La Verità in un dipinto di Botticelli
La Verità in un dipinto di Botticelli
Due imperatori che precedettero Traiano, dice il suo storico Plinio, amavano molto esser pregati, e ci tene­vano a ricevere suppliche dai sudditi, solo per il gusto che provavano a dir no: Priores principes a singulis rogari gestiebant, non tam praestandi animo, quam negandi. Ma questi due, che egli chiama Principi, in realtà erano tiranni, anzi mostri, piuttosto che esemplari della natura umana; perciò escluderemo senza discussione dal no­stro ragionamento questo scandalo della ragione e della umanità. Cominceremo invece a discutere partendo da presupposti più ragionevoli, i quali tuttavia ci fanno dubitare che sia cosa adatta e decorosa per un Re pronunciare o firmare con la penna un no.
Il Re infatti dice no o perché non vuole o perché non può: se è perché non vuole, offende l'amore che i vassalli gli tributano; se è perché non può, discredita la grandezza della sua persona. E se le richieste e le petizioni sono tali che non possono ricevere risposta affermativa, cerchino i pretendenti di prevedere, senza esporsi ai pericoli di sentirselo dire.

È più decoroso rifiuto per il Governo, e meno pubblica delusione per i richiedenti il capire da se stessi la negazione. Gliela faccia capire la lungaggine della loro pratica, gliela faccia capire il tem­po che passa inutilmente; e se di giorno non pensano ad altro, se di notte sognano soltanto la soluzione della loro richiesta, gli stessi giorni e le stesse notti dicano loro ciò che loro non vien detto.

Se essi sostengono irragionevolmente la loro infondata speranza, il Principe conservi sempre il punto d'onore di non aver negato. E se questo modo di agire produce il moltiplicarsi delle richieste e dei richiedenti, anche il fatto di aver molti pretendenti è un certo genere di grandezza e di autorità. Ciò che questi spendono e spandono mantiene la maestà della Corte e anche le Corti di coloro che non sono Maestà. Dal momento che essi fanno richieste senza avere i meriti, paghino il prezzo della loro ambizione, e serva ad essi di castigo e a tutti gli altri di esempio.
Ma contro i sofismi di questi ragionamenti (che sono pieni di vanità) le ragioni dedotte dall'altro aspetto della questione sembrano assai più solide. È tanto riprovevole il nella menzogna, quanto nobile il no nella verità. La verità (che per questa ragione viene rappresentata nuda) non sa coprire, non sa fingere, non sa abbellire né colorire e tanto meno ingannare; e la prima virtù del trono, sia esso affidato alla giustizia, sia alla grazia, è sempre la verità. Qualsiasi artificiosità è cosa meccanica e non nobile, tanto meno regale. Il sole scioglie la cera e rassoda il fango, perché opera secondo le disposizioni naturali di chi lo riceve; ma in tutti e con tutti opera apertamente; per questo il calore è inseparabile dalla luce.
Bisogna distinguere il bastone di maresciallo dallo scettro di Re. Gli stratagemmi non sono adatti per il disbrigo delle pratiche: essi possono servire sui campi di bat­taglia, non nella Corte; per i nemici, ma non per i vassalli.

Sappiano i pretendenti se possono o no sperare, affinché alla fine dell'attesa non si disperino. Chi dice che il non provocare scontenti è un'arte, non dice e non pensa bene. È meglio dare un dolore che molti. Si lamentino gli arrivisti delusi di non aver ricevuto soddisfazione; ma non si lamentino - e con tutte le ragioni - di esser stati ingannati. Se il no è una parola dura, le buone parole che lo tengono in sospeso e lo ricoprono fino a che il risultato della pratica non lo scoprirà, sono ancora più dure. Chi creò il no come parola così rapida e breve, lo fece perché non era il caso di prolungarlo di più.

Filippo II di Macedonia
Filippo II di Macedonia
Filippo, Re di Macedonia, chiese alla Repubblica di Atene che lo lasciasse passare con l'esercito attraverso il suo territorio, ma il Senato non volle concederlo: e poiché lo stile degli Ateniesi (che ancor oggi si chiama stile laconico) era di riassumere tutto quanto si doveva dire nel più breve numero di parole, essi presero una grande pergamena (era la carta di quel tempo) e vi scris­sero sopra un NO con lettere così grandi da coprire tutto il foglio; e chiuso e sigillato lo dettero come risposta agli ambasciatori di Filippo.
E' molto celebre nella storia greca questo breve e grandissimo NO; ma nelle nostre Ateni ce ne sono ancor di più grandi. Tante petizioni, tante richieste, tanti diplomi, tanti certificati, tanti fogli protocollo, tante carte bollate, tante informazioni a volte chieste perfino in Asia e in America, tante consulte, tanti interlocutori, tante repliche e tante altre cerimonie e misteriosi scritti da non saper dire il numero ne il nome; e dopo quattro, sei e a volte dieci anni, il risultato della pratica o il nòcciolo di una mezza risma di fogli è un no. Non sarebbe stato meglio toglier subito le illusioni al principio? E le spese di questo ingiusto temporeggiare, che devono esser restituite in questa vita o si dovranno pagare nell'altra, sul conto di chi andranno? Giacché non concederete al pretendente la ricompensa che chiede, perché non gli farete almeno il favore di lasciargli quello che inutilmente spende per sostenere la sua richiesta?
A un tale che gli presentava il suo memoriale, il Re Don Giovanni II fin dalla prima udienza disse che non poteva acconsentire alla richiesta. Quello gli baciò la mano.

'Mi avete capito allora?' chiese il Re.
'Sì, mio Signore'.
'E perché mi avete baciato la mano?'
'Perché Vostra Maestà mi ha fatto la grazia di lasciarmi il denaro che avevo portato con me, deciso di spenderlo qui a Corte per ottenere ciò che desideravo, e che invece ora posso riportarmi a casa'.

Ecco i vantaggi di disilludere subito, e di un no schietto detto a tempo debito.

Non dire no sarà maggior politica, maggior autorità, maggior decoro; ma il dirlo, in molti casi, è obbligo di coscienza.