Barnaba - Paolo Veronese.
Barnaba - Paolo Veronese.
Quis? Chi sono io? Questo deve chiedere a se stesso un Ministro, sia esso un Aronne laico o un Aronne ecclesiastico. Io sono un giudice della Corte d'Appello o di Cassazione. Sono un Procuratore della Corona, sono un guardasigilli. Sono un Magistrato, reggitore della Giu­stizia. Sono un consigliere di Stato, di guerra, di oltre­mare, dei tre Stati. Sono un Funzionario delle Finanze. Sono un Presidente di Camera, di Corte, di Seggio della coscienza. Sono un Segretario di Stato, dei salari, del la­voro. Sono un inquisitore. Sono un vescovo. Sono un governatore del vescovado ecc. ecc. E va bene, già sap­piamo qual'è l'incarico.
Ma il mio stupore non riguarda l'incarico, quanto piuttosto il fatto che sia un incarico. Ne avete uno solo di questi incarichi o ne avete molti?

Ci sono dei tizi nel­la nostra corte che hanno mani in pasta in tre o quattro, in sei, in otto, in dieci di questi incarichi.

Paolo Veronese - Battesimo di Cristo
Paolo Veronese - Battesimo di Cristo
Non chiedo a questo Ministro universale come viva e quanto viva. Non chiedo come soddisfi i suoi obblighi, né quando lo possa fare. Chiedo soltanto: come si confessa?
Quando Dio diede forma al governo del mondo, pose nel cielo quei due grandi pianeti che sono il sole e la luna, e affidò a ognuno di essi una sopraintendenza: al sole la sopraintendenza sul giorno: Luminare maius ut praesset diei (Nota 8), e alla luna la sopraintendenza della notte: Luminare minus, ut praeesset nocti. E perché fece Dio questa ripartizione? Forse perché la luna e le stelle non avessero motivo di lamentele? No, perché nessuno poteva competere con il sole e quindi non poteva fare giusti re­clami. Se il sole era dunque così manifestatamente su­periore a tutto quanto esisteva in cielo, perché Dio non affidò a lui tutte due le sopraintendenze? Perché non gli dette tutti e due gli incarichi? Perché nessuno può adem­piere bene due incarichi, sia pure lo stesso sole. Lo stesso sole quando illumina un emisfero lascia l'altro in ombra. E che ci debba essere un uomo, un uomo con dieci emi­sferi! E che pensi, o che altri pensino, che possa illuminarli tutti! Non mi stupisce la capacità del vostro talen­to, ma quella della vostra coscienza sì davvero.
Mi direte (da quei dotti che dovete essere) che Dio mentre dette una sola sopraintendenza e affidò un solo emisfero al sole, dette tre sopraintendenze e tre emisferi ad Adamo. Una sul mare, perché governasse i pesci, una sull'aria perché governasse gli uccelli, un'altra sulla ter­ra, perché governasse gli altri animali: et praesit piscibus maris, et volatilibus coeli, et bestiis, universaeque terrae (Nota 9). Ma è forse uguale governare animali e governare uomini? È forse uguale lo stato di innocenza in cui si trovava allora Adamo allo stato di natura corrotta, anzi corrottissima, in cui ci troviamo noi oggi? Ma quand'anche non esistessero queste diversità, l'esempio che ho portato non appoggerebbe il vostro punto di vista né distruggerebbe il mio. Non appoggerebbe il vostro: in quel tempo infatti non c'era che un solo uomo nel mondo, ed era necessario che avesse molte mansioni. Non distrug­gerebbe il mio, anzi lo avvallerebbe molto, perché si vede bene come Adamo, con tutti i suoi incarichi, riuscì a soddisfarli! (Nota 10).
Il Monte Calvario - Stampa del 1841
Il Monte Calvario - Stampa del 1841
Non erano passate ventiquattr'ore da quando era stato preposto alle tre presidenze, che già le aveva perse tutte tre, e aveva perso il mondo, se stesso e anche noi (Nota 11). Se ciò avvenne ad un uomo appena uscito dalle mani di Dio con giustizia innata e con scienza infusa, che cosa potrà mai accadere a coloro che non sono così giusti né così sapienti, che discendono da altre origini, e che hanno ricevuto ben diverse infusioni?
Platone non era cristiano, eppure nella sua Repub­blica ordinava che nessun artigiano potesse imparare due diversi mestieri. E la ragione che dava era questa, che nessun uomo può far bene due cose diverse. Ma se la capacità umana è così limitata, che per fare questo ber­retto sono necessari otto uomini di arti e mestieri di­versi: uno che si occupi della lana, allevando le pecore, un altro che la tosi, un altro che la cardi, un altro che la fili, un altro che la tessa, un altro che la tinga, un altro che ne faccia pezze di tessuto, un altro che la tagli e la cucia! Ma se nelle città bene organizzate l'artigiano che raffina l'oro non può lavorare l'argento, non può for­giare il ferro; se colui che forgia il ferro non può fon­dere il rame, se colui che fonde il rame non può model­lare il piombo né torniare lo stagno; nel governo degli uomini che sono come metalli ma con l'uso di ragione, nel governo degli uomini, arte delle arti, come possono riunirsi o meglio confondersi in un solo uomo tanti inca­richi?

