Le montagne di Marz nella notte del Sabbat - Stampa del 1857
Le montagne di Marz nella notte del Sabbat - Stampa del 1857
Abbiamo finora indicato con quali mezzi si possano anticipatamente eliminare o diminuire le occasioni di dire o ascoltare questo così duro e sgradevole avverbio. Ma poiché malgrado questo possono verificarsene alcune nelle quali si renda necessario il negare, vediamo ora il modo o i modi in cui si possa dire il no, provocando minor risentimento nei sudditi e minor mortificazione nei Principi. Un Re disse a un suo confidente che c'erano ventiquattro modi di negare; questa notizia giunse all'orecchio di un ambasciatore che da molto tempo cercava di ottenere una soluzione di una certa pratica. Questi,usando della confidenza di antico servo del Re quale era stato, cominciò una nuova istanza con queste parole: 'Poiché sento dire che Vostra Maestà ha ventiquattro sistemi di negare, ecco, Signore: se la Maestà Vostra ha ventiquattro modi di negare, io ne ho venticinque di chiedere'.
Quali fossero, io non lo so e non ci interessa; c'in­teressa invece che i sistemi di chiedere sono o possono essere in numero maggiore, e che si rende necessario, per difendersi dalla importunità dei pretendenti, respin­gerli con un no che non ammetta replica, più o meno secco a seconda del caso.

Prima di tutto mi sembra che meritino un no molto chiaro e molto secco quei gruppi di consiglieri che, inven­tando e offrendo nuovi sistemi e metodi di accrescere l'erario regale, nello stesso tempo dicono (e qui sta il peggio) che devono esserne loro stessi gli esecutori, e per fare questo chiedono mezzi e autorità.

Il grano e la zizzania
Il grano e la zizzania
Nel campo di un padre di famiglia nacque della zizzania, e i servi, accor­tisi dell'inconveniente, accorsero, con molto zelo, dal loro padrone, esagerando il danno e offrendosi ad andare a pulire il campo e a portar via la zizzania: Vis, imus et colligimus ea? (Nota 31): Volete, Signore, che andiamo a rac­coglierla? Raccoglierla, dissero, e non strapparla, perché questi zeli e queste offerte sono assai vicini alla strada dell'interesse. Il padre di famiglia, senza ringraziarli del loro interessamento rispose: Ait illis: Non: Niente af­fatto! Così si deve rispondere a simili proposte, con un no molto secco e risoluto. Il padre di famiglia s'in­tendeva di agricoltura assai più dei servi. I servi mette­vano in luce l'utilità che avrebbero portata a lui, ma il padrone avvertiva gli inconvenienti; essi dicevano che volevano ripulire il campo, ed egli capiva che avrebbero portato via assieme alla zizzania anche il grano: Ne colligentes zizania eradicetis simul et triticum (Nota 32). Non si deve fare ciò che voi dite e non dovete esser voi a farlo, perché quello è il compito dei mietitori che sono esperti e preparati: In tempore messis dicam messoribus (Nota 33).

Quan­do coloro che non sono esperti e non hanno pratica delle cose offrono i loro consigli e servizi, essendo soltanto apparente l'utilità da loro magnificata, intempestive le occasioni, e sicuri i danni (generalmente succede proprio così), liquidi il padre di famiglia quei consiglieri e le loro proposte, e dica loro un no molto succinto e molto chiaro: Ait illis: non.

