Il secondo mezzo o modo di prevenire e impedire il no e le occasioni che renderebbero necessario il pronunciarlo, è

che il Principe sia in tutte le pratiche e in tutte le sue risoluzioni integro, giusto e retto, e riconosciuto per tale.

La Giustizia - Raffaello Sanzio
La Giustizia - Raffaello Sanzio
Da questa giustizia e integrità (che d'altra parte rappresentano il primo dei suoi obblighi) seguiranno due effetti degni di nota: primo, che nessuno si arrischierà a chiedere se non il giusto; secondo, che chiedendo i sudditi soltanto il giusto, il Principe concederà a tutti ciò che chiederanno e non dovrà mai dire di no.
Il più giusto, retto, integro e costante uomo che visse a Roma, fu Marco Porcio Catone. E che ottenne con questa integrità e costanza della sua inflessibile giustizia? Ottenne che - come ci riferisce Plinio - durante il suo consolato nessuno ardì chiedergli qualcosa che non fosse giusta. Così ci dice con ammirazione l'eloquenza di Tullio: O te felicem Marce Porci, a quo rem improbam potere nemo audet! Felice: infatti  Questo sarà il rispetto che verrà tributato al Governo, e questa la felicità del Re che in tutte le sue risoluzioni e decisioni osserverà costantemente la giustizia.
La giustizia, secondo la definizione che ne danno i teologi e i giuristi, non è altro che una perpetua e costan­te volontà di dare a ciascuno ciò che merita. Se questa volontà (che generalmente è così mutevole negli affetti umani) sarà costante e perpetua nel Principe, tutti si renderanno conto che non potranno ottenere da lui se non ciò che è giusto e proporzionato ai loro servizi e ai loro meriti. E per mezzo di questa chiarificazione seguirà la felicità, che nessuno si arrischierà a chiedere se non il giusto. O te felicem, a quo rem improbam potere nemo audet! Felice: infatti non richiedendo nessuno se non il giusto, saranno molte meno le richieste e le pretese. Felice: infatti essendo le pretese e le richieste giustificate, il Principe concederà sempre ciò che gli verrà chiesto e non dovrà mai dire no. Non è meglio, più dignitoso, più rapido e più utile che dicano il no a se stessi coloro che hanno intenzione di chiedere qualcosa, piuttosto che lo debba dire il Principe dopo che gli sono state presentate le richieste? Bene, questo succederà se nessuno si azzarderà a chiedere se non quello che si merita.
doIsaia disse al re Acab che, a riprova di quanto gli aveva annunciato, chiedesse pure il segno che più desi­derasse: Pete tibi signum a Domino in profundum inferni, sive in excelsum supra (Nota 13). Che rispose Acab? Non petam: non chiederò niente. Questa fu la sua decisa risposta, ed egli mantenne fede a questo suo proposito. Ma perché? Se il profeta lo incitava e lo esortava a chiedere quella prova dandogli anche una possibilità di scelta così vasta (dal centro della terra al cielo), perché Acab non volle chiedere niente? Egli stesso ci dice la ragione: Non petam et non tentabo Dominum (Nota 14). Non chiederò questa prova perché non voglio tentare Dio. Tentare Dio è desiderare che Dio faccia ciò che non deve, così come il demonio ci tenta affinché facciamo quello che non dob­biamo. E Acab fece questo discorso: Dio è giusto e giustissimo, anzi è la giustizia in persona: io non Gli ho reso alcun servizio (perché servo ad altri dei) per il quale meriti i compensi che Lui mi dà; e come potrei dunque io ardire di chiederGli ciò che mi promette Isaia?
Questo sarebbe tentare Dio e volere che il Giustissimo faccia ciò che non deve; così io decido di non chiedere: Non petam.
Sia dunque il Principe giusto e tanto giusto da non concedere a nessuno per nessun altro motivo o conside­razione di più di quello che si sia guadagnato col suo merito; come conseguenza i vassalli non si esporranno a chiedere cose insensate ed esagerate come vediamo chiedere ora, e si terranno lontani dal chiedere come dalle tentazioni : Non petam et non tentabo Dominum.
Oh, se i Re tante volte e tanto ingiuriosamente ten­tati almeno non inducessero nelle tentazioni! Non dico che dovrebbero castigare alcune richieste, per quanto in questo imiterebbero Salomone, che per una richiestina (così la chiamò la mediatrice: Petitionem parvulam) fece tagliare la testa ad Adonia.
Il Profeta Isaia
Il Profeta Isaia
