Don Sebastiano re di Portogallo tra i monaci del monte Sinai.
Don Sebastiano re di Portogallo tra i monaci del monte Sinai.
Quomodo? In che modo o in che modi? Siamo en­trati nel più intricato dei labirinti delle coscienze che comprende i modi, i viottoli, le arti, le invenzioni di traf­ficare, di intromettersi, di insinuarsi, di persuadere, di negare, di annullare, di provare, di sviare, di trovare, di preferire, di sopraffare, insomma di ottenere per sé o per qualcun altro tutto ciò di cui abbiamo già parlato. Perché io mi stupisca e perché tutti noi rimaniamo senza parola davanti all'arte e alla sottigliezza dell'ingegno, o dell'in­ganno, per mezzo del quale si tessono questi modi, si ordiscono questi telai, si tramano queste reti, si intrecciano questi affari, non sarà necessario ricorrere alla tela di Penelope, né alla favola di Arianna, perché nella Sto­ria Sacra abbiamo una tessitrice che in casa di un ono­rato pastore ci mostrerà quanta di questa tela si tesse nella prima Corte del mondo.
John William Waterhouse - Arianna
John William Waterhouse - Arianna
Il più famoso maggiorasco del mondo fu quello di Giacobbe, cui succedette Cristo: Regnabit in domo Jacob (Nota 39). Per questo maggiorasco i due fratelli  Giacobbe ed Esaù litigarono tra loro fin da quando erano nel ven­tre della madre. Esaù aveva dalla sua tutti i diritti, la natura e l'età, l'ingegno e il merito, il favore, l'amore, la volontà, la decisione e la promessa del padre che doveva dargli la benedizione e quindi l'investitura. E così, da fratello a fratello, da uomo a uomo, da favorito a favo­rito, tutto stava dalla parte di Esaù contro Giacobbe. Esaù aveva dalla sua parte l'età e la natura, perché, seb­bene fossero gemelli e avessero litigato nel ventre della madre per la precedenza, Esaù fu il primo a nascere. Esaù aveva anche dalla sua parte il talento e il valore, perché era forte, robusto, coraggioso, intrepido, incline alle armi e al campo; con il turcasso a tracolla e l'arco e le frecce in mano incuteva timore al leone del monte, all'orso e al cinghiale della selva.
Giacobbe invece: Habitabat in tabernaculis (Nota 40), non si allontanava dal panchettino accanto alla mamma, più incline ai cuscini che alle lance, più adatto a ricamare che a usare la spada.
Esaù vende la primogenitura - Matteus Stom - 1630-40 ca.
Esaù vende la primogenitura - Matteus Stom - 1630-40 ca.
Insomma Esaù aveva dalla sua il favore, l'amore e la preferenza del padre, perché era l'estrema gioia della vecchiaia di Isacco suo padre, la cui simpatia egli sapeva molto ben guadagnarsi; infatti tornando dai campi o dal­la caccia, gli preparava la cena con le piccole prede, e le ornava di grandi fronde per dedicarle al padre quali trofei. Ecco come era Esaù, il rivale di Giacobbe; ecco quali erano i suoi diritti, le sue azioni, il suo merito, i vantaggi per i quali la natura e la riconoscenza l'avevano destinato erede indiscusso della casa di Isacco. E con tutto ciò (chi l'avrebbe mai pensato?) fu Giacobbe a vin­cere la gara, a ricevere la benedizione, e ad ottenere il maggiorascato.
Ma come mai, se esso per legge di natura tocca al primogenito, ed Esaù nacque per primo; se il primo posto, per legge di natura, si deve a colui che ha maggior talento, ed Esaù possedeva tanto più talento e tanto più merito; se la parte migliore e maggiore del premio è dovuta a chi ha maggior merito per legge di giustizia, e i meriti di Esaù erano tanto maggiori a giu­dizio di tutti, e senza paragone; se insomma la benedi­zione e l'investitura del maggiorascato dipendeva dal padre, e il padre era tanto affezionato ad Esaù, cui lo aveva anzi promesso e cui desiderava effettivamente di darlo; come fu possibile che vincesse Giacobbe senza di­ritto, senza talento, senza meriti, senza favore? Perché tutto questo può la macchinazione, l'astuzia, l'abilità, l'inganno, l'intrigo, il trafficare.
Giacobbe carpisce la benedizione da Isacco con l'aiuto di Rebecca - Spagnoletto.
Giacobbe carpisce la benedizione da Isacco con l'aiuto di Rebecca - Spagnoletto.
Isacco aveva deciso di dare la sua benedizione a Esaù proprio quel giorno, e il buon vecchio volle, per dare solennità all'occasione, che gli fosse preparato uno stufatino con ciò che il figlio avrebbe portato a casa dalla caccia. Esaù parte per la campagna allegro e pieno di energia. Ma Rebecca, che voleva il maggiorascato per Giacobbe, da lei maggiormente amato, approfittando del­l'assenza del figlio Esaù e della cecità del padre Isacco, preparò quello che già sapete. Mandò Giacobbe nell'ovi­le: arrivano capretti invece di lepri. Con la carne dei capretti Rebecca prepara lo stufato, con le pelli prepara l'inganno. Vestito Giacobbe con gli indumenti di Esaù, e (quel è peggio) con le mani camuffate come quelle di Esaù, eccolo apparire alla presenza del padre cieco e mettergli il piatto davanti. Isacco chiese: 'Chi sei?' E Giacobbe, ottimamente preparato dopo tante prove, ri­spose che era il primogenito Esaù. Il vecchio si meravi­gliò che avesse potuto trovare la cacciagione così in fret­ta; e il figlio con angelico candore rispose che era stata volontà di Dio. Dopo queste due risposte, avendogli ta­state le mani, Isacco gli diede la benedizione, e Giacobbe la ricevette, col maggiorascato e la casa del padre, men­tre a Esaù non rimase altro che quanto aveva nel car­niere. Ci può essere un inganno peggiore?
