La conversione di San Paolo - Dipinto di Rubens
La conversione di San Paolo - Dipinto di Rubens
Bisogna anche dire che abbiamo alcuni esempi - anche se in numero assai ristretto - di persone che agiscono tutto al contrario, con singolare integrità di giustizia e assoluto disinteresse. Ma io sarei lieto di sapere quanti esempi ci sono, non dico di condanne a morte (cosa adatta a ladri di quel genere), ma di perdite di incarichi governativi a causa dei furti commessi. Quelli rubano in grazia del posto che hanno, e gli altri li conservano e li mantengono in quel posto, e quindi, andando i ladri all'inferno, come possono non portar dietro coloro che hanno acconsentito alle ruberie? Il mio San Tommaso dice, e allega un testo di San Paolo a suffragare la sua tesi: Digni sunt morte non solum qui faciunt sed etiam qui consentiunt facientibus (Nota 20). E affinché il rigore di questo Testo non cada sopra qualsiasi persona consenziente, ma specialmente e soltanto sopra coloro che in virtù del loro ufficio o condizione hanno l'obbligo di impedire le cattive azioni, il Santo Dottore fa subito questa limitazione e prende come esempio specifico i Principi: Sed solum quando incumbit alieni ex officio sicut Principibus terrae: come ai Principi terreni.
Io veramente non riesco a capire come i Principi non si preoccupino di riflettere su cose di tanta importanza, o come non facciano riflettere su ciò coloro che nel tribunale terreno o in quello dell'anima hanno l'incarico di assistere le loro coscienze. Vedano gli uni e gli altri come Cristo insegnò a tutti che

un ladro che ruba in grazia del posto che occupa non deve essere neppure per un momento di più mantenuto in quel posto né appoggiato dalla acquiescenza degli altri.

Paolo di Tarso
Paolo di Tarso
Vi era un volta un uomo ricco, dice il Divino Maestro, che aveva un servitore che sopraintendeva alle sue proprietà in qualità di economo o amministratore generale (questo è il nome che si trova nell'originale greco, e che nella Vulgata corrisponde a quello di villico). Questo amministratore venne accusato di approfittarsi del fatto che amministrava i beni del padrone, rubando; appena la notizia giunse alle orecchie del padrone, questi mandò a chiamare il servo e gli ordinò di dargli le consegne, perché non doveva più occupare quel posto. Anzi la decisione di dimetterlo fu espressa dal padrone in termini ancor più assoluti, in quanto egli non disse che non doveva, ma che non poteva occupare quel posto: Jam enim non poteris villicare (Nota 21). La parabola che stiamo esaminando non contiene una sola parola che non sia piena di significato e di insegnamento a proposito del nostro tema di oggi. Prima di tutto troviamo scritto 'un uomo che era ricco' e non soltanto 'un possidente'. Infatti per avere tante rapide decisioni, bisognava che fosse veramente 'un uomo' e anche per essere ricco doveva essere prima 'un uomo', perché non sarà mai ricco, per quanti beni riceva in eredità, colui che non avrà cura, e scrupolosa cura, di non affidare l'amministrazione dei suoi beni a ladri.
San Girolamo, Madonna con Bambino, Maria Maddalena - Correggio.
San Girolamo, Madonna con Bambino, Maria Maddalena - Correggio.
La parabola prosegue dicendo che bastarono le voci di accusa, senza altre indagini, per privare quel disonesto del suo posto: Et hic diffamatus est apud illum. Infatti, se nel nostro caso si devono mandar a prendere informazioni, prima che si ponga un rimedio, quelli avranno il tempo di rubare il Brasile intero o l'India intera! Non vengono però nominati gli accusatori, e non si sa chi fossero gli autori o i propalatori; infatti il signore deve sempre conservare il segreto, altrimenti, non ci sarà più nessuno che oserà avvisarlo, giustamente temendo l'ira dei potenti. Più avanti troviamo che mandò a chiamare il servo: Et vocavit eum. Infatti se si affidano simili indagini ad altri, e non è lo stesso signore a farle personalmente, il ladro può sempre provare la sua innocenza, spartendo a metà ciò che ha rubato. In fine della parabola troviamo che il signore smaschera il ladro e gli fa presente che non eserciterà mai più quell'incarico perché ormai non può più: Jam enim non poteris villicare; perché né il ladro riconosciuto tale, può rimanere al posto dove rubò, né il signore, anche se lo volesse, lo può con­fermare o conservare a quel posto, se non vuol dannarsi anche lui.
Malgrado quanto ho già detto, io ho ancora qualche scusa che porterò in favore di questi ladri davanti al signore e davanti all'Autore di questa Parabola, che è Cristo. Ammettiamo che né l'entità del furto, né la qualità della persona sembrino meritare per sempre la privazione dell'incarico.
Quest'uomo, signore, quantunque sia caduto in questo errore, è un uomo di grande talento, di grande sagacia, di grande intelligenza e prudenza, come voi stesso avete ammesso. Anzi voi avete lodato in lui queste qualità, il che è ancora meglio: Laudavit Dominus villicum iniquitatis, quia prudenter fecisset (Nota 22). Se dunque egli è uomo di tanta utilità e capacità e talento che può ancora esservi utile, perché privarlo per sempre del suo incarico? Jam enim non poteris villicare. Sospendetelo dalle sue mansioni per qualche mese, come si usa fare, e poi riammettetelo al suo posto, cosicché voi non lo perderete ed egli non si perderà.