Giacobbe, Labano e il suo gregge, Lia e Rachele - Dipinto di Mattia Preti
Giacobbe,  Labano e il suo gregge, Lia e Rachele - Dipinto di Mattia Preti
In altre occasioni in cui il negare si rende necessa­rio, si usa scusare un no con un altro no; e dato che è un sistema molto usato, non è bene passarlo sotto si­lenzio, senza esaminarlo e senza commentarlo. Labano negò a Giacobbe il premio di sette anni di servizio per i quali si erano accordati, e in luogo di Rachele, come chi paga con monete false, gli consegnò Lia. Egli alla luce del giorno scoprì l'inganno e si lamentò con Labano che non gli aveva dato Rachele: Nonne pro Rackel servivi tibi? (Nota 34). Che soddisfazione gli dette Labano, il cui nome significa il candido? Scusò il no con un altro no, dicendo che non era usanza della sua terra sposare per prime le secondogenite: Non est in loco nostro consuetudinis, ut minorem ante tradamus ad nuptias (Nota 35). Ma è forse usanza della vostra terra non mantenere le promesse? È usanza della vostra terra l'ingannare e mentire? È usan­za della vostra terra mancare alla giustizia, alla ragione, e portare come scusa che non è usanza?
Passiamo ora dalla terra di Labano alla nostra. In tutta la terra, come dimostra Aristotele, è legge naturale che i saggi governino e comandino, e che i meno saggi obbediscano e servano. In tutta la terra è legge naturale, confermata dalle leggi civili, che quelli che sono più eminenti, ciascuno nel suo campo specifico, occupino i migliori posti ed abbiano le migliori ricompense. Bisogna però fare una eccezione per il nostro Paese in cui per ot­tenere queste ricompense e occupare questi posti non è sufficiente l'eminenza del talento né del merito, se manca un certo grado di una certa qualità, la quale a sua volta senza esser accompagnata da altro merito o talento, è da sola sufficiente per chiedere e raggiungere, o raggiun­gere senza nemmeno chiedere, quei famosi posti. E se gli stranieri si meravigliano e rimangono male nel vedere che quegli uomini che essi e tutto il mondo venerano, non occupano quei posti, si risponde a questo no con un altro no: Non est in loco nostro consuetudinis.
San Giacomo Maggiore
San Giacomo Maggiore
Se uno dei pretendenti del Vangelo (ad esempio S. Giacomo, che venne in Portogallo) fosse venuto oggi, e invece del seggio che chiese avesse preteso qualche posto di vescovo nel Regno di Portogallo, gli sarebbe stato risposto che non era possibile una cosa simile nel Regno, essendo egli figlio di pescatori, e che il massimo favore che si sarebbe potuto accordargli sarebbe stato un vescovado al di là del mare, e magari gli sarebbe stato nominato satiricamente quello di Meliapor, dato che si trova su una delle coste più ricche di pesca. Se Giosuè, conquistatore di trentatre regni, cui anche il sole fu lieto di obbedire, avesse desiderato esser nominato capitano generale, gli si sarebbe ugualmente obiettato che era impossibile, essendo egli stato servo di Mosè. E se Giu­seppe, che fu l'uomo più attivo nell'accrescere il patrimonio del suo Re e il più fedele nel conservarglielo, volesse essere capo del ministero del tesoro, pensate che potrebbe esserlo? No, non lo permetterebbero quelle pecorelle che suo padre aveva portato a pascolare. Non parlo di Bartolo, se mai gli venisse in mente di ottenere l'amministrazione della Giustizia, o di Navarro se mai pensasse di governare le coscienze; infatti il secondo di essi, avendo insegnato in Portogallo, con ammirazione di tutte le uni­versità, ciò che aveva appreso in quella di Coimbra, disse da sé il suo no e andò a morire in terre straniere per non sentirsi dire nella nostra: Non est in loco nostro consuetudinis.
Purtroppo ciò che viene definito usanza, non è usan­za, ma abuso contrario alla natura, alla ragione, alla virtù, e pregiudizievole per lo stesso Stato; e i Principi che pensano che questo no può scusarli, sappiano che esso non solo non li scusa, ma anzi li accusa e condanna, e li rende odiosi ai vassalli, al mondo, allo stesso Dio, il quale creò tutti gli uomini figli dello stesso padre e della stessa madre.
Un tempio a Meliapor
Un tempio a Meliapor
Scartato dunque questo sistema di dire no, che è un abuso proprio del nostro Paese, il sistema che in tutti i Paesi tutti approvano e che i migliori politici insegnano come il più decoroso, è che il Principe, quando è costretto a dire no, per addolcire la durezza di quel no, dopo essersi ben reso conto di ogni particolare, giustifichi la sua risposta con le sue sagge ragioni. È tuttavia necessario stare attenti ad usare questo sistema con tale moderazione e cautela, che per abbellire il no non si avvilisca l'autorità del Re, o il credito dei suoi ragionamenti e le ragioni stesse che si portano per giustificare il rifiuto.
Il re Achiz negò a David il permesso che questi gli chiedeva per poterlo servire come libero soldato, e giustificò il suo no con un no dei suoi consiglieri: Non places satrapis. Tuttavia prima di giungere a pronunciare questo no e dopo averlo pronunciato fece un giuramento e una dichiarazione che erano più decorosi per chi li ascoltava che per chi li pronunciava: Vivit Dominus, quia rectus es tu, et bonus in cospectu meo, sed non places satrapis: scio quia bonus es tu in oculis meis sicut An­gelus Domini (Nota 36): Ti giuro, David, che per me tu sei retto e buono, e ti considero retto e buono come un an­gelo di Dio; ma non sei gradito ai miei satrapi.

Quante cose si negano a uomini meritevoli come David, non per­ché essi non siano degni - sono al contrario degnissimi - ma perché non sono graditi alla cricca che sta attor­no al Re.

Sebastiano I del Portogallo - Stampa del 1845
Sebastiano I del Portogallo - Stampa del 1845
Se il concetto del Re riguardo a David era così di­verso da quello dei suoi satrapi da ritenerlo un uomo giusto e buono, anzi più angelo che uomo, perché il Re non si affida piuttosto a questo suo parere e giudizio, e si preoccupa invece del disappunto che potrebbero aver­ne i suoi consiglieri? E poiché preferisce conformarsi alla risoluzione di quei consiglieri, perché la presenta a Da­vid infiorata da tante lodi che per se stesse confutano e condannano quella negazione? Ma tutto questo Achiz lo fece per abbellire il no con il quale negava a David ciò che questi gli chiedeva. Ma con quegli abbellimenti egli rese grottesca prima di tutto l'autorità e la sovranità del Re, in quanto dichiarando di seguire il voto dei suoi consiglieri contro il suo stesso parere e pensiero, mostrò di essere soggetto ai suoi cortigiani e non superiore e signore; e insieme rese ridicolo anche il credito di quegli stessi consigli, in quanto dicendo che David non era loro gradito, mostrò che essi si lasciavano guidare più dalla simpatia delle persone che dal merito delle imprese; infine espose a giusta critica anche la stessa ragione che adduceva come giustificazione, in quanto mettendo in rilievo il rettissimo modo di procedere di David

distruggeva la cosiddetta ragione del rifiuto, la quale appariva ormai nella sua vera natura, non di ragione, ma di pre­testo.

Dovendo poi il Principe farsi scusa o scudo dei suoi consiglieri, dica che ha dato ordine e che ha fatto studiare il caso in tutti i minimi particolari, e che alla fine ha dato ragione ai suoi consiglieri, e non dica niente di più.