L'Ultima Cena - Leonardo da Vinci
L'Ultima Cena - Leonardo da Vinci
Discussa così la nostra questione, osservando le une e le altre ragioni che possono portare a dubitare dell'opportunità o meno del pronunciare il no, si conclude con piena certezza che questo no è come tutte le altre cose di questo mondo, che hanno i loro lati buoni e i loro lati cattivi, le loro utilità e i loro inconvenienti. Per non cadere o inciampare in questi inconvenienti che si tro­vano in tanta moltitudine di richieste, il primo pensiero o la prima cautela del Principe prudente deve essere l'evitare, per quanto possibile, tutte le occasioni di dire no.
Ma come si possono evitare o eliminare queste occasioni, essendo tanti i pretendenti, tante le pretese, tanti i richiedenti, tante le richieste? Secondo me, agendo con destrezza e costanza, in modo che essi diventino sempre meno; e usando, per raggiungere questo fine, dei mezzi che ora indicherò e che ci vengono insegnati dal brano del Vangelo che esamineremo oggi.

Il primo mezzo è il negare alle persone più in vista o comunque più vicine al sovrano, legate a lui da vincoli di affetto e simpatia.

Paolo di Tarso in un dipinto di Andrej Rublëv
Paolo di Tarso in un dipinto di Andrej Rublëv
E la ragione mi sembra chiarissima. Infatti se coloro che vivono al di fuori della Corte vedranno che coloro che stanno dentro alla Corte, e profondamente dentro, non ottengono ciò che chiedono, co­me avranno il coraggio di avanzare proposte insensate?
Dio aveva deciso di castigare il popolo d'Israele con quattro calamità o flagelli: fame, guerra, peste e belve feroci; e affinché fosse ben chiaro che per nessuna preghiera o intercessione sarebbe stata sospesa l'esecuzione di tale castigo, disse che se anche l'avessero pregato NoèGiobbe e Daniele, non avrebbe loro dato ascolto. Il modo usato dal Profeta Ezechiele per esprimere questa minaccia è molto singolare. Egli usa queste parole: Se manderò fame, anche se intercederanno Noè, Giobbe e Daniele, i campi e le messi si seccheranno; se manderò guerra, anche se intercederanno Noè, Giobbe e Daniele, la spada distruggerà tutto; se manderò peste, anche se intercederanno Noè, Giobbe e Daniele, la morte consu­merà ogni cosa; se manderò bestie feroci, anche se intercederanno Noè, Giobbe e Daniele, le bestie distruggeranno e devasteranno tutto.
Con ragione ho chiamato questo modo di esprimersi singolare, perché in tutta la Scrittura non se ne trova uno simile. Come mai Ezechiele lo usa, e Dio fa usare da Ezechiele questo modo di esprimersi pieno di tanto chiare e ripetute affermazioni tendenti a far capire che le preghiere di Noè, Giobbe e Daniele non riusciranno a far niente in favore del popolo ebraico? Perché in differenti secoli questi tre personaggi sono stati i più benvoluti da Dio; e perché il mezzo o esempio più efficace per persuadere e disingannare tutti coloro ai quali non debba venir concesso ciò che è stato richiesto, è negare alle stesse persone che godono prestigio presso il Re. Se Dio nega a Noè, a Giobbe, a Daniele ciò che essi chiedo­no, come potrebbe mai concederlo a me? Non voglio chiedere. Questo ci suggerisce il Testo preso in esame.
Giovanni l'Apostolo - Dipinto di Vladimir Borovikovsky
Giovanni l'Apostolo - Dipinto di Vladimir Borovikovsky
Gli Apostoli, prima che discendesse su loro lo Spirito Santo, erano molto presi dall'ambizione e dal desiderio di essere, come può accadere a uomini, sollevati dalla polvere della terra o dall'arena del mare. Da queste ragioni nacque quella contesa, così indegna del sacro Collegio: Facta est contentio inter eos, quis eorum videretur esse major (Nota 3). Apertamente disputarono e altercarono fra loro per affermare questa precedenza, pensando e cercando ciascuno di far capire che lui era il più importante. Ed erano così aggrappati ciascuno alla propria opinione, che, pur interrogando il divino Maestro sull'argomento, non vollero che Egli desse una risposta definitiva; e questo particolare è importantissimo: Quis putas major est in regno caelorum? (Nota 4). Non dissero: Chi di noi è il più grande? Ma dissero: Quis putas? Chi pensate che sia? E questo perché anche dopo la risposta, la maggior parte di essi potesse rimanere nella sua opinione, conservarla e non smuoversi da essa. Ma dun­que se l'opinione di essere il preferito era di ognuno di essi e non solo di Giovanni e Giacomo, come mai furono loro due soli a chiedere i due seggi, e nessuno degli altri fece una tale richiesta malgrado che tutti lo desideras­sero? Proprio per questo GiovanniGiacomo erano palesemente i due preferiti da Cristo e coloro che più degli altri erano nelle sue grazie anche a motivo della loro parentela con Gesù.