Eppure sono proprio questi i modi di trafficare e di riuscire. Sette furono gli inganni orditi da Rebecca per raggiungere ciò che voleva. Ingannò nel nome di Giacob­be, perché disse che era Esaù. Ingannò nell'età, perché disse che era il primogenito. Ingannò nelle vesti, perché fece vestire a Giacobbe i panni del fratello. Ingannò nelle mani, perché la pelle e il pelo che il padre palpò era il pelo dei capretti. Ingannò nella pietanza, perché la carne era stata presa nell'ovile e non era frutto di caccia. In­gannò nella buona volontà, perché Giacobbe non si era mosso per andare a caccia. E affinché neppure la Somma Verità rimanesse estranea a tutti quegli inganni, finse che fosse volontà di Dio ciò che in realtà erano due voglie di Rebecca: l'affetto per Giacobbe, e la malevolenza per Esaù. E con nome falso, con età falsa, con abbigliamento falso, con mani false, con attività e prestazioni false, e perfino con un dio falso, riuscì a strappare il diritto, la giustizia, l'autorità, l'onore, la successione, a colui cui la nascita li aveva dati una volta e il merito li aveva confermati molte volte.
Gitani spagnoli- Stampa del 1848
Gitani spagnoli- Stampa del 1848
Vi sembra questa una cosa inaudita? Avete perfetta­mente ragione. Ma questa tragedia avvenuta una volta in Ebron, quante volte viene rappresentata nella nostra Corte? Quante volte con nomi immaginari, con meriti falsificati, con informazioni inventate, si tolgono i premi a coloro che li meritano, e per causa di questo si decreta il trionfo di chi non ne è degno? Quante volte giova più a Giacobbe la sua Rebecca che a Esaù il valore? Quante volte ottiene di più Giacobbe con le mani coperte dai guanti, che non Esaù con le armi nelle sue vere mani? Se si miete di più negli ozi della pace che nei travagli della guerra, chi potrebbe preferire i soli della campagna all'ombra di queste scure pareti? David non pensò così, anche se serviva un re ingiusto e nemico. David servì stando nel palazzo e andando in guerra: nel palazzo con l'arpa, in guerra con la fionda. Quale delle due cose gli rese di più? In palazzo ottenne così poco, che dall'arpa tornò alla verga di pastore: in guerra ottenne così tanto che dalla fionda passò alla corona. Se si vedesse che David otteneva di più all'ombra delle pareti del palazzo che al sole della campagna; se si vedesse che otteneva di più accarezzando le orecchie con il suono dell'arpa che difendendo e onorando il Re con la fionda; se si vedesse che otteneva di più lusingando Micol che servendo Saul; non ci sembrerebbe questa una enorme ingiustizia e uno scandalo ancor più enorme? Ecco qui, è proprio questo che soffrono gli Esaù quando vengono loro preferiti i Giacobbi.
Tuttavia non mi scaglio tanto contro Giacobbe e Re­becca che ordirono l'inganno, quanto contro Isacco che non lo eliminò quando ne ebbe conoscenza. Come è possi­bile che Esaù soffra, che Giacobbe goda il suo possesso, che Rebecca trionfi e che Isacco faccia conto di niente! È dunque così potente l'arte di usurpare le benedizioni, che Giacobbe riesca a rubarla dalle mani di Esaù dopo che essa gli è stata non solo promessa e decretata, ma anche dopo che è passata alla firma e ai timbri della cancelleria? E che ci sia tanta incapacità in Isacco da non saper cambiare la benedizione in maledizione?
Eppure proprio questo temeva Giacobbe. Quando la madre volle stringerlo nelle maglie di questa rete, egli le disse che temeva che il padre scoprisse l'inganno; e che invece della benedizione, scagliasse sopra di lui una maledizione: Timeo ne putet me sibi voluisse illudere et inducam super me maledictionem pro benedictione (Nota 41).
Ma Rebecca non fece nessun caso a questa ipotesi, perché essa conosceva molto bene Isacco, e sapeva che il vecchio non possedeva spirito sufficiente per tanto sdegno.

Se Isacco avesse posseduto una tempra più forte, la benedizione sarebbe stata restituita ad Esaù, Rebecca avreb­be subito le conseguenze dei suoi inganni, e Giacobbe avrebbe amaramente rimpianto di aver tradito.

Ma Isacco non era un padre per Giacobbe, né un marito per Rebec­ca. Come è possibile che Esaù si trovi privato del suo maggiorascato per sempre, e che Rebecca che glielo ha tolto, Giacobbe che lo gode, Isacco che è consenziente, non sentano rimorso di questo inganno? Ci furono e ci sono dei dotti che condannano tutto ciò; altri che lo scusano. Io non scuso e non condanno; mi stupisco, con le turbe: Et admiratae sunt turbae.