Aronne fratello di Mosè
Aronne fratello di Mosè
Cum ejecisset daemonium, locutus est mutus, et admiratae sunt turbae. Si devono confessare le confes­sioni (come abbiamo detto), e le confessioni da confes­sare sono quelle nelle quali il muto parla e il demonio rimane dentro. Ma come può accadere che il demonio rimanga, se il muto parla? Abbiamo la risposta nella stes­sa materia della domanda. Locutus est mutus: il muto parlò. Ma se ha parlato, com'è che si chiama muto? Per­ché nella confessione ci sono uomini che anche dopo aver parlato sono muti. Parlano in quanto dicono delle cose, ma sono muti in quanto ne tacciono altre: parlano per­ché dichiarano delle cose, sono muti perché ne dissimu­lano altre, esprimendosi solo parzialmente.
Pensiamo a quella famosa confessione che fece il Battista (per quanto fosse una confessione di altro gene­re). L'Evangelista dice: Confessus est, et non negavit, et confessus est (Nota 6): Confessò, e non negò e confessò. Meravigliosa ripetizione di termini! Ma se aveva detto che confessò, perché aggiunge 'non negò': confessus est, et non negavit? E dopo aver detto che confessò e non negò, perché torna a ripetere che confessò: confessus est, et non negavit, et confessus est? Non basta dire che con­fessò? No, perché invero non ogni confessione è confessione. Chi confessa e nega, non confessa: soltanto chi confessa e non nega fa una reale confessione. E l'Evange­lista dice che Giovanni confessò, appunto perché confes­sò e non negò. Oh, quante confessioni negate! Oh quante confessioni non confessate ricevono un'assoluzione che non assolve, nella pratica di questo Sacramento! Verrà il giorno del Giudizio! Verrà il giorno di quell'immenso catafalco del mondo: quanti ne vedremo allora di confes­sati neganti? Confessati minimizzanti? Confessati e non confessati, e perciò condannati?
C'è da restare a bocca aperta nel vedere come molti peccati vengono commessi e come gli stessi vengono con­fessati! Visti fuori dalla confessione e osservati in se stessi sono peccati e peccati gravi: ascoltati in confessio­ne e coloriti per l'occasione da chi li confessa, riescono a non parere più peccati, quando addirittura non riesco­no a parere virtù! Sia di esempio (come dimostrazione per entrare in questo ordine di idee) il peccato e la conseguente confessione di un grande Ministro.
Giovanni Battista
Giovanni Battista
Gli Ebrei decisero di prendersi un dio o un idolo che li guidasse per il deserto invece di Mosè. Si riuniscono presso Aronne e gli dicono: Fac nobis deos, qui nos praecedant (Nota 7): Aronne, facci un dio o degli dei che ci indi­chino la strada. In quel tempo Aronne era il più impor­tante Ministro, ecclesiastico e secolare, perché aveva as­sunto il governo del popolo in assenza di Mosè; e come capo spirituale e temporale aveva il doppio obbligo di non indulgere agli empi desideri degli idolatri, riprenderli e castigarli, come avrebbe meritato una così sacrilega sfac­ciataggine, e di difendere e rafforzare la fede, la religione, il culto divino; e se non fosse riuscito nel suo dovere, avrebbe dovuto - non rimanendogli altro espediente - dar la propria vita e mille volte, nel tentativo di difendere la sua causa! Questo appunto in coscienza avrebbe dovu­to fare Aronne. Ma che cosa fece invece? Osserviamo at­tentamente, una per una, tutte le parole e tutte le azioni, perché ognuna di esse avrà importanza per capire quello che voglio dire.
Alle richieste di quella gente, Aronne rispose dicendo che andassero nelle loro case e togliessero dalle orecchie delle loro mogli, figlio e figli i pendenti d'oro (come si usava portare in Asia) e il portassero tutti a lui: Tollite inaures aureas de uxorum, filiorumque et filiarum vestrarum auribus et offerte ad me.
