La fontana della strega - Stampa del 1857
La fontana della strega - Stampa del 1857
Questo, Sire, è ciò che prudentemente insegna la politica umana, confermata con maggiore autorità dai documenti della politica sacra che ho riportato; tuttavia il mezzo che soprattutto indico all'attenzione dell'Altezza Vostra, ai fini di una felice amministrazione dello scettro che la Maestà Divina pose con particolare provvidenza nelle vostre mani, è l'esempio dato dal Figlio di Dio con le parole che ho citato al principio del mio sermone, prendendole come tema, essendo esse così adatte al mo­mento, alle circostanze e all'occasione presente, da sembrare dettate e scritte apposta, solo per questa. Cristo negò ai due fratelli i posti che essi chiedevano, e il mezzo che Egli usò per render loro meno sgradito il no, ren­dendolo nello stesso tempo decoroso e adattissimo alla sua persona, fu l'allegare i decreti e le disposizioni del Padre suo: Non est meum vobis dare, sed quibus paratum est a Patre meo. Non è mia prerogativa - dice il Signore - concedervi quello che chiedete, perché quei posti il Padre mio li ha già assegnati ad altri; e come ho ereditato da lui il potere, così devo seguire e osservare i suoi precetti. Questo devono imitare i Principi ereditari e tanto più gloriosamente, quanto più gloriosi sono stati i loro padri. È conseguenza naturale che al calar del sole, alcuni posti rimangano più in ombra, e al nascere del nuovo, altri vengano più illuminati: ed ecco l'alba, ed ecco il bersaglio delle pretese (Nota 37) al sorgere dei Re che iniziano il loro cammino e al tramonto di quelli che lo terminano. Ma il Principe che ha avuto la fortuna di succedere a un padre tanto degno di rimpianto da parte dei sudditi, quanto di imitazione da parte dei figli, osservando e mantenendo le elezioni fatte dal padre suo si libera dal doverne fare delle altre. Se Giovanni e Giacomo avanzeranno delle richieste per se stessi o per altri, risponda il Principe con la formula usata dal Re dei Re: Non vobis, sed quibus paratum est a Patre meo. E il suo no sarà tanto facile quanto decoroso e rispettoso.
L'insolenza di Roboamo, dipinto di Hans Holbein il Giovane
L'insolenza di Roboamo, dipinto di Hans Holbein il Giovane
Ci saranno, non dubito (ci sono sempre quando si inizia un nuovo regno), ambizioni desiderose di infil­trarsi, che cercheranno di consigliare e persuadere il Principe del contrario. Ma quali siano gli effetti di queste innovazioni, che tanto docilmente si ascoltano e tanto facilmente si pongono in atto, ben lo possono vedere i consiglieri e i consigliati, e possono trarne insegnamento (se vorranno), nell'esempio dato dal nuovo e infausto regno di Roboamo, figlio del re Salomone, dopo la cui morte fu eletto Re da tutte le dodici tribù di Israele nella corte di Sichem. Decisero anche nella stessa corte di chiedere al nuovo Re che li alleggerisse dei tributi che pagavano al tempo di suo padre, e che, a causa dell'ere­zione del Tempio e dei palazzi reali, e ancor più per la eccessiva larghezza con la quale Salomone manteneva gran numero di regine, erano divenuti insostenibili. Il Testo sacro dice che Roboamo udita questa richiesta chiamò a consiglio i vecchi del tempo di suo padre.
Tutti gli consigliarono di concedere generosamente ai popoli ciò che essi tanto giustamente chiedevano, per­ché così ne avrebbe guadagnato le simpatie e si sarebbe conservato il regno. Non essendo tuttavia troppo convinto da questo consiglio, Roboamo volle consultare i giovani che aveva fatti suoi consiglieri e che lo assi­stevano. Ebbene, consigliato da essi, rispose al popolo che il suo dito mignolo aveva una circonferenza maggiore di quella che aveva la cintura di suo padre, e che, pro­porzionalmente a questa differenza di grandezza,

non solo non avrebbe concesso alcun allentamento nella sferza dei tributi, ma che, se le redini al tempo di suo padre erano state di cuoio, al suo tempo avrebbero dovuto essere di ferro: Pater meus cecidit vos flagellis, ego autem caedam vos scorpionibus (Nota 38).

