Preparazione alla confessione
Discorso tenuto nella Cappella Reale di Lisbona, la III Domenica di Quaresima del 1655.
Cum eiecisset daemonium, locutus est mutus: et admiratae sunt turbae. (Luc. 11, 14)

Padre Antonio Vieira
Padre Antonio Vieira
Quando o nelle Corti c'era più religione o nei pre­dicatori meno cortigianeria; quando ci si preoccupa­va meno di ottenere il favore degli ascoltatori, e più che essi vivessero in grazia di Dio; quando l'insegnamento che si traeva dal Vangelo era composto di verità solide ed evangeliche e non di discorsi vani e inutili; quando infine le voci dei Precursori di Cristo chiama­vano i peccatori al Giordano e li portavano alle fonti dei Sacramenti, allora l'argomento comune e il propo­sito efficacissimo di questo Vangelo era la Confessione.
Ed è proprio questa anticaglia che io decido oggi di dissotterrare; è di questo vecchiume che voglio par­lare, e mi dispiace soltanto che ciò possa costituire (con­trariamente al mio desiderio) una novità.
Il peggior stato di questa, vita e il più infelice di tutti è lo stato di peccato. Ma se può essercene ancora uno che oltrepassi questo estremo male, è lo stato di peccatore muto.
Cristo volle lasciarci un terribile esempio della peg­giore infelicità cui può giungere un uomo, e lo fece in quella parabola delle nozze, narrandoci di quell'uomo che per ordine del Re fu gettato, mani e piedi legati, a scon­tare una pena eterna nel carcere delle tenebre. Quel Re era Dio, quel carcere era l'inferno, e quell'uomo era il più sventurato di tutti gli uomini, perché in quel luogo e in quel giorno in cui tutti si salvarono lui solo si dan­nò. E in che cosa consisté la sua disgrazia? Solo nel suo peccato? No, perché molti che avevano peccato si salvarono. E allora in che cosa? Nell'ammutolire dopo aver peccato. Il Re s'indignò con lui per l'affronto fattogli sedendosi alla sua tavola, in tal giorno, con un vestito non adatto; ed egli, anziché sollecitare il perdono per la sua colpa riconoscendola, sanzionò la sua condanna tacendo: At ille obmutuit (Nota 1): Ed egli - dice l'Evange­lista - ammutolì. In questo consisté il culmine della sua disgrazia. Più disgraziato nell'ammutolire che nel pec­care, perché pur avendo peccato poteva contare ancora sul rimedio offerto dalla confessione; ma non facendo la sua confessione, non gli restava per il peccato altro rimedio.
Don Chisciotte - Stampa del 1839
Don Chisciotte - Stampa del 1839
Peccare è come cadere ammalati in forma mortale; ma peccare e divenir muti è come essere ammalati e rinunciare alle medicine. Peccare è come naufragare; peccare e ammutolire è come andarsene a fondo con la zavorra e non aggrapparsi alla tavola che potrebbe salvare. Peccare è ciò che fu per le vergini stolte lo spegnersi delle lampade; peccare e ammutolire è spegnersi le lampade e chiudersi le porte. Il peccato trova molte porte per entrare, ma può uscire da una sola,quella della confessione. Peccare è aprire le porte al demonio, perché entri nell'anima; peccare e ammutolire è aprirgli le porte di entrata e chiudere la porta di uscita.Questo è in parole povere l'argomento trattato oggi dal Van­gelo. Un uomo indemoniato e muto. Indemoniato perché ha aperto le porte al peccato; muto perché ha chiuso la porta alla confessione.
E che fece Cristo in questo caso? Erat ejiciens daemonium (Nota 2). L'Evangelista non dice che Cristo scacciò il demonio, sebbene Cristo stesse scacciando il demonio.
Cristo trovava resistenza, perché nessuna cosa può opporre resistenza a Dio in questo mondo, ma un pec­catore muto sì. Dio dava tante voci alle sue orecchie, e che faceva il peccatore muto? Tanti raggi e tante luci ai suoi occhi, e che faceva il peccatore muto? Tante ra­gioni al suo intelletto, tante occasioni alla sua volontà, tanti esempi e così tragici e così frequenti alla memoria, e che faceva il peccatore muto?