Ma veramente ci sono richieste che viste nella loro vera luce sono libelli infamatori contro gli stessi Principi nelle mani dei quali si affidano; perché se sono dolose come quella di Adonia, presuppongono che essi siano degli stolti; se sono esorbitanti, presuppongono che essi siano dei prodighi; se sono contro i Canoni Apostolici (e molte lo sono), presuppongono che essi non siano cattolici; se in qualsiasi modo chiedono ciò che non è giusto, presuppongono che essi siano ingiusti. Ma se prima di fare le loro richieste i pretendenti sapranno e saranno certi che non otterranno nessuna cosa che non sia dettata da integra e retta giustizia, essi allora tratterranno la loro ambizione e decideranno di non chiedere: Non petam. Notate il posto di questo non e vedete quanto è più conve­niente per il suddito, più onorevole per il governo e più nobile per il Re quel no messo prima del petam, piuttosto che dopo la richiesta. E' più conveniente per il suddito, perché sarà assai meglio per lui, se sarà sincero con se stesso, il rispondersi da solo e il mettere davanti alle sue richieste il no, anziché ascoltarlo da altri dopo aver formulato quelle richieste. È più onorevole per il Governo, per­ché, cessato il tumulto e l'inondazione delle richieste che letteralmente lo affogano, le pratiche avranno un corso più rapido e più facile. E infine è più nobile e più decoroso per il Re, perché nessuno di quelli che verranno ai piedi di sua Maestà a chiedere o a prendere il premio o l'aiuto, dovrà andarsene malcontento.
Jean-Baptiste Romand e François Rude (1832-1835). Catone Uticense legge il Fedone, prima di togliersi la vita Museo del Louvre, Parigi, Francia
Jean-Baptiste Romand e François Rude (1832-1835). Catone Uticense legge il Fedone, prima di togliersi la vita Museo del Louvre, Parigi, Francia
Seguendo questa strada, tutte le richieste della nostra Corte verranno ad essere come quelle che vengono prese in esame in Cielo. David diceva a Dio: Intret postulatio meo in conspectu tuo (Nota 15): Entri, o Signore, la mia preghiera, al tuo cospetto. Nelle Corti terrene il pretendente desidera che la sua richiesta esca; nella Corte celeste desidera che entri, perché una volta che la richiesta è degna di entrare, infallibilmente uscirà accordata. Così avverrà anche su questa terra, se alcuno non chie­derà più ciò che non è giusto, perché un Re giusto non potrà mai dire di no a una giusta richiesta.
S. Ambrogio - Illustrazione tratta da 'Storia universale' di Cesare Cantù - 1846
S. Ambrogio - Illustrazione tratta da 'Storia universale' di Cesare Cantù - 1846
Ma che farà mai il Re per acquistare questo credito e questa universale riputazione di giusto, e per potere con essa evitare le richieste e le domande ingiuste, libe­rato dalle quali non si troverà più a dover affrontare gli inconvenienti e i disagi del no?
Ebbene, io dico che potrà conseguire questo fine solo applicando il no anche a se stesso, anzi a se stesso an­cora prima che ai sudditi. La frase che abbiamo già visto è un grande insegnamento del nostro Testo, e merita che ci si soffermi molto sopra: Non est meum dare vobis. Il Signore dice che il dare non è prerogativa sua; e il no cade prima sopra Lui stesso che sopra i due cui negò ciò che chiedevano; prima sopra il meum, e dopo sopra il vobis. Così deve comportarsi il Re che vuole essere giusto e riconosciuto come tale.
I Re generalmente pensano che il dare sia loro prerogativa; e il Re dei Re dice che non è suo il dare: Non est meum dare. Ma allora Cristo in quanto Dio e in quanto Uomo non è Signore di tutto? Sì, lo è.
Ma, allora, non può dare tutto a chi vuole e come vuole? Distinguo. Con giustizia sì, senza giustizia no. Dice Sant'Ambrogio: Non est meum qui justitiam servo, non gratiam: io dò per giustizia, non per grazia; il dare per giustizia è mia prerogativa; ma il dare per grazia, come voi desiderate, non lo è: Non est meum dare vobis. E la ragione di questo è data dal fatto che Cristo fondò e ordinò il Suo regno in forma tale, che in esso non si desse nessuna cosa gratuitamente, ma solo per merito e per giustizia. Per questo S. Paolo chiamò la corona che lo attendeva “Corona di Giustizia” e disse che gliel'avrebbe data il Signore, non come Signore, ma come giusto giudice: Reposita est mihi corona, justitiae, quam reddet mihi Dominus justus judex (Nota 16). I due posti al lato destro e al lato sinistro pretesi dai due fratelli erano i posti a lato del trono del Regno di Cristo: Ad dexteram et sinistram in regno tuo (Nota 17). Essi li richiedevano non in base ai loro meriti e in nome della Giustizia, ma in grazia del favore che godevano e dalla parentela che li legava a Cristo: Dic ut sedeant hi duo filii mei.

