Discorso tenuto nella cappella reale di Portogallo nel 1670

Non est meum dare vobis, sed quibus paratum est a Patre meo. (Matth. 20, 23)

Padre Antonio Vieira
Padre Antonio Vieira
Stiamo per iniziare un sermone sugli arrivisti. Secondo l'esperienza e il lamento comune, più o meno ragionevole, io penso che i pretendenti che affollano le Corti sono, nelle loro richieste, come i nostri argonauti o primi scopritori dell'India. C'è però una differenza fra gli uni e gli altri: questi navigano in senso contrario. I nostri navigatori-esploratori passavano dal Capo Non e dopo dal Capo di Buona Speranza; gli arrivisti fanno il contrario: iniziano il viaggio dal Capo di Buona Speranza e finiscono al Capo Non.
Così accadde, nell'episodio del Vangelo che prendiamo oggi in esame, ai figli di Zebedeo, essi pure naviganti. Cominciarono il loro viaggio dal Capo di Buona Speran­za, e con vento così favorevole che lo doppiarono in un attimo, favoriti dallo zeffiro e dalla bonaccia delle onde. Fondavano la loro speranza sulla grazia di Cristo, nel fatto che Egli li aveva prescelti e nella subitanea obbedienza con la quale essi avevano lasciato non solo la barca e le reti, come Pietro e Andrea, ma anche il loro pro­prio padre; fondavano la loro speranza sul potere di Gio­vanni, manifestamente il preferito di Cristo e il più amato fra tutti i discepoli; fondavano la speranza nel fatto che, essendo cugini del Signore, appartenevano allo stesso san­gue; fondavano infine le loro speranze sulla loro madre, che come donna era degna di tutto il rispetto, e come vedova di tutta la pietà. Ma anche se avevano doppiato tanto favorevolmente il Capo di Buona Speranza e se tutto lasciava supporre un rapido e favorevole esito alla loro impresa, essi terminarono assieme agli altri il loro viaggio al Capo Non: Non est meum dare vobis.
Paesaggio con Abramo e il tre angeli nella valle di Mambre di Joseph Anton Koch (1768-1839)
Paesaggio con Abramo e il tre angeli nella valle di Mambre di Joseph Anton Koch (1768-1839)
Non è una parola terribile: non ha né diritto né ro­vescio: da qualsiasi parte lo leggiate, ha sempre lo stesso suono e lo stesso significato. Leggetelo da sinistra verso destra o da destra verso sinistra, è sempre non. Quando la verga di Mosè si tramutò in quel serpente così feroce che egli dovette fuggire per non esserne morso, Dio gli disse che la prendesse dall'altro lato, e immediatamente la verga perse la forma, la ferocia e il veleno del serpente. Il non non è così: da qualsiasi parte voi lo prendiate, è sempre un serpente, morde sempre, ferisce sempre, porta sempre veleno con sé. Uccide la speranza che è l'ultimo rimedio lasciato dalla natura a tutti i mali. Non c'è nes­sun correttivo che lo moderi, nessuna arte che possa ren­derlo meno duro, nessuna lusinga che possa renderlo più dolce. Per quanto lo zuccheriate, un no provoca sempre amarezza; per quanto lo abbelliate, è sempre brutto, per quanto lo indoriate, è sempre di ferro. Lo potete mettere in qualunque chiave, sarà sempre stonato, aspro e duro.

Volete sapere in che cosa consiste la durezza di un no? La cosa più dura che possa esistere nella vita è arri­vare a chiedere e dopo aver chiesto sentirsi dire no.

Ma perché deve essere così? La lingua ebraica, che più di ogni altra riesce a penetrare ed esprimere l'essenza delle cose, ha una sua espressione assai significativa per indi­care il diniego a una domanda: 'svergognare il volto'. Così disse Betsabea a Salomone: Petitionem unam precor a te, ne confundas faciem meam (Nota 1): Signore, Vi prego di una cosa soltanto: non svergognate il mio volto.