Se un artigiano, con tanto di diploma, a volte non riesce a esercitare bene il mestiere che ha studiato e che pure è un esercizio meccanico, come può un uomo (che molte volte non è stato capace di essere operaio) svolge­re bene tanti incarichi politici?

Acquedotto e castello d'Evora in Portogallo - Stampa del 1841
Acquedotto e castello d'Evora in Portogallo - Stampa del 1841
E come può quest'uomo non farne un caso di coscienza? Come può confessarsi per la quaresima e continuare a servire ai suoi incarichi o meglio a servirsi di essi, una volta passata la Pasqua! Questo, mi stupisce!
In simili condizioni si trovò una volta impegnata l'Anima Santa. Ma sentite come confessò la sua im­potenza ed esternò la sua ansietà: 'Posuerunt me custodem in vineis; vineam meam non custodivi' (Nota 12). Mi diedero cura delle vigne ed io non curai la mia vigna. Ma perché, Anima Santa, la tua vigna almeno quella che era tua, non l'hai curata? Perché colui al quale sono affidate molte vigne non può curarne neanche una sola. Così si confessa un'anima che vuole salvarsi. Confessata la sua insufficienza, confessa la sua colpa. Eppure se c'era qual­cuno che poteva trovare una attenuante era proprio que­st'anima, per quello che essa stessa dice: Posuerunt me: Mi posero. Ma anche se siete stati posti in tali incarichi, avete pur sempre l'obbligo di deporli e confessare gli errori. Ma che dire nel caso che siate stati proprio voi ad affidare a voi stessi quegli incarichi, o a pretenderli, o a chiederli, o anche a strapparli a qualcun altro per impossessarvene?
L'orazione all'Orto - Stampa del 1841
L'orazione all'Orto - Stampa del 1841
Mosè (quel grande Ministro di Dio e del suo Stato) quando Dio stesso gli mise in mano la verga e gli coman­dò di andare a liberare il popolo ebraico, rispose: Quis ego sum, ut vadam ad Pharaonem? (Nota 13): e chi sono mai io, o Signore, o quale capacità è in me per una simile missione? Mitte quem missurus es (Nota 14): mandate qualcu­no che possa veramente servirvi. Oh, vero Ministro del Signore! Prima di accettare l'incarico mise in luce la propria insufficienza; e per dimostrare che non lo faceva per ipocrisia ma per coscienza, rifiutò una e due volte, e accettò soltanto quando Dio gli diede per compagno Aronne. E Mosè aveva già al suo attivo molti anni di gover­no del popolo, aveva già molti capelli bianchi e molta esperienza; eppure egli fece presente a Dio la sua debo­lezza. E desidero riferire i termini della sua esposizione per far vedere come furono inequivocabili: Non possum solus sustinere omnem hunc populum (Nota 15): non posso, io da solo, reggere tutto questo popolo. Sin aliter tibi videtur, obsecro, ut interficias me et inveniam gratiam in oculis tuis: e se la Vostra Divina Maestà non riterrà opportuno togliermi questo onere, Vi prego, Signore, di togliermi la vita, e sarò in questo modo grandemente ricompensato.
Non chiese egli che l'incarico durasse per tutta la vita e anche al di là di questa vita per molte altre vite: egli chiese che gli venisse addirittura tolta la vita,

pur­ché gli venisse tolto un incarico per il quale non si repu­tava degno;

e tutto ciò con infinita saggezza, perché è preferibile perdere l'incarico e la vita, piuttosto che man­tenere l'incarico e perdere la coscienza.
E che fece Dio in questa occasione? Comandò a Mosè di scegliere settanta fra gli uomini anziani più saggi ed autorevoli del suo popolo. E dice il Testo che Dio prese da Mosè parte del suo spirito e lo distribuì fra quei settanta prescelti: Auferens de spiritu, qui erat in Moyse, et dans septuaginta viris (Nota 16). Ecco qui chi era quell'uomo che non si reputava degno dell'incarico.

Così, un uomo che vale per settanta uomini non si reputa degno di adempiere un solo incarico, e voi che dovreste ringraziare Dio se valeste ognuno per un uomo, voi non vi peri­tate di assumere settanta incarichi ciascuno!

Non lodo, non condanno; stupisco,insieme con le turbe: Et admiratae sunt turbae.