San Giacomo il Maggiore - Dipinto di José de Ribera
San Giacomo il Maggiore - Dipinto di José de Ribera
Quando gli altri Apostoli videro che quei posti da loro ambiti venivano negati ai due prediletti, tutti ammainarono le vele e raccolsero i remi delle loro ambi­zioni, e nessuno ebbe l'ardire di pretendere o chiedere ciò che ai due fratelli era stato negato. Vedete che potere ha un no di evitarne tanti altri! Il Signore dicendo un solo no, Non est meum dare vobis, si evitò il disagio di dire altri ottantadue no. Se Cristo avesse accondisceso a questa richiesta dei due Apostoli, subito gli altri dieci avrebbero avanzato le loro richieste, e dopo i dieci Apostoli si sarebbero fatti avanti i settantadue Discepoli, perché tutti avrebbero voluto approfittare della marea favorevole; ma con quel no che disse ai due prediletti, il Signore evitò di dire altri dieci no e altri settantadue no.
Perché i Re non imitano questo esempio del Re dei Re, si vedono tanto perseguitati da richieste, tanto tor­mentati da domande dalle quali non possono liberarsi, più costretti dalla conseguenza della loro debolezza che obbligati dalla ragionevolezza delle stesse richieste, dovendo e volendo dir di no a molti e non potendo farlo perché hanno concesso a pochi.

Si dica dunque un no a Giovanni e a Giacomo, anche se sono i prediletti, e come immediata conseguenza non solo si potrà dir no agli altri con assoluta e piena libertà, ma cesseranno addirittura le occasioni che renderebbero necessario il rifiuto.

Icona raffigurante San Noè
Icona raffigurante San Noè
Diranno allora gli stessi prediletti, o qualche altro per loro, che non sembra giusto e neppure rientra negli interessi del Re, che coloro che servono e lavorano vicino alla sua persona e sostengono il peso della monarchia, anziché essere i primi e i meglio remunerati, rimangano senza ricompensa e senza premio. Ma è forse piccola ricompensa, l'essere i prediletti? È piccola ricompensa o piccolo premio lo stare sempre vicini alla persona del Re? Il premio che Cristo promise ai suoi Ministri fu di concedere loro di stare dove Egli sta: Ubi ego sum illic et minister meus erit (Nota 5). Né il Re può dare un premio maggiore, né il Ministro desiderare una più grande ricompensa. È vero che questo fu il premio concesso an­che al fortunato Ladrone: Hodie mecum eris (Nota 6); ma anche questo episodio può avere una sua ragione e un suo intimo perché.
Ascoltiamo ora che accadde a San Paolo e come Cristo lo trattò l'unica volta che Paolo Gli chiese qual­cosa, lui che fu il Ministro che più di qualsiasi altro si dedicò al suo lavoro. Paolo chiese una volta a Cristo che lo esonerasse dal pagamento di una tassa che pa­gava su un piccolo fondo di terra ricevuto in eredità dai suoi genitori e a causa della quale non poteva sottrarsi dalle insistenze dell'esattore; e ripetendo per tre volte la sua preghiera: Propter quod ter Dominum rogavi (Nota 7), né la prima, né la seconda, né la terza volta il Signore pensò bene di esaudirlo: tutte le volte evitò di rispondere.
Ma come, proprio a Paolo (che, se non era il prediletto, non poteva essere neanche il secondo, poiché per lui Cristo era sceso dal cielo in terra per la seconda volta, lui Cristo assunse vivo in cielo per comunicarGli i Suoi segreti), proprio a Paolo il Signore nega una richiesta pur così giusta e così semplice, e non solo alla prima domanda, ma anche alla seconda e alla terza? Sì, perché i prediletti non si meraviglino dei rifiuti, perché i Principi non si sentano costretti e rattristati o non pensino di aggravare la loro situazione o mancare ai loro obbli­ghi negando ciò che vien loro richiesto.
Paolo non era Ministro che servisse nel Palazzo Reale all'ombra dei tetti dorati, senza bagnarsi il piede nel mare né infrangerselo sui campi di battaglia, ma era un Ministro che, al servizio del suo Principe, peregrinava e correva incessantemente il mondo da levante a ponente, sempre con l'elsa della spada in mano in perpetue batta­glie e conquiste, per mare e per terra, sopportando tali tempeste e naufragi, che una volta passò un giorno e una notte in mezzo alle onde: Die ac nocte in profundo maris fui (Nota 8). E con che faccia (ci si scusi l'espressione) o con che parole poté Cristo negare a un Ministro così bravo e importante ciò che questi Gli chiedeva? Lo stesso San Paolo ce le riferisce, e sono parole veramente degne di Colui che le disse: 'Et dixit mihi: sufficit tibi gratia mea' (Nota 9). Paolo, ti nego ciò che mi chiedi, perché devi esserti sufficiente la mia grazia.
Ai prediletti e a coloro che godono l'affetto e la stima del Principe, deve essere sufficiente la ricompensa data da questo affetto, e tutte le altre possono venir loro ne­gate senza esitazione. Dico senza esitazione, e potrei dire con riserva di toglier loro la fiducia, perché il Ministro che non si accontenta di avere la grazia del Principe e oltre quella grazia vuole altra mercede, non è soltanto indegno della mercede, ma anche della grazia. Ma ci sono molti che non sanno apprezzare nel giusto valore questa grazia, e per questo, offendendo la stessa grazia e il Principe, fanno della grazia scalmo per gli interessi. Questo è un disprezzare la grazia.
Ma sentiamo che dice S. Paolo della grazia che egli godeva presso Dio, perché forse potremmo trovare qual­che nuovo elemento di discussione: Gratia Dei sum id quod sum (Nota 10). Devo alla grazia del mio Signore l'essere ciò che sono, tutto ciò che sono. E così devono dire e confessare anche coloro che, o per i loro meriti o per i nostri peccati, godono della grazia del loro Signore, per­ché il contrario sarebbe terribile e profonda ingratitudine.
Il Profeta Ezechiele in un affresco di Michelangelo Buonarroti.
Il Profeta Ezechiele in un affresco di Michelangelo Buonarroti.
Proseguiamo. Et gratia ejus (continua Paolo) in me vacua non fuit: E la sua grazia non rimase vuota in me. Ecco, qui sembra farsi avanti una ragione di dubbio: la grazia non deve rimanere vuota; deve dunque riempirsi. Allora hanno ragione coloro che vediamo così pieni e pasciuti a motivo della grazia del Re. La grazia è dun­que un titolo legittimo per riempirsi. No, attenzione: Paolo non dice che egli si riempì con la grazia, ma che la grazia si empì in lui. Gratia ejus in me vacua non fuit. E come fece la grazia a empirsi in lui? C'era molto con che riempirsi, perché il vaso era molto grande: Vas eletionis est mihi iste; e tale era il grande Paolo: Gratia ejus in me vacua non fuit, sed abundantius omnibus laboravi (Nota 11): il modo con cui riuscii a riempire di me la grazia, fu che io lavorai e mi prodigai nel mio ufficio, non solo tanto, ma più di chiunque altro. Perché questa è la differenza che deve distinguere dagli altri quelli che si trovano nella grazia. Non devono riempirsi con le ri­compense, ma devono offrirsi alla grazia come più solerti servitori, devono renderla piena e completa con i loro servizi. I Principi possono benissimo negare loro ciò che chiedono: questo rifiuto sarà per essi ragione di orgo­glio e di onore.
I filosofi distinguono due generi di negazioni: uno lo chiamano con il semplice nome di negazione, l'altro col nome di privazione. La negazione pura e semplice nega l'atto e l'attitudine; la privazione suppone invece l'attitudine e nega l'atto. Il silenzio è la negazione della parola, ma con grande differenza fra l'uomo e la statua: nella statua è pura negazione, perché la statua non parla, e non è atta a parlare; nell'uomo invece il silenzio diventa privazione perché, anche se non parla, l'uomo è adatto e capace di parlare. Ne consegue che, come il silenzio nella statua è incapacità e nell'uomo virtù, così ciò che si nega all'indegno è pura negazione, la quale lo offende, e ciò che si nega al degno, è invece privazione, che lo onora e accresce la sua reputazione, in maniera diretta­mente proporzionale alla sua dignità.
Michelangelo. Il profeta Daniele, volta della Cappella Sistina (1511-1512)
Michelangelo. Il profeta Daniele, volta della Cappella Sistina (1511-1512)
Queste sono dunque le negazioni che i Principi hanno fatto e devono fare ai loro prediletti. Sono privazioni per mezzo delle quali non solo si aumenta il credito del Principe, ma anche quello di chi le riceve, perché ciò che può maggiormente accrescere il prestigio della persona importante e assai cara al Principe è il fatto che sia proprio quella intimità a fargli avere un rifiuto. Per questo i cortigiani con più nobile ed eroica etimologia si chiamano anche privati (Nota 12). E quando essi saranno contenti di esserlo, o il Principe farà che lo siano quand'anche essi non lo siano, le privazioni di questi privati renderanno più tollerabili le privazioni di quelli che privati non sono. E ammaestrati gli altri con questo esempio, né essi oseranno più chiedere ciò che a loro dovrà esser negato, ne il Principe sarà obbligato a negare, per­ché non riceverà più richieste e sarà così liberato per mezzo di questo suo modo di agire da molte moleste occasioni nelle quali contro il decoro e il desiderio della sua Maestà sarebbe obbligato a dire di no.