Portati gli orecchini, Aronne, li prese, fuse l'oro, e, dopo aver preparato a regola d'arte un modello, ci colò l'oro incandescente e ne fece un vitello: Quas cum ille accepisset formavit opere fusorio, facitque ex eis vitulum conflatilem. Appena la nuova immagine prese forma, tut­ti, in presenza di Aronne, l'acclamarono come il dio che li aveva liberati dalla schiavitù d'Egitto. E per non mo­strarsi meno religioso, il Massimo Sacerdote aedificavit altare coram eo, et praeconis voce clamavit, dicens: 'Cras solemnitas Domini est': edificò un altare, vi pose l'idolo e fece giungere in ogni angolo il bando coll’annuncio che l'indomani sarebbe stata celebrata la festa del Signore, chiamando Signore quel vitello. Ci può essere maggior bestemmia e degradazione? Sì, ci fu. Surgentesque mane obtulerunt holocausta, et hostias pacificas; et sedit popolus manducare, et surrexerunt ludere. Sorse dunque l'alba di quel giorno solennissimo, i sacerdoti fecero molti sacrifici, ai sacrifici seguirono i banchetti e ai banchetti feste e danze, tutto in onore e lode del nuovo dio. Questo è il susseguirsi degli avvenimenti, che io riferisco lette­ralmente, parola per parola.
Ma ora io chiedo: Se Aronne avesse dovuto confes­sare questo peccato, vi sembra che ne avrebbe avute di cose da dire? Ora Aronne dovette confessare il suo pec­cato, e lo confessò, ma sentite come lo confessò, perché c'è molto da imparare.
Mosè
Mosè
Mosè scese dal monte giungendo proprio nel luogo dove si stavano svolgendo le feste; vede l'idolo, sente divampare in sé tutto il suo zelo, si sdegna violentemente per ciò che è successo, imputa ad Aronne tutta la respon­sabilità dell'accaduto: Quid tibi fecit hic populus, ut induceres super eum peccatum maximum? Che cosa ti ha fat­to di male questa povera gente, perché tu la rendessi rea davanti a Dio del più nefando di tutti i peccati?
Aronne confessò la sua colpa, e la confessò in questi termini: Tu nosti populum istum, quod pronus sit ad malum: Voi, a signore, conoscete questo popolo; sapete quanto sia incline al male. Dixerunt mihi: Fac nobis deos, qui praecedant nos: mi chiesero di dar loro degli dei che li guidassero. Ecco, ora viene la confessione. Ricordate via via tutto quello che è stato detto prima. Quibus ego dixi: Quis vestrum habet aurum? Tulerunt et dederunt mihi, et proieci illud in ignem egressusque est hic vitulus. E io chiesi loro se avessero dell'oro. Andarono a prender­lo, me lo portarono e lo buttai nel fuoco e dalle fiamme uscì questo vitello.
Può essere chiamata questa una confessione? Può questa essere chiamata verità? E' ammissibile una cosa di questo genere? Vieni qui, Aronne, vieni qui ad aggiu­stare i conti con me, alla presenza di Dio. Non sei stato tu a comandare a questi uomini (comando, perché il te­sto dice: Fecit populus, quae iusserat; non sei stato tu a comandar loro di andar a prendere gli orecchini d'oro delle loro mogli, delle loro figlie e dei loro figli, di toglierli dalle loro orecchie per portarli a te? E come puoi ora nella tua confessione dire che chiedesti semplicemen­te 'Chi di voi possiede dell'oro'?: Dixi illis: Quis vestrum habet aurum? E c'è di più. Non hai forse tu preso l'oro, non l'hai fuso tu, non hai tu foggiato e creato il vitello: formavit opere fusorio, fecitque vitulum conflatilem? E come puoi ora nella tua confessione dire che hai buttato l'oro nel fuoco e che l'idolo si formò da solo, che non sei stato invece proprio tu a farlo? Proieci illud in ignem egressusque est hic vitulus? E c'è di più. Non sei stato proprio tu a fabbricare l'altare? Non sei stato pro­prio tu a metterci sopra l'idolo, a chiamarlo signore, a dedicargli un giorno, ad offrirgli e fargli offrire sacrifici, offerte, banchetti, danze, feste? E come puoi ora nella tua confessione omettere tutto questo e non dire una so­la parola di atti così importanti? Ecco qui come i peccati corrispondono alle confessioni e le confessioni ai pecca­ti! Così confessò i suoi peccati il Supremo Ministro ec­clesiastico e secolare del popolo di Dio.
