Così si comportò Dio con il primo uomo del mondo, e così si devono comportare con tutti gli uomini del mondo coloro che hanno preso il posto di Dio.

Ma che mai accadrebbe se non solo si vedessero i ladri conservati nei posti nei quali rubano, ma anzi, dopo che hanno rubato, promossi a incarichi maggiori?

Predica di San Giovanni Battista - Paolo Veronese
Predica di San Giovanni Battista - Paolo Veronese
Non possiamo più basarci per questo sulle Scritture, perché in esse non ci sono simili esempi. Troviamo scritto di Re che mandarono a debellare nemici, questo sì; ma di Re che mandarono a governare, non troviamo scritto che usassero simili sistemi. Assuero, Nabucco, Ciro, che ingrandivano i loro domini per mezzo di guerre, premiavano i capitani avanzando di posto quelli che si erano maggiormente distinti nel distruggere città, nell'accumulare ricchezze coi saccheggi; da questo nascevano Nabuzardan, Oloferne, e gli altri flagelli del mondo. Ma i Re che considera­vano i vassalli come loro sudditi e gli Stati conquistati, anche se molto distanti, come possedimenti loro e non altrui, leggete nel Vangelo quali uomini sceglievano e di quanta utilità, per affidar loro il governo di quelle pro­vince.
Un Re - ci dice Gesù Cristo Signor Nostro - doven­dosi assentare dal suo regno per andare alla conquista di un altro, affidò l'amministrazione dei suoi beni a tre servi. Il primo accrebbe di dieci volte la parte a lui asse­gnata; e il Re, dopo averlo lodato, gli affidò il governo di dieci città: Euge bone serve, quia in modico fuisti fidelis, eris potestatem habens super quinque civitates (Nota 27). Da questo vediamo che, secondo l'insegnamento di Cristo,

il Re fa e deve far progredire negli incarichi del Governo coloro che fanno fare progressi alle proprietà del Re e non alle loro proprietà.

Ma vediamo che accadde al terzo servo. Questi restituì al Re ciò che aveva ricevuto, senza averne tolto niente, ma senza neppure avere niente au­mentato. E nello stesso istante, senza alcuna spiegazione, egli fu privato dell'incarico di amministratore: Auferte ab illo unam. Oh, come sarebbero beati i nostri tempi se quello che fu colpa meritevole di far perdere il posto a quel servo, fosse ora la ragione di merito e di buon ser­vizio che fa progredire nella carriera gli amministratori!

Se l'amministratore che non prese un nichelino per sé e lasciò il patrimonio nelle condizioni in cui gli era stato affidato, merita di perdere il suo impiego, che cosa meriteranno quelli che lo lasciano distrutto e rovinato, così diminuito e disfatto da non aver neppur la più lontana somiglianza con quello che era? Meritano che si facciano decreti in loro favore, che si facciano progredire nelle cariche, che si mettano in posti di maggiore responsabi­lità, affinché possano mettere altre cose allo sbaraglio o possano condurre tutto in rovina!

Io veramente pensavo che Cristo, come mise nella parabola due servi che aumentarono il patrimonio del Re e uno che non l'aumentò, avrebbe messo anche un servo che lo diminuisse e così ci sarebbero state tutte le pro­babilità. Ma il Divino Maestro non volle includere un servo di questo genere, perché parlava di un Re giusto e sag­gio, e i Re che possiedono queste qualità (e le devono avere tutti, sotto pena di non essere Re) non ammettono al loro servizio e

non scelgono come amministratori dei lori beni uomini che possano rubare: potrà accadere, ma una volta sola, che affidino i loro beni a chi non sappia accrescerli; ma chi affida a un uomo capace di rubare, sia la sua stessa proprietà di Re, sia quella dei suoi sud­diti (il che in ultima analisi è una proprietà sola), non è né giusto né saggio né Re.