Capo Horn
Capo Horn
Come mai indica con questa espressione 'svergognare il volto' la cosa da essa temuta? Perché il negare a qualcuno una cosa richiesta è come il dargli uno schiaffo con la lingua. Tanto aspra parola è un no, tanto dura, tanto ingiuriosa, da poter suggerire questo paragone. È dura verso la necessità, offensiva verso l'onore, insoppor­tabile verso il merito.
E se un no è così duro per chi lo ascolta, credo non presenti minor durezza a chi lo deve dire, e tanto più grande quanto maggiormente generoso sarà quel cuo­re e superiore quello spirito che dovrà pronunciarlo.
Dei tre Angeli che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre, i due che rappresentavano due Ministri partirono per porre in atto il castigo delle città infami, e il terzo, o meglio il primo di essi, cioè colui che rappresen­tava Dio, rimase presso Abramo. E siccome il miglior tempo e modo di avvicinarsi a Dio e chiedergli qualcosa ci si offre quando siamo soli con Lui, il santo Patriarca ap­profittò di quella occasione per chiedere la revoca di quel­l'ordine. Le città erano cinque, ed egli disse:

'Signore, se in quelle cinque città ci saranno cinquanta uomini giusti, non perdonerai per loro?' 'Sì, perdonerò' rispo­se Dio attraverso l'Angelo che Lo rappresentava.
'E se non arrivassero al numero di cinquanta ma fossero soltanto quarantotto?'
'Perdonerei per quei quarantotto'
Spinto da questo favorevole inizio. Abramo continuò diminuendo il numero.
'E se fossero solo quaranta?'
'Perdonerei per quei quaranta'
'E se fossero trenta?'
'Perdonerei per quei trenta.'
'E se venti?'
'Per quei venti'.
'E se fossero soltanto dieci?'
'Per quei dieci perdonerei'.
E dicendo questo l'Angelo sparì.

La regina Betsabea in un dipinto di Rembrandt
La regina Betsabea in un dipinto di Rembrandt
Abiitque Dominus (Nota 2). Mirabile scomparsa! L'Angelo non attese che Abramo insistesse ancora e offrisse o chiedesse con minor opportunità di ricevere una risposta favorevole. La sottomissione, il rispetto e la santa genti­lezza con la quale Abramo insisteva e passava da una richiesta all'altra è ammirevole, e merita che tutti la leggano; e meritava pure che l'angelo si fermasse per udire quelle parole pronunciate con tutti questi requisiti. Infatti, avendo egli ascoltato non solo con pazienza, ma con tanta particolare soddisfazione dalla prima alla sesta domanda, perché non attese la settima, e sparì così inaspettatamente? Perché non volle giungere a dire un no. L'Angelo aveva un incarico da portare a termine, e cioè due decreti: uno condizionale, l'altro assoluto. Il condizionale diceva che se in quelle città ci fossero almeno dieci uomini giusti, il castigo dovesse esser sospeso; l'assoluto diceva che se gli uomini giusti fossero meno di dieci il castigo dovesse esser eseguito. E così se l'Angelo, che con tanta benevolenza aveva sempre detto sì alle sei richieste di Abramo, lo avesse lasciato continuare e formulare, insistendo, la settima richiesta, sarebbe stato costretto a dire un no.

Per non esser costretto a pronunciare questa durissima parola, l'Angelo sparì.

In quelle cinque città prese assieme non ci sono più di quattro uomini giusti: i componenti della famiglia di Loth, nipote di Abramo. Se Abramo, come farà certa­mente, giungerà a questo numero, io - si diceva l'An­gelo - non posso aderire alla sua richiesta e sarò forzato a dirgli di no; allora, affinché né io abbia a compiere lo spiacevole obbligo di pronunciare quella parola, né egli abbia il dispiacere e la pena di ascoltarla, l'unico mezzo è di andarsene e fuggire: Abiitque Dominus.
I Re e i Principi sovrani rappresentano e fanno le veci di Dio sulla terra, come questo Angelo. E come que­sto Angelo non possono esimersi dall'ascoltare petizioni e dall'essere importunati con richieste alle quali non possono dare risposta favorevole. E poiché dire di no ai richiedenti è tanto duro per il Principe quanto per chi se lo sente rispondere, sarà argomento molto adatto a questo sacro luogo e al brano del Vangelo che oggi dobbiamo esaminare, prendere questo no come argomento della nostra predica e concludere: primo: se sia cosa adatta e decorosa per un re dire no; secondo: quale sia il modo di dirlo, quando ciò si riveli necessario.
La risposta ad ambedue queste domande la troveremo nelle parole poste al principio di questo sermone: Non est meum dare vobis sed quibus paratum est a Patre meo.