Gli ultimi giorni di Carlo V in un monastero - Vecchia stampa del 1857
Gli ultimi giorni di Carlo V in un monastero - Vecchia stampa del 1857
Questa fu la risposta. Ora vedremo quale successo ebbe - e non c'era da aspettarsi altro - un tale consiglio e una tale decisione: delle dodici tribù che avevano eletto Roboamo re, dieci gli negarono immediatamente l'obbedienza e la offrirono a Geroboamo, che era stato un servo di Salomone, prefe­rendo esser vassalli di un servo di Salomone piuttosto che vassalli di un simile figlio.
E se andiamo ricercando l'origine di tanto infelice e disastroso risultato, per cui un Re senza battaglia perse in una sola ora dieci parti del suo regno per sé e per tutti i suoi discendenti, vedremo che essa sta nel fatto di non aver voluto Roboamo conservare gli antichi Ministri che avevano servito al fianco di suo padre, e di aver voluto prendersene altri. Così dice e riflette la Sacra Scrittura: Reliquit consilium senum, qui assistebant coram Salomone patre ejus, cum adhuc viveret: et adhibuit adolescentes, qui nutriti fuerant cum eo, et assistebant illi (Nota 39). La causa immediata della rovina di Roboamo fu l'abbandonare il maturo consiglio dei vecchi pieni di esperienza e il prendersi come consiglieri dei giovani orgogliosi e senza alcuna esperienza. Ma l'origine di questa causa va ricercata ancora un passo indietro e cioè nel voler cambiare i Ministri che avevano servito al lato di suo padre: Qui assistebant coram Salomone patre ejus, e fare Ministri quelli che erano stati allevati assieme a lui, affinché lo assistessero: Qui nutriti fuerant cum eo et assistebant illi. L'ultima parola delle decisioni viene detta con i Ministri che stanno ai lati del Re, come si vide anche nel caso preso qui in esame;

e se quelli stessi che assistettero il padre avessero assistito anche il figlio, il loro voto avrebbe prevalso, i popoli sarebbero stati accontentati, il regno non si sarebbe diviso, il Re sarebbe stato obbedito e amato, e Roboamo che si vantava di essere più grosso del padre Salomone, sarebbe stato grande come egli fu.

Cordova - Stampa del 1838
Cordova - Stampa del 1838
Né deve passare inavvertita la ripetizione enfatica che usa il Testo sacro, che dopo aver detto: Assistebant coram Salomone, aggiunge: patre ejus.Questa precisa­zione sembra superflua, poiché da tutto il passo risulta chiaro che Salomone era il padre di Roboamo. Ma invece è una osservazione e un pensiero importantissimo, che deve esser messo in evidenza, come una circostanza assai aggravante per lo svolgersi dei fatti. Infatti i Ministri di cui Salomone aveva usato i servizi durante la sua vita, per il solo fatto di essere stati Ministri del Re più saggio che mai sia esistito al mondo, meritavano di essere stimati, onorati e mantenuti nel posto che egli aveva loro assegnato. Oltre a questo, per il solo fatto di esser stati Ministri di suo padre (anche se questo suo padre non fosse stato Salomone), Roboamo avrebbe dovuto ser­virsi di essi, e avrebbe dovuto tenerli sempre vicino a sé, e avrebbe dovuto avere maggior fiducia nella loro fedeltà, nella loro lealtà, nel loro zelo e nel loro affetto che in quello di qualsiasi altro: Amicum tuum, et amicum patris tui ne dimiseris, dice lo Spirito Santo per bocca dello stesso Salomone: l'amico che fu amico di tuo padre, non allontanarlo da te. Ma che posseggono mai gli amici dei padri, che non l'abbiano gli amici nuovi e in­timi dei figli? Posseggono la differenza che esiste fra il sicuro e il dubbio.