La Giustizia - Paolo Veronese.
La Giustizia - Paolo Veronese.
Parlò Aronne in ciò che disse; fu muto in ciò che tacque: locutus est mutus. Ma notate bene che se fece grande offesa alla purezza della confessione in ciò che tacque, molto maggiore offesa la fece in quello che disse, per il modo in cui lo disse: perché dove tacque, tacque dei peccati, dove parlò fece diventare virtù i suoi peccati. Che cosa tacque Aronne? Tacque dell'altare che aveva innalzato all'idolo, dell'adorazione che gli tributò, del no­me di Signore con il quale lo glorificò, dei sacrifici, delle feste e soprattutto dell'aver aperto la prima porta, del­l'aver dato inizio alle idolatrie del popolo di Israele, che durarono con infiniti castighi per più di duemila anni. Queste sono forse inezie, piccolissimi peccati veniali che possono esser taciuti in una confessione? E che cosa confesso Aronne? Confessò il suo peccato, ma in modo tale, da farlo apparire la sua migliore prodezza. In conseguen­za di questa confessione, se Dio non avesse rivelato a Mosè ciò che era realmente successo, Mosè, in base alla confessione del colpevole, avrebbe potuto porlo sullo stes­so altare che egli aveva eretto. Queste furono le precise parole che Aronne disse a Mosè: Dixi illis: Quis vestrum habet aurum? et tulerunt mihi et proieci illud in ignem. Mi chiesero che facessi loro un idolo, ed io chiesi loro se possedevano dell'oro. Me lo portarono e lo gettai nel fuo­co. Guardate come riferisce il fatto! Guardate come svi­sa il racconto! Guardate come colorisce il peccato! Chiedere l'oro per farne l'idolo, disfare quell'oro, fonder­lo, dargli forma, ed esporlo per l'adorazione, questo non era soltanto rendersi complice del peccato d'idolatria, ma era essere autore e sostenitore di esso. E questo in verità aveva fatto Aronne. Invece chiedere l'oro con il quale il popolo cieco chiedeva fosse fatto un idolo, e get­tare quell'oro nel fuoco, significava gettare nel fuoco quel tentativo di idolatria, incendiarla, bruciarla, ridurla in polvere e cenere. E questo fu ciò che Aronne dichia­rò di aver fatto.
Il Tempo e la Fama - Paolo Veronese.
Il Tempo e la Fama - Paolo Veronese.
Giudicate voi ora se simili confessioni non richie­dano di essere confessate. E se sono il mezzo per cacciare il demonio dall'anima o non piuttosto per spingerlo sem­pre più dentro. Parlo della confessione di Aronne; ognuno poi esamini le proprie. Se le vostre confessioni sono come quella di Aronne, vi è molto ragione di condanna; se sono come quelle del Battista vi è molta ragione di lode. Ma io non lodo come  Marcella, né condanno come i farisei. Io stupisco, come le turbe: Et admiratae sunt turbae.
Partendo dunque dal presupposto che ci sono delle confessioni che devono essere confessate, sarà bene che scendiamo con tutto il nostro stupore a fare un particolareggiato esame di queste confessioni, affinché ognuno possa rendersi meglio conto dei difetti incorsi nelle pro­prie confessioni. E affinché l'esame si adatti all'uditorio, esso non tratterà delle coscienze di ogni genere e stato, ma soltanto di coloro che hanno la responsabilità dello Stato sulla propria coscienza. Sarà la preparazione per una confessione generale di un Ministro cristiano. I teo­logi morali riducono ordinariamente la forma di questo esame in sette punti: Quis, Quid, Ubi, Quibus auxiliis, Cur, Quomodo, Quando? Seguiremo lo stesso ordine: io per maggior chiarezza del discorso, voi per maggior aiu­to alla vostra memoria. Che Dio ci aiuti.