Supposta dunque questa prima verità, certa e infallibile, il secondo postulato che io pongo, con la stessa sicu­rezza, è che la

restituzione dell'altrui, come condizione imprescindibile per la salvezza, non è posta solo ai sudditi e ai privati, ma anche agli scettri e alle corone.

Alcuni Principi pensano o vengono indotti a pensare che, come sono superiori a tutti per la loro posizione, così sono padroni di ogni cosa! e questo è uno sbaglio enorme.

La legge di restituzione è una legge naturale, è una legge divina.

In quanto legge naturale obbliga i Re a sottostare ad essa, perché la natura è uguale per tutti; in quanto legge divina li obbliga ugualmente, perché Dio, che con­cede loro di essere superiori agli altri, è superiore a loro.
Questa verità ha contro di sé soltanto la pratica e l'uso. Ma per quello che riguarda l'uso, sentiamo le argo­mentazioni di San Tommaso che oggi prendo come mio maestro, e che è la maggior autorità in argomenti di questo genere:

Terrarum principes multa a suis subditis violenter extorquent: quod videtur ad rationem rapinae pertinere: grave autem videtur dicere, quod in hoc peccant : quia sic fere omnes principes damnarentur. Ergo rapina in aliquo caso est licita (Nota 8). E cioè: rapina o furto è il prendere l'altrui con la violenza e contro la volontà del legittimo proprietario: i Principi tolgono molte cose ai loro sudditi, violentemente, e contro la loro volontà. Quindi si vede che in certi casi la rapina prende una veste di legalità; infatti se accusassimo i Principi di furto, tutti o quasi tutti dovrebbero essere condannati: Fere omnes principes damnarentur.

Oh che terribile e temibile conseguenza! Come essa richiede che profondamente meditino su questo pensiero i Principi e tutti coloro che hanno una parte di responsabilità nelle loro decisioni e nei loro Consigli!
Il Dottore Angelico, che prima ho nominato, risponde al suo quesito, e sebbene non sia mia abitudine molestare gli ascoltatori con lunghe citazioni latine, pure non posso fare a meno di riferire le sue parole:

Dicendum, quod si principes a subditis exigunt quod eis secundum justitiam debetur propter bonum communem conservandum, etiam si violentia adhibeatur, non est rapina.Sivero aliquid principes indebite extorqueant, rapinaest, sicut et latrocinium. Unde ad restitutionem tenentursicutet latrones. Et tanto gravius peccant quam latrones,quanto pericolosius, et communius contro publicam justitiam agunt, cujus custodes sunt positi (Nota 9).
Rispondo (dice San Tommaso) che se i Principi prendono dai sudditi ciò che loro è dovuto per la conservazione del bene comune, anche se per ottenerlo devono ricorrere alla forza, il loro agire non può essere chiamato rapina o furto. Tuttavia se i Principi prendono con la violenza ciò che non è loro dovuto, questo sì è rapina, è latrocinio. Ne consegue che essi sono tenuti alla restituzione, come i ladri comuni; anzi essi peccano assai più gravemente dei ladri comuni, in quanto il danno con cui offendono la giustizia pubblica, affidata a loro perché la difendano, è tanto più grave e più esteso.

Questo dice dei Principi, il principe dei Teologi. E siccome la parola rapina e latrocinio, applicata a uomini della più elevata sfera, è tanto contraria alle lusinghiere parole che sono abituati ad ascoltare, da sembrare una stonatura, egli velatamente scusa la crudezza del suo parlare e nello stesso tempo ne prova la verità con due testi di altri autori; uno addirittura divino, del Profeta Ezechiele, e l'altro poco meno che divino, di Sant'Agostino. Il Testo di Ezechiele è parte dell'elenco di colpe a causa delle quali Dio castigò tanto severamente i regni di Israele e di Giuda, l'uno con la schiavitù degli Assiri, l'altro con la schiavitù dei Babilonesi; e la causa che egli indica, dopo molto riflettere, è che

i Principi di quelle genti, invece di custodire i loro sudditi come fanno i pastori con il loro gregge, li predavano, come fanno i lupi: Principes ejus in medio illius, quasi lupi rapientes praedam (Nota 10).

Saul e Davide - Dipinto del Guercino.
Saul e Davide - Dipinto del Guercino.
Dio elesse da se stesso due soli Re: Saul e David; e tutti e due li scelse pastori, perché usando del­l'esperienza acquisita nel curare i loro greggi, sapessero come si devono governare i sudditi; ma i loro successori, spinti dall'ambizione e dalla cupidigia, si allontanarono tanto da questo amore e da questa cura, che invece di proteggere i sudditi e preoccuparsi dei loro pascoli, li depredavano e li azzannavano come lupi: Quasi lupi rapientes praedam.
Il testo di Sant'Agostino invece parla in generale di tutti i regni nei quali simili oppressioni e ingiustizie sono ordinaria amministrazione, e dice che fra quei regni e le spelonche dei ladri c'è solo una differenza: che i regni sono delle grandi spelonche di ladri e le spelonche dei ladri sono piccoli regni: Sublata justitia, quid sunt regna, nisi magna latrocinio? Quia et latrocinio quid sunt, nisi parva regna?
Del resto, anche un pirata disse la stessa cosa ad Alessandro Magno. Alessandro con la sua poderosa flotta navigava per il Mar Eritreo, diretto alla conquista dell'India, ed essendo condotto alla sua presenza un pirata che andava per quei mari predando i pescatori, il Re lo rimproverò aspramente per quel suo abominevole modo d'agire. Ma quello, che non era né timido né stupido, gli rispose:

'Signore, perché io rubo con una navicella sono un ladro, e voi, perché rubate con una flotta, siete imperatore'. Ed è realmente così: rubare poco è colpa, rubare in grande stile è grandezza; il rubare con poche forze rende corsari; il rubare con molte, Alessandri.

Ma Seneca, che sapeva molto bene distinguere le qualità umane e interpretare il significato delle azioni, chiamò gli uni e gli altri con lo stesso nome: Eodem loco pone latronem, et piratam, quo regem animum latronis et piratae habentem. Se un Re, sia Re di Macedonia o di qualsiasi altro posto, fa ciò che fa un qualsiasi altro corsaro o ladro, il ladro, il corsaro e il Re hanno lo stesso posto e meritano lo stesso nome.
Quando lessi queste parole in Seneca, non mi stupii tanto che un filosofo stoico ardisse scrivere cose simile in Roma, e per di più sotto il governo di Nerone;

lo stupore divenne quasi vergogna, pensando che cose simili i nostri predicatori del Vangelo, che vivono sotto il governo di Principi cattolici, non osano mai dire.

Ebbene sappiano questi eloquenti muti che più offendono il Re con ciò che tacciono che con ciò che potrebbero dire, perché la sicurezza con cui queste cose vengono dette, è un indice che non si vogliono offendere i potenti, che non si pensa nemmeno di volerli allusivamente toccare; la cautela invece con cui si tacciono queste cose è per essi un motivo di offesa, perché la ragione del silenzio è data dal timore che essi possano sentirsi toccati dalle nostre parole.
Ma passiamo brevemente al terzo postulato, che sarà anche l'ultimo, perché tutti e tre sono necessari per giungere poi al nocciolo della questione.