Gli amici nuovi che i figli eleggono potranno essere buoni e fedeli; ma quelli che già furono amici del padre hanno già dato prova di esserlo, mentre i nuovi amici ancora no.

L'Alcazar di Segovia - Stampa del 1838
L'Alcazar di Segovia - Stampa del 1838
Perfino Dio si attiene a questa realtà. Quando infatti Egli apparve a Mosè nel roveto, non sapendo Mosè chi Egli fosse, Dio disse: Ego sum Deus patris tui: Io sono il Dio di tuo padre: tu an­drai e libererai il tuo popolo e dirai, perché ti diano credito, che ti manda il Dio dei loro padri: Deus patrum vestrorum misit me ad vos. Voleva liberarli dalla schiavitù del Faraone, e per assicurarli di questo grande benefìcio non soltanto disse che era il Dio che aveva potere di farlo, ma disse che era il Dio dei loro padri, perché essi fossero sicuri che avrebbe compiuto la sua promessa.
A questo proposito molto saggiamente Socrate disse che gli amici più sicuri sono quelli che si ereditano. L'amicizia degli amici che si fanno ex novo può far sorgere dei dubbi, ma quella degli amici che si ereditano e passano dai padri ai figli, è ben sicura. E da questa premessa il famosissimo filosofo trae questa conclusione: Liberos haeredes esse non modo facultatum, sed amidtiarum paternarum, e cioè che i figli non solo sono e devono essere eredi del patrimonio dei padri, ma anche degli amici di essi. Se Roboamo, come aveva ereditato la corona, aves­se ereditato anche gli amici di suo padre, non avrebbe perso il regno; ma poiché al contrario, ereditando il regno, volle crearsi nuovi amici, questi furono causa del­la sua rovina.
Ninfa giacente - Stampa del 1838
Ninfa giacente - Stampa del 1838
Quando questi cominciarono a volersi infiltrare per assistere la persona del nuovo Re e occupare i posti ai lati di Roboamo, questi facilmente e senza timore dì offenderli avrebbe loro potuto dire che prima di loro c'erano quelli che avevano servito suo padre e da lui erano stati eletti: Non vobis sed quibus paratum est a Patre meo. Ma l'errore di Roboamo consistette nell'ascoltare i nuovi amici, i quali, essendo cresciuti assieme a lui, riuscirono a convincerlo che le sue elezioni sarebbero state migliori di quelle fatte dal padre. Essi con le loro lusinghe ebbero un potere così grande, che quel povero ragazzo ne fu accecato e fu facilmente persuaso, tanto da arrivare a dire che la circonferenza del suo anello era maggiore di quella della cintura di suo padre. Così come giunsero a fargli credere questo, giunsero a fargli credere che lui era più sapiente del padre (e notate che il padre era Salomone!). Ecco la cecità cui vanno in­contro i figli dei Re, ecco la causa per cui succedendo al padre nel Governo, cambiano servi. Ministri, incarichi e tutto quanto il padre ha stabilito, non rendendosi conto che in materia di assegnare incarichi, sono sempre più oculati i padri con gli occhi chiusi, che non i figli, per quanto saggi e con gli occhi aperti.
Giosuè di Lorenzo Ghiberti - 1425-52 - Porta del Paradiso
Giosuè di Lorenzo Ghiberti - 1425-52 - Porta del Paradiso