Giuda Taddeo
Giuda Taddeo
Che fece infine Cristo? Applicò il suo potere efficace: batté alla porta; e poiché non fu sufficiente battere alla porta, picchiò più forte, incalzò, vinse. Il demonio uscì sconfitto, e il muto parlò: Cum ejecisset daemonium, locutus est mutus. Questa fu la fine della battaglia, ragione di gloria per Cristo, di felicità per l'uomo, di vergogna per il demonio, di meraviglia per i presenti, ma poco adatta ad appoggiare la nostra dimostrazione.
Dice che prima se ne andò il demonio, e poi il muto parlò: cum ejecisset daemonium, locutus est mutus. E in questa circostanza sembrano incontrarsi l'ordine del miracolo con l'essenza del mistero. Nella confessione, pri­ma parla il muto, e poi il demonio esce; prima il pecca­tore si confessa, e poi si rimettono i peccati. Allora (se in questo miracolo si vuol rappresentare il mistero della confessione) prima avrebbe dovuto parlare il muto, e poi il demonio sarebbe uscito. Invece no, e proprio per la ragione che questo miracolo rappresenta il mistero della confessione, ma della confessione perfetta; e la confes­sione perfetta non è quella in cui prima si confessa il peccato e poi si perdona, bensì quella in cui prima si per­dona e poi si confessa.
Il Figliol Prodigo decise di tornare a casa disuo padre e confessare la sua colpa, e da buon penitente de­cise e pose come primo passo la sua confessione: Ibo ad patrem meum et dicam ei: Pater, peccavi in coelum et coram te (Nota 3). Presa questa prima decisione si pose in cammino; ed essendo ancora molto lontano, cum adhuc longe esset, ecco che improvvisamente si trova fra le braccia del padre, che lo stringe strettamente, avvicinandosi al suo volto con infinito affetto: Accurrens cecidit super collum ejus, et osculatus est eum. Dopo questo il Prodigo si prostrò ai piedi del padre e fece la sua confessione, come l'aveva pensata: Et dixit ei filius: Pater peccavi in coelum et coram te. Ma che succede. Figliol Prodigo? Non era stato disposto così. Ecco, la rappre­sentazione non corrisponde alle prove, la scena ne viene alterata. Il padre si è fatto avanti troppo presto, il figlio ha parlato troppo tardi, i personaggi hanno perso le bat­tute, confuso la storia, sbagliato il mistero.
Adorazione dei pastori - Paolo Veronese.
Adorazione dei pastori - Paolo Veronese.
Questa storia del Prodigo non è l'immagine dell'at­to sacramentale della confessione? Sì. E allora per prima cosa il Prodigo avrebbe dovuto prostrarsi ai piedi del padre e recitare la parte della confessione (così, come era stata da lui mandata a memoria), e dopo il padre doveva stendergli le braccia e perdonargli. Ma allora perché viene cambiato tutto l'ordine? Qui prima il padre tende le braccia, poi il figlio si confessa. C'è una ragione, ed è questa, che essi rappresentano non semplicemente l'atto sacramentale della confessione, ma l'atto della confes­sione veramente perfetta. Nella confessione imperfetta prima si confessa il peccato, poi si riceve il perdono. Nel­la confessione veramente perfetta, invece, prima si rice­ve il perdono, poi si confessa il peccato. La confessione imperfetta comincia dai piedi di Dio e finisce nelle sue braccia; la confessione veramente perfetta comincia nel­le sue braccia e finisce ai suoi piedi, come accadde al Figliol Prodigo.
L'Assunzione - Paolo Veronese.
L'Assunzione - Paolo Veronese.
La ragione è lampante; infatti la confessione veramente perfetta è quella in cui il peccatore va ai piedi di Dio veramente contrito e pentito dei suoi peccati. E allo­ra è già in grazia di Dio, è già perdonato, è già assolto. È proprio questa specie di confessione che troviamo nell'odierno miracolo del Vangelo. Confessione nella quale prima si riceve la grazia, e poi si confessa il peccato. Confessione nella quale prima esce dall'anima il demo­nio, e poi il muto parla: Cum ejecisset deamonium, locutus est mutus.