No, risponde Cristo. Una volta che è conosciuto per ladro, non solo deve esser sospeso e privato del suo incarico ad tempus, ma per sempre e per non ritornare mai più e per non potervi tornare mai più: Jam enim non poteris. Infatti l'uso e l'abuso di questi ripristinamenti in carica, anche se possono sembrare pie­tà, sono assoluta ingiustizia. In questi casi, invece che essere il ladro a restituire ciò che ha rubato durante il suo incarico, si restituisce l'incarico al ladro, perché possa rubare ancora!

No, non sono queste le restituzioni per le quali vengono rimessi i peccati; sono quelle che fanno condannare i riammessi e insieme con loro, anche quelli che hanno ordinato le loro riammissioni. Si lasci pur perdere un uomo già perduto, e non si perdano i molti che possono perdersi.
Visto dunque che la prima delle mie scuse non ha fatto presa, passiamo ad altro. I furti di quest'uomo fu­rono così da poco, il loro numero fu così irrilevante che il Testo non li chiama furti veri e propri, ma quasi-furti: Quasi dissipasset bona ipsius (Nota 23).

Ma dunque, o Signore, in un'epoca in cui si vedono tollerati negli alti incarichi tanti ladri e in cui, quel che è peggio, si vedono anche premiati i ladri più ladri di tutti, sarà giusto che venga privato per sempre del suo incarico un povero uomo che arriva appena ad essere un quasi-ladro?

Tempio di Jagrenat in India - Stampa del 1839
Tempio di Jagrenat in India - Stampa del 1839
Sì, risponde questa volta Cristo, è giusto, per emenda proprio dell'epoca e per mostrare al mondo quanto esso sbagli. Come il sesto comandamento teologicamente non contempla massimi o minimi, così il settimo comandamento non deve politicamente contemplarli; perché chiunque abbia rubato o si sia disonorato in limiti modesti, lo farà assai più facilmente anche in limiti maggiori. Del resto ne è una prova questo stesso quasi-ladro. Appena venne a conoscenza del fatto che avrebbe dovuto lasciare il suo posto, ebbe subito il pensiero di servirsi ancora di quel posto per rubare ciò che non aveva ancora rubato. In gran fretta manda a chiamare i debitori, straccia le ce­dole dei loro debiti, ne fa delle nuove antidatate; a qual­cuno toglie la metà dei debiti, ad altri un quinto, e in questo modo, rubando al tempo i giorni, ai documenti la verità e al padrone il denaro, colui che era stato un quasi-ladro durante il suo incarico e cioè quando il suo unico pensiero era di conservarlo, divenne poi ladro più che mai.
Ora ho veramente inteso l'enfasi con cui la Pastorella dei Cantici disse: Tulerunt pallium meum mihi (Nota 24): Rubarono a me il mio mantello. Infatti si può derubare un uomo della sua veste, togliendola non a lui stesso, ma a qualcun altro. In questo senso agì l'astuzia del ladro del­la parabola, che rubò il denaro al suo padrone, non togliendolo a lui direttamente, ma diminuendo i suoi cre­diti così che chi prima era un ladro solo, si trasformò poi in molti ladri, non contentandosi di rubare lui solo, ma trasformando anche i debitori in ladri. Se ne vada dunque questo Tizio all'inferno, e tutti gli altri vadano assieme con lui. Ma i Principi imitino il padrone della parabola, che evitò di andar all'inferno, perché con tanta tem­pestiva decisione depose dall'incarico quel colpevole.
Battesimo di Cristo - Paolo Veronese.
Battesimo di Cristo - Paolo Veronese.
Non ci sarà nessuno, dotato di intendimento cristiano, che non veneri, in generale, questo insegnamento, poiché viene da Gesù Cristo. Vi sarà però qualche politico così pignolo da voler limitare la parabola a qualche tipo di uomini soltanto, trovando queste limitazioni nello stesso Testo. Il Vangelo chiama infatti l'uomo di questa parabola 'Villico'. È ben giusto che sistemi simili e uguali a quelli della parabola vengano usati con persone di condizione bassa o bassissima; ma con persone di diversa origine, con le quali, per merito delle loro qualità e in ossequio di altri meriti, è lecito e conveniente che i Re chiudano un occhio, non è giusto usarne.
Oh, come l'inferno è