Quando? Questa è l'ultima circostanza del nostro esame. Non terminerei più se dovessi giungere sino alla fine di questo quando.

Quando fanno i Ministri ciò che devono fare? Quando rispondono? Quando concedono? Quando nominano? Quando ascoltano? Perché anche una semplice udienza richiede molti quando. Se si fa oggi ciò che si sarebbe potuto fare ieri: se si farà domani quello che si sarebbe dovuto fare oggi (e questi ritardi nel governo portano a danni a volte irrimediabili); quanto do­vranno rendere inquieta la coscienza di coloro che la posseggono quei quando così differiti, trascurati, eterni!

Tutto è immutabile in un ministero eccetto II ministro - Stampa del 1848
Tutto è immutabile in un ministero eccetto II ministro - Stampa del 1848
Nei tempi antichi, nello stato ebraico (e in molti altri) i tribunali e i Ministri avevano le loro sedi alle porte della città. E questo era significato nei Proverbi: Nobilis in portis vir ejus quando sederit cum senatoribus terrae (Nota 42).
Per sottolineare la nobiltà del marito della Donna Forte, la Sacra Scrittura dice che si sedeva assieme ai senatori e ai consiglieri alle porte della città. A questo alluse anche Cristo, quando disse della Chiesa che lui fondava su Pietro: Portae inferi non praevalebunt adversus eam (Nota 43). Le porte dell'inferno non l'avrebbero vinta. intendendo per porte dell'inferno i Consigli dell'inferno, perché i Consigli, i Ministri, i Tribunali, tutto era solito stare alle porte della città. Ma quale ragione aveva spinto i legislatori ad attribuire quel posto ai tribunali e a porre i Ministri alle porte delle città?
Gli storici e gli studiosi di politica riconoscono parec­chie ragioni, ma tutti sono concordi nel dire che ciò avveniva perché fosse dato solo breve tempo al disbrigo della pratica.
Veniva il contadino, veniva il soldato; veniva lo straniero con la sua petizione: senza neppur dover en­trare in città, se ne tornava il giorno stesso con la rispo­sta a casa sua. Quei Ministri erano così solleciti, che non stavano neppure dentro la città per evitare ai richiedenti la fatica, la spesa, il tempo di entrare.
Oh, non sappiano i richiedenti d'oggi la differenza fra quei tempi e i nostri, affinché non debbano maggior­mente dolersi!

In quei tempi antichi i Ministri stavano alle porte della città; ora sono le città che stanno alle porte dei Ministri.Tante carrozze, tante portantine, tanti cavalli. Le porte, i cortili, le strade rigurgitano di gente, e il Ministro se ne sta beatamente, senza che nessuno sappia se è in città, o almeno in questo mondo; ed è necessaria una mancia generosa solo per ottenere da un inserviente la rivelazione di questo mistero.

Una 'donna forte'
Una 'donna forte'
Alcuni pic­chiano alle porte, altri non hanno neppure il coraggio di picchiare; tutti aspettano e tutti disperano. Finalmente esce il Ministro, quando il sole è già alto da quattro ore, e appare e scompare in un baleno; i richiedenti volgono lo sguardo al cielo e si guardano l'un l'altro. Si dividono sconsolati, coloro che uniti avevano sperato insieme.
E come possono vivere e agire così inumanamente uomini che si accostano al Sacramento della Confessio­ne, quando uomini che non avevano né la fede né il Sacramento si comportavano invece tanto più ragionevol­mente? Quegli antichi Ministri, anche se rimandavano i richiedenti senza esaudirli, li beneficavano in tre ma­niere. Risparmiavano loro il tempo, il denaro, i viaggi. I nostri Ministri, invece, anche se vi trattano bene, vi danneggiano nelle stesse tre cose: nel denaro perché ve lo fanno spendere, nel tempo perché ve lo fanno perdere, nei viaggi perché ve li fanno moltiplicare. E questi viaggi, e questo tempo, e questo denaro, chi li deve restituire? Chi deve restituire il denaro a chi spende senza aver denaro da spendere? Chi deve restituire i passi dei viag­gi inutili? Chi deve restituire il tempo perduto? Oh, tem­po così necessario e così buttato via!

Il giudice protrae a otto mesi il tempo necessario a dare una risposta che avrebbe potuto esser data in otto giorni; il Ministro protrae fino a otto anni il tempo necessario alla soluzione di un caso che avrebbe potuto esser risolto in otto ore.