Se non esistessero al mondo altri tipi di confessione diversi da quelli che ho illustrato, oggi non mi rimar­rebbe che seguire (come ho detto) le orme dei nostri pre­dicatori che mi hanno preceduto, ed esortare alla fre­quenza di questo Sacramento, alla confessione e al pen­timento dei peccati.
Ma, se non m'inganno, esiste ancora un altro tipo di confessione, e molto in voga fra le persone della corte. Deve essere qualcosa come i vestiti, confessione all'ulti­mo grido della moda.
Abbiamo detto che c'è una confessione nella quale prima esce il demonio e poi parla il muto, e una confes­sione in cui prima parla il muto e poi esce il demonio. Ma c'è un altro tipo di confessione. E qual è? Quella in cui il muto parla, ma il demonio non esce. Il muto parla, ma il demonio resta.
Il nome Giuda significa: Confessio, confessione. E come fra gli Apostoli di Cristo ci fu un Giuda tradi­tore e un Giuda Santo, così oggi nella Chiesa di Cristo ci sono confessioni sante e confessioni false. Giuda il traditore non tradì tacendo; anzi la bocca e la lingua furono gli strumenti principali del suo tradimento: 'Ave, Rabbi!' (Nota 4), e lo baciò.
Molte delle confessioni odierne appartengono a quest'ultimo tipo descritto; e per questo da molto temo più le confessioni che i peccati stessi. È dogmaticamente cer­to che ogni vera confessione apporta la grazia nell'anima; mai come oggi ci furono tante confessioni e così frequen­ti; nonostante ciò vediamo così pochi effetti della grazia. E come mai tante confessioni e così poca grazia? Io non so quale sia la causa, ma penso che l'unica possibile è che queste confessioni sono di quelle in cui i muti par­lano, ma i demoni rimangono dentro di loro. La confes­sione ben fatta è un Sacramento. La confessione mal fatta è un sacrilegio. La confessione ben fatta spazza via dall'anima tutti i peccati. La confessione mal fatta ag­giunge agli altri ancora un peccato. La confessione ben fatta caccia fuori il demonio. La confessione mal fatta lo ficca ancora più dentro. E se giorno per giorno vi vediamo sempre più penetrati e posseduti dal demonio, come possiamo credere nelle vostre confessioni?
Cena di Emmaus - Paolo Veronese
Cena di Emmaus - Paolo Veronese
Bene, oggi io devo parlare della confessione, come ho promesso in principio. Ma poiché ogni piaga richiede un medicamento specifico, non devo parlare della confessio­ne dei peccati, ma della confessione delle confessioni. Ecco qui il lato vecchio e il lato nuovo dell'argomento che oggi affronto. Non devo esortarvi a confessare i pec­cati, ma piuttosto a confessare le confessioni. Parlando esaminerò a uno a uno tutti i motivi che mi hanno spin­to a farvi questa esortazione, affinché possiate fare una buona confessione.
Ma siccome questa materia appartiene ai più recon­diti nascondigli dell'anima, e potrebbe sembrare un teme­rario chi volesse giudicarla dal di fuori, dirò prima di tutto qual è il mio atteggiamento riguardo a tutto ciò che andrò dicendo. Il miracolo del diavolo muto che ab­biamo esaminato, produsse differenti reazioni negli animi dei presenti. Ci fu chi approvò, chi condannò, chi ne stupì. Una donna devota lodò: Beatus venter qui te portavit (Nota 5). Gli scribi ed i farisei condannarono: 'In Belzebub, principe daemoniorum, eicit daemonia'. La gente del popolo stupì: Et admiratae sunt turbae. Io mi porrò tra questi ultimi. Non sarò di quelli che lodano, né di quelli che condannano; sarò soltanto di quelli che si stu­piscono. Le vostre confessioni viste da un certo angolo sono lodevoli, da un certo altro biasimevoli; io né le loderò né le biasimerò; soltanto mi meraviglierò di loro. E voi ascolterete proprio queste mie meraviglie. Non sa­rà un discorso meraviglioso, ma sarà un discorso mera­vigliato: Et admiratae sunt turbae.