Per questa ragione il Signore rispose, che non era sua prerogativa il dare, perché è sua prerogativa il dare per giustizia, non il dare per favore e simpatia: Non est meum dare, qui justitiam servo, non gratiam.

Pianta di Lisbona nel XVI secolo.
Pianta di Lisbona nel XVI secolo.
Nessuna cosa è più mal intesa e mal praticata nelle Corti della distinzione fra giustizia e favore; da questo fatto consegue che vi sono solo mercedi che possono esser chiamate “di favore”, che non solo non provengono da giustizia, ma hanno in sé molte ingiustizie. Non nego ai Re la possibilità di concedere grazie, dato che il farlo è proprio della beneficenza e munificenza regale; ma questo deve essere fatto solo dopo che siano stati soddisfatti gli obblighi imposti dalla giustizia. Zaccheo disse che avrebbe dato metà dei suoi averi ai poveri, e che con l'altra metà avrebbe pagato i suoi debiti e i danni arrecati da quelli: Ecce, dimidium bonorum meorum do pauperibus, et si quid aliquem defraudavi, reddo quadruplum (Nota 18). Disse bene, ma invertì e cambiò l'ordine delle azioni; perché in primo luogo era il dovere di pagare i debiti, che è obbligo di giustizia, e dopo quello di fare elemosine, che è atto di liberalità. Ma che disor­dine avverrebbe se invece si togliesse ai poveri e non si pagassero i creditori? Che disordine avverrebbe (per non dargli un altro nome) se si togliesse con la violenza ad alcuni il necessario, per dare ad altri con prodigalità il superfluo? Ma siccome il pagare è una specie di atto di soggezione, di subordinazione, mentre il donare è un atto di supremazia e grandezza, avviene che ai Principi piace più il donare che il pagare. Diano, ma diano del loro, se ne hanno; perché dare senza pagare, è dare cose che appartengono agli altri. E se i figli di Zebedeo (che rappresentano coloro che si portano via le mercedi 'di grazia') li importuneranno con le loro assillanti richieste, rispondano essi come Cristo: Non est meum dare. La causa che perde non solo il Governo, ma le stesse coscienze e le anime dei Principi, è il pensare che essi pos­sano tutto, perché in effetti essi possono tutto. Se questa affermazione viene loro fatta è pura lusinga, e se essi la credono, si ingannano.

Il Re può sì tutto, ma tutto ciò che è giusto;

per tutto quanto è ingiusto, il Re non ha nessun potere. Ecco, questa è la sincera e maggior lusinga che possa esser detta ai Re, perché li rende potenti come Dio. Dio è onnipotente; ma potrà Dio compiere una ingiustizia? Assolutamente no. Così dunque devono intendere la loro potenza i Re. E se i sudditi si persuade­ranno che il Re la intende così e si comporta di conseguenza, non chiederanno cose ingiuste. Né il Re, importunato inutilmente, avrà più occasione di dire di no.