L'Orto degli Ulivi
L'Orto degli Ulivi
E il sangue del soldato, le lacrime dell'orfano, la miseria della vedova, l'afflizione, la confusione, la disperazione di tanti bisognosi di aiuto? Cristo disse che ciò che viene fatto ad essi, viene fatto a lui. E in nessun altro meglio che in lui si possono vedere i terribili effetti di una di­lazione.
Cristo supplicò per tre ore nell'Orto. In queste tre ore supplicò ripetutamente la stessa cosa; nessuna volta gli fu risposto. E quando si rese conto di questo, che cosa gli accadde? Fu così grande il suo dolore, la sua desola­zione, la sua disperazione, che sudò sangue da tutte le vene: Factus est sudor ejus, sicut guttae sanguinis decurrentis in terram (Nota 44).
La vita di Cristo durante i trentatré anni fu tutta un continuo esercizio di eroica sopportazione; ma nessun travaglio gli fece sudare gocce di sangue se non questo di chiedere una, due, tre volte senza ottenere risposta. Se tre ore di richiesta senza risposta hanno il potere di far sudare sangue a un Uomo-Dio, tanti anni di richie­ste inutili, che effetto potranno causare a un uomo-uomo? La richiesta di Cristo: Pater si possible est (Nota 45), supposto il decreto del Padre e la prescienza dello stesso Cristo, era di materia impossibile. E se non ricevere risposta a una richiesta impossibile produce tanto gravi effetti, il non ricevere risposta a una cosa che può essere fatta e forse anche per tutti, quanto rincrescimento non dovrà causare? Ciò che più deve dispiacere in questa noncuran­za nel rispondere da parte di coloro che ne hanno l'uffi­cio, sono i danni pubblici che da queste noncuranze de­rivano.
Non sarebbe forse meglio per lo Stato, se quel san­gue che si suda nelle richieste fosse invece versato sul campo di battaglia? E non solo si suda sangue, ma non rimane più nemmeno entusiasmo, né desiderio, né vo­lontà: tutto si perde. Cristo cominciò a pregare nel­l'Orto; ma in questo lungo supplicare entrò in Lui il fastidio, il timore, la tristezza: Cepit pavere, et taedere, contristari, et moestus esse. Lo stesso succede, nella Corte, al più valoroso capitano, al più entusiasta dei soldati. Un soldato che va alla guerra porta con sé tre cose: la volontà, il coraggio, l'entusiasmo. Torna dalla guerra e si reca a chiedere qualcosa, ed ecco che i suoi tre tesori cambiano natura: la volontà si muta in fastidio, Taedere. Il coraggio si muta in timore: Pavere. L'entusiasmo si muta in tristezza: Et moestus esse (Nota 46). E a chi si deve ascri­vere la colpa di questo enorme mutamento, tanto dannoso al bene pubblico? Alle dilazioni, alle incertezze, ai tentennamenti, agli oggi, ai domani, ai dopodomani, ai mai dei vostri quando.
Coloro che agiscono in questo modo si rendano one­stamente conto (anche se preferirebbero non farlo) che la restituzione dovuta non è una sola, ma duplice: una all'individuo e una allo Stato. All'individuo perché ha fatto il suo dovere, allo Stato perché non troverà più chi farà il suo dovere.
Voi mi direte che non ci sono persone né possibilità sufficienti per ascoltare e accontentare tanta gente. Ecco, era proprio a questa scusa che vi aspettavo. Coloro che non hanno avuto soddisfazione dicono che c'è abbastanza gente e abbastanza possibilità per coloro ai quali voi volete rispondere, e non ce n'è invece per coloro ai quali voi non volete rispondere. Io non dico questo, perché non ci credo; ma se in effetti mancano queste persone e queste possibilità, perché non lo dite loro francamente? Perché li tenete in sospeso? Perché li ingannate? A che fine ridurli in miseria, rovinandoli? Questa domanda non ha risposta; perché anche se può parere più opportuno non togliere la speranza ai richiedenti, il tenerli nell'in­certezza e nel dubbio è per loro causa di maggior dolore di quello che sarebbe il disinganno. Vediamolo nello stes­so brano che stavamo esaminando.
Angeli
Angeli
Cristo implorante era arrivato al culmine della sua angoscia, quando un angelo scese dal Cielo a confortarlo: Apparuit illi angelus de coelo, confortans eum (Nota 47). Ma in che cosa consistette il conforto, se la risposta fu che bevesse il calice, mentre la richiesta di Cristo era di allontanarglielo? In questo consistette il conforto; perché pur non concedendogli ciò che chiedeva, gli dettero la certezza di quello che doveva essere. Vedete dunque quan­to è meglio togliere ogni inganno agli uomini, piuttosto che illuderli, e tenerli in sospeso con dilazioni? La dila­zione e l'incertezza furono agonia per Cristo: la disillu­sione fu un sollievo. La dilazione che non porta con sé un esito favorevole alla domanda, si risolve in due mali; una risposta negativa data subito è un male che porta con sé un bene che lo mitiga; perché se non mi date ciò che chiedo, mi liberate almeno dalla sofferenza dell'in­certo. Mi liberate dalla sospensione, dal timore, dall'in­ganno, dalla lontananza dalla mia casa, dalla Corte e dalle spese che essa comporta, dallo stato e dalle umilia­zioni di richiedente, dal vostro tribunale, dalle vostre scale, dai vostri servi; infine mi liberate da voi. E questo vi pare poco? Ma se con un disinganno dato a tempo gli uomini diventano meno lamentosi, il Governo diven­ta più stimato, il Re più amato. Lo Stato meglio servito; perché si deve dilazionare, perché non si deve disilludere subito il povero richiedente che tanto più povero diventa quanto più voi lo tenete in sospeso? Se non ci sono mezzi sufficienti per dare una risposta favorevole, non ci sarà neppure un no di due lettere per poterlo disingannare? Sarà preferibile che il disinganno venga dopo che ha per­duto tutto? E che sia proprio il vostro inganno la causa di tutta la sua perdita? Volete forse che si pensi che ne alimentate le inutili speranze, perché rendono di più colo­ro che sperano che coloro i quali sono stati disingannati? Ma se non gli potete dare ciò che gli dovete negare, chi gli restituirà ciò che gli avete fatto perdere? Oh terribili restituzioni! Oh coscienze! Oh anime! Oh esami di co­scienza! Oh confessioni! Sia questo l'ultimo dei miei stupori! Poiché io non lodo e non biasimo, io soltanto mi stupisco con le turbe: Et admiratae sunt turbae.