Resurrezione della figlia di Giairo - Paolo Veronese
Resurrezione della figlia di Giairo - Paolo Veronese
E che accadrebbe se questi disonesti dopo aver derubato una città fossero promossi al governo di cinque; e se dopo aver derubato cinque, fossero promossi al governo di dieci? E che dovrebbe fare di più un Principe cristiano per essere simile ai Principi non cristiani dei quali Isaia dice: Principes tui infideles socii furum (Nota 28): i Principi di Gerusalemme non sono fedeli, ma infedeli, e sono compagni dei ladri. Ebbene, sappia il Profeta che ci sono Principi cristiani e fedeli che sono assai più miserabili e assai più infelici di quelli. Infatti un Principe che facesse combutta con i ladri, socii furum, avrebbe naturalmente per sé una parte della refurtiva. Questi Principi sono invece così lontani dal rice­vere parte delle ruberie, che sono anzi essi stessi i primi ad essere derubati e spogliati. E allora se questi Principi sono i primi derubati, come fanno ad essere compagni dei ladri: Principes tui socii furum? Forse perché sono ladri quelli che accompagnano e assistono i Principi? Se così fosse, la cosa non ci sorprenderebbe. Nei tempi antichi coloro che stavano a fianco del Principe per assisterlo, si chiamavano laterones. Dopo, secondo quanto afferma Mar­co Varrò, quel vocabolo si corruppe e dette origine al nome latrones. Sarebbe dunque strano se, come si è corrotto il vocabolo che li indica, si fossero corrotti nello stesso modo anche gli uomini? Beh, io non dico questo, e non lo penso neppure. Dico invece, perché lo so con certezza, che in qualche parte del mondo si può vedere attuato quello che Isaia dice dei Principi di Gerusalem­me: Principes tui socii furum: i tuoi Principi sono com­pagni dei ladri. E in che modo sono compagni dei ladri? Sono compagni dei ladri perché chiudono un occhio sulle loro imprese, perché li lasciano fare, perché affidano loro cariche e poteri, perché a volte giungono a difenderli; e infine sono compagni dei ladri perché assieme a loro vanno - come è giusto che vadano - all'inferno, luogo verso il quale i ladri li trascinano.
Conversione di Maria Maddalena - Paolo Veronese
Conversione di Maria Maddalena - Paolo Veronese
Si ascolti la minaccia e la sentenza di Dio verso questi tali: Si videbas furem currebas cum eo (Nota 29). Gli Ebrei leggono invece concurrebas; e questo perché ci sono Principi che corrono con i ladri e concorrono alle loro ruberie. Corrono con i ladri, perché li ammettono alla loro familiarità e simpatia; e concorrono alle loro ruberie, perché, affidando loro incarichi e autorità, contribuiscono per la loro parte a render possibili quelle ruberie. Ma la più grave circostanza di questo gravissimo delitto è quel Si videbas. Se questi ladri fossero occulti, e se chi corre o concorre con loro non li conoscesse, si potrebbe accordargli una scusante; ma se al contrario sono ladri pubblici e riconosciuti, se rubano senza maschera e a faccia scoperta, se tutti li vedono rubare e anche colui che li appoggia vede queste ruberie: Si videbas furem, che scu­sante può avere davanti a Dio e davanti al mondo? Existimasti inique quod ero tui similis? Pensi dunque tu, uomo ingiusto - dice Dio - che io devo esser simile a te, e che come tu hai chiuso un occhio con questi ladri, io lo chiuda con te? Come ti inganni! Arguam te, et statuam me contra faciem tuam. Di queste stesse ruberie che tu vedi e permetti, farò uno specchio in cui potrai mirarti. E quando ti accorgerai che sei così colpevole per questi furti, quanto lo sono i ladri che li hanno commessi, dato che non li hai impediti, e più di quanto non lo siano i ladri, perché hai prestato giuramento di impedirli, allora riconoscerai che ti condanno all'inferno tanto giustamen­te quanto condanno loro, e ancora di più.
Così dichiara con ultima e terribile sentenza la parafrasi caldea del Testo: Arguam te in hoc saeculo, et ordinabo judicium Gehennae in futuro coram te. In questo mondo riprenderò la tua coscienza come la sto ora riprendendo; nell'altro mondo condannerò la tua anima all'inferno, come si vedrà nel giorno del giudizio.