Giacobbe era già cieco a causa della sua vecchiaia, quando suo figlio Giuseppe gli presentò i due nipoti Manasse e Efraim perché desse loro la sua benedizione. Manasse era il maggiore, e perciò Giuseppe lo mise alla de­stra di Giacobbe, mentre mise Efraim alla sinistra, essen­do questi il minore; tuttavia Giacobbe incrociò le mani e pose la destra sulla testa di Efraim e la sinistra su Manasse: 'No,signore - avvertì Giuseppe - state mettendo la vostra mano destra sul mio figlio minore, il maggiore è alla vostra sinistra'. Che rispose Giacobbe? 'Scio, filii mi, scio': So bene, figlio mio, qual è il maggiore e il minore, e so anche bene che cosa faccio. So qual è il maggiore e qual è il minore, perché so ciò che voi vedete: ma so anche che cosa faccio, perché so ciò che voi non vedete. Voi vedete solo l'età di questi due bambini, io vedo le età e anche i loro destini. E poi­ché il destino di Efraim sarà molto più importante di quello di Manasse, per questo metto la mia mano destra su quello che voi ritenete il minore, e la sinistra sopra l'altro. Giuseppe era molto saggio come tutti sanno e come costatò con meraviglia l'Egitto, dove appunto accadde questo caso. Con tutto ciò Giacobbe, pur essendo cieco, vedeva due volte di più e sapeva due volte più di lui: Scio fili mi, scio. Pensino i figli che i loro padri ne sanno più di loro.
Il diluvio universale - Stampa del 1838
Il diluvio universale - Stampa del 1838
I Discepoli un giorno chiesero a Cristo quando avreb­be riabilitato il Regno d'Israele, e, un'altra volta, quando sarebbe venuto il giorno del Giudizio. E tutte due le vol­te il Signore si dispensò dal rispondere, dicendo che solo il Padre conosceva questi due segreti. Ma come, Divino Maestro, in cui lo stesso Padre ha depositato i tesori della Sua Sapienza, non conoscete anche Voi questi due se­greti? Sì, li conosco. Ma li conosco per conservarli, non per dirli. Eccellente soluzione: e questa è la vera soluzione delle due domande. Ma, Signore, ascoltatemi: sarà bene che i vostri Discepoli pensino che Voi non sapete tutto? Siccome il paragone sarà fatto fra mio Padre e me, pensino pure; nessun figlio deve offendersi del fatto che si pensi che il padre suo sa più di lui. Così deve in­tendere e ragionare il Principe: come ragionava anche Cristo, in quanto Uomo. E se qualcuno mi replicasse che questo, chiamiamolo come vogliamo, riconoscimento o modestia, non è così onorevole e decoroso come in questo caso di Cristo, perché il Padre di Cristo era Dio e il padre dei Principi non è Dio, risponderò che tutti i padri, nei riguardi dei figli, sono degli dei; e i figli devono stimarli e venerarli come tali e seguirne gli insegnamenti. Filii probi parentes suos tanquam Deos quosdam visibiles colunt et observant, dice Filone: i buoni figli venereranno i loro padri come dei visibili e come fossero tali ne se­guiranno l'esempio. Questa sentenza il Platone degli Ebrei l'ha tolta dal Platone dei Greci, il quale chiamò i padri Domestica Numina, dii domestici; e aggiunse che gli insegnamenti dei padri, come se venissero da dei, devono essere ricevuti e seguiti dai figli, non come consigli o insegnamenti, ma come oracoli: Parentum dogmata a filiis velut oracula accepienda sunt. Finalmente, affinché non susciti dei dubbi questa dottrina, che Platone dettò senza aver la fede di Dio, e Filone senza aver la fede di Cristo, e affinché da essa possiamo cogliere e godere gli abbondanti e felicissimi frutti che le nostre speranze ci promettono, chiudiamo questo discorso così importante con l'irrefragibile oracolo dello Spirito Santo che fece dire dal figlio di Sirach a tutti i figli:

Judicium patris audite, filii, et sic tacite ut salvi sitis. Figli, ascoltate il giu­dizio di vostro padre e seguitelo, per conservarvi in que­sta vita ed essere salvi nell'altra.