniscalco mentre ferra un asino.
Maniscalco mentre ferra un asino.
[...] Tutto senza anestesia. Mica ci stava l'anestesia (addobbio)!. Allora abbiamo tagliato questa cosa interna, abbiamo messo dentro tutte le interiora, l'abbiamo cucito per bene. Poi avevamo sempre pronta la forgetta piccola, la forgia, con i ferri così arroventati che erano rossi, li "strappe", cosi venivano chiamati. Erano sempre rossi, che come usciva un po' di sangue, ancora si dissanguasse, noi subito con i ferri zrr.. zrr.. li stagnavamo, cucivamo punto dopo punto queste venature qua, e usavamo pinze, cotone e fasce [tanto che] l'operazione riusciva perfetta. Vale a dire che questo animale passando il tempo, ha iniziato a mangiare, è guarito. Ha partorito un cavallo, ha partorito il cavallo e non è morto. Io mi ricordo ancora quando aveva tutte le budella di fuori, e pure è stato salvato. Nel cavallo era cresciuta come un pezzo di carne non so, adesso viene chiamato tumore e prima veniva chiamato cisti, non si sa che roba era.
Comunque abbiamo tolto quasi 3 chili di roba putrefatta, il cavallo si è ristabilito, è guarito. Questa è la situazione circa l'attività di prima, invece oggi tutto è cambiato.
[Questa operazione si faceva] ai cavalli, agli asini, ai muli, a qualsiasi specie. Qua c'era pure la castrazione. Il mio mastro castrava pure i gatti perché i signori avevano pure i gatti. Allora veniva il garzone: - Compare Raffaele, lo senti, ha detto donna Michelina che il gatto che ha deve essere castrato, è un guaio.-. Eh, portalo! -. Il gatto mentre stava mangiando lo acchiappavano e lo mettevano nel sacco. Poi messo nel sacco lo portavano qui. Il mastro mio, io allora ero ragazzo, mi ricordo, lo metteva fra le gambe e tirava fuori i due testicoli e il gatto, oh! mamma mia, come gridava [soprattutto] quando tirava i testicoli e li attorcigliava. Quando sono stati tolti questi due testicoli, i gridi! Allora lo reggevi, prendevi le forbici e li tagliavi, con il ferro arroventato (rusce) chiudevi la ferita (ce 'mbezzava).
Forgia usata dal fabbro. Alla parete sono appesi alcuni attrezzi da questi usati.
Forgia usata dal fabbro. Alla parete sono appesi alcuni attrezzi da questi usati.
Il gatto come un pazzo, quando aprivi il sacco, [prima] era un pò stordito (abbalute), ma subito scappava via come un razzo, non lo vedevi più. - Compare Raffaele! è scappato, come dobbiamo fare? - Quello rincasa da solo, la via la sa, non preoccuparti -. I maiali, diciamo, i maiali li castravamo allo stesso modo, sia maiali maschi che maiali femmine, tutti quanti. Facevi questo lavoro qua per farli ingrassare, per farli stare per modo di dire un po' per conto loro.
[Di animali da castrare] non ce ne stanno più. Cosa ne devono fare degli animali!?
[...] Ultimamente Moscarella ferrava ancora, ma pure questo Lazzaro 'ciaccione', qualcuno è rimasto ancora. Sai dove ferrano ancora? Dalle parti dell'Abruzzo, ci sta ancora qualcuno, ma insomma sono pochi, perché oggi trovi soltanto motori per l'agricoltura. Gli animali da qualche parte si trovano ancora ma sono pochissimi, sono spariti completamente.
Adesso ci sono solo animali magari da corsa, magari qualche cavallo da carrozza, oppure fanno allevamento per venderne la carne. Ma di cavalli non ce ne stanno più.
[...] Ma certo! Nella bottega ci stavano sempre due o tre persone in più, e noi che lavoravamo. Questa bottega era la metà e ci stavamo sempre cinque persone dentro perché il lavoro si svolgeva sempre con il maglio, con lo scalpello, non è come oggi.
Io, per esempio, se voglio ora tagliare cento ferri, mi metto là e con facilità di niente li taglio, mentre prima [c'era] lo scalpello, banc banc, il maglio...
[...] Venivano gli agricoltori per la campagna, poi c'erano i cavalli, i muli, allora in via Pozzo Grande, trovavi carri (traine) e calessi specialmente il sabato.
[...] Uh, peggio ce n'erano. Poi noi che facevamo i fabbri, lavoravamo la domenica a mattina fino all'una, perché dopo dovevamo far festa. E il mastro che diceva: - Ragazzi, stasera (massèra) è sabato. Dopo che avete finito di mangiare venite subito, la mattina un po' subito -, perché dovevamo far festa la domenica. E che succedeva? Che la mattina andavamo a lavorare alle 4, dalle 4 rincasavi verso le due, due e mezzo di mezzogiorno. Nel frattempo (treménte) che mangiavi, andavi [a lavorare] un 'altra volta e veniva la sera, fin verso le dieci di sera. Allora il mastro diceva: - Ragazzi, sapete che cosa dovete fare, un bicchierino di vino, un po' di pane e lavoriamo un altro paio di ore - e lavoravamo fino alla mezzanotte, l'una di sabato. Poi [diceva]: - Allora, andate via, ma domani mattina venite presto. - Verso l'una andavi a letto e verso le tre dovevi già andare a lavorare (ncapulà) un'altra volta. Poi il mezzogiorno che cosa avveniva? Siccome dovevamo far festa la domenica venivamo alle tre, e la domenica lavoravamo più degli altri giorni.
[...] Il fabbro era adatto per qualsiasi cosa. Il fabbro faceva il rasoio per fare la barba, il fabbro faceva un po' di tutto, era anche arrotino, insomma faceva tutto.
[I lavori] oggi dei fabbri!? Oggi i lavori dei fabbri sono cambiati, si fanno balconate, tutto ciò che serve per l'edilizia e via di seguito.
Balcone costruito da un fabbro di S. Marco in Lamis.
Balcone costruito da un fabbro di S. Marco in Lamis.
[...] Beh, per fare un balcone dipende. Questi giovanotti di oggi che non sanno fare niente, adesso prima di tutto vanno a Foggia, S. Severo e trovano i pezzi già fatti e loro quando fanno il telaio e compongono il balcone! Noi, che eravamo di prima, che cosa facevamo? Facevamo delle sagome, facevamo attorcigliare il ferro e facevamo il disegno del balcone secondo come lo dovevi fare. Adesso i giovani moderni non li capiscono, non sanno fare niente. Noi prendevamo la forgia, questa per esempio, mettevi nella forgia e via di seguito, prendevo la 'verzella' mettevi qui dentro e si facevano i 'riccioli' che poi li potevi mettere magari a un balcone, stile barocco oppure di stile diverso e misuravamo l'interno e l'esterno e in più lo spessore del ferro. Poi quando facevi il balcone, per modo di dire, dovevi calcolare un 10 centimetri, per modo di dire, dovevi calcolare quando dovevi stringere in modo da avere le misure perfette per fare questo balcone qua, oppure questa grata e qualsiasi cosa.
A casa per esempio troverai un portone tutto in ferro, poi andando sopra trovi tutte le porte anticorodal che le ho fatte prima io. Poi ho una cristalliera tutta in ferro. Poi ho un tavolo in ferro con i piedi a forma di zampe di leone e sul tavolo ho fatto un portafiori alla romana con dentro un bouquet di rose che a mia moglie piace tanto, ho fatto i lampadari tutti in ferro. Nell'entrata trovi due lanterne. Poi ci sono altri lavoretti, tipo uno spaventapasseri battuto in ferro, trovi anche un'ancoretta piccola, trovi un calessino proprio come si usava prima, che l'ho fatto io, era in legno, perché è capitato che quando sono stato assunto al Castello Svevo di Bari, l'officina a me ancora non l'avevano aperta e mi hanno abbinato con il falegname, e sono stato la bellezza di due anni sempre nella falegnameria. Allora il pomeriggio non sapendo cosa fare lavoravo e ho fatto questo calessino in legno. Però ho fatto anche molte cornici ed ho imparato così anche a fare il falegname e questo per due anni. Poi mi hanno assegnato l'ufficio per conto mio. Questo [mio figlio] era ancora piccolo quando andavo a Bari al Castello. Poi ho fatto la domanda di avvicinamento per Manfredonia, al castello dove adesso vado tutti i giorni. Ho lavorato 5 anni a Bari ed è da 11 anni che lavoro a Manfredonia, nel Castello, al Museo.
S. Marco in Lamis: balcone costruito da un fabbro locale.
S. Marco in Lamis: balcone costruito da un fabbro locale.
Per fare i diversi oggetti in ferro ci sono tante cose. Ci sono tanti attrezzi a seconda di ciò che uno vuole fare. Io per modo di dire voglio fare un balcone, mi faccio un bel disegno, però mi conviene avere delle misure di distanza già precise. Una volta che io ho la misura della distanza posso mettere il ferro di dimensione sia da 6, da 7, da 8 millimetri ecc. Se ad esempio lo spessore è di 4 millimetri, bisogna portarlo a 3 e faccio 3 da una parte e 3 dall'altra, e rimane 5; moltiplicando la misura 3 per 5 (totale 15), quindi non è adatta a fare il balcone, perché una cosa che non è perfetta [non può essere guardata in un certo profilo]. Ogni cosa ha la sua giustificazione come per esempio tu se d'inverno indossi una giacca pesante, allora fai bella figura (cumparisce de chiù), mentre se d'estate indossi un cappotto, allora le persone subito dicono: - Ma che sei pazzo?- così [è considerato] il lavoro. Il fabbro fornisce le attrezzature ai più svariati mestieri. Noi artigiani abbiamo un certo metodo di capire, ad esempio, questa sega. Abbiamo un 45°, così viene chiamato; portando il ferro a 45°, possiamo iniziare qualsiasi lavoro. Prima avevamo i 4 punti cardinali che si dividevano ad occhio e così facevamo lo squadro. Lo squadro è formato da 45° più 45° ossia 90°, 90° e 90° sono 180°, 9 per 4 fa 36 ossia sono proprio i giorni dell'anno. Mi sono spiegato. Lo "squadro" è di 30°, il quadrato è formato da 4 angoli, 90° per 4 fa 360° e così lavoriamo come se seguissimo la bussola. Qualcuno dice: - Come si fa ad andare in America in aereo? -. Ci sono i punti cardinali. Per fare i punti cardinali esiste una parte ferrosa e la bussola è attratta da questo punto rigido; così possiamo orientarci verso qualsiasi direzione, in mare, in terra e ovunque. Così anche per il lavoro accade la stessa cosa. Per fare un armadio e un qualsiasi altro oggetto, è necessario lo "squadro" a 45° che prima chiamavamo "lu cardamone";
adesso si chiama 45°, invece se si tagliava a pinne si diceva che faceva il "cardamone". In conclusione la procedura per ferrare i cavalli era sempre quella.
[Per fare un oggetto era necessaria pure la saldatura con più pezzi di ferro]. Se ad esempio dovevo fare un treppiede, dovevo fare il cerchio poi dovevo incollarlo, mi sono spiegato?
Per non aggiungere chiodi, bisognava fonderlo, si schiacciava, si incollava e si faceva il cerchio col diametro [voluto], poi si bucava, si mettevano i chiodi o qualcos'altro a seconda del lavoro che dovevi fare.
S. Marco in Lamis: il rione denominato 'La padula'
S. Marco in Lamis: il rione denominato 'La padula'
[...] La saldatura prima non esisteva alla fiamma, dopo tanto tempo si è usato l'ossigeno, l'acetilene, le bombole a gas. Ci mettevamo gli occhiali e si saldava perché il lavoro si era evoluto, dal momento che non si fondeva più nel fuoco. Questo perché i pezzi grandi non potevano essere toccati in bottega dove c'era la forgia per fondere. La ringhiera della villa non ha neppure una saldatura perché è stata fatta di recente. Prima invece si incastravano i pezzi a coda di rondine o a treccia; si facevano i fiocchetti prendendo il ferro, si faceva la punta, si metteva, si schiacciava e si univa, così restavano incollati uno all'altro perché la saldatura non si poteva fare. Le sbarre delle carceri che sono sbarre pesanti, venivano fatte dai fabbri; si prendeva un pezzo di ferro rotondo, si segnava con il compasso il diametro, si prendeva lo scalpello, si riscaldava quel punto, si metteva la 'zeppa', si allargava e passava il filo all'interno. Passati parecchi fili, si formava il quadrato, senza saldarlo, mi sono spiegato? e si fondeva nella forgia. Poi si sono venduti i chiodi, anzi prima i chiodi li facevamo pure noi. Prima ad esempio, vendevi un carretto, uno sciarabà, che aveva la ruota del carro [rotta], si metteva la ruota di sostegno (cerchione) attorno attorno. Col passare del tempo il legno si restringeva e l'asse che la reggeva si allargava, usciva fuori. Allora il mastro carraio veniva dal fabbro e diceva: - Devi accorciarlo di tre centimetri o di due centimetri e mezzo -. Anche il mezzo centimetro [veniva calcolato].
S. Marco in Lamis: a pochi passi (a sinistra) della bottega di Angelo Ferro.
S. Marco in Lamis: a pochi passi (a sinistra) della bottega di Angelo Ferro.
E tu come facevi a prendere un asse tanto grande e misurarci mezzo centimetro, non si vede neanche. Vedi qual era la nostra attività. Prendevamo un asse o due e lo mettevamo uno da una parte e uno dall'altra e il mastro con il 'tagghjature' lo spezzava. Prima di spezzarlo, si misurava: 2 cm e mezzo, 2 cm, o 2 cm e 2 millimetri, si usava il compasso; si facevano due punti, uno qua e uno là, poi si allargava il compasso e si faceva un altro punto qua. Questi due punti che comandavano, si prendevano e si tagliavano. Poi si mettevano uno sopra l'altro, si fondevano nella forgia e si tirava con il martello, così che queste due punte arrivavano a giusto punto, altrimenti si riscaldava e si tirava ancora con forza il ferro; perché il ferro si dilatava e si portava la precisione di due centimetri e mezzo. Allora il compasso ti indicava i due centimetri. Questa era la precisione che avevamo, era più precisa di adesso e dovevi essere preciso.
[Perché il ferro si raffreddasse] il tempo era abbondante quando era gelato, si fermava e si misurava: - Bisogna tirarlo ancora? -.
Si metteva nel fuoco un'altra volta e si stendeva (stennerecàva) un 'altra volta finché quando si era raffreddato al punto giusto, il compasso doveva essere preciso e ne toglievi due centimetri e mezzo, due centimetri e tre millimetri. Prima si misuravano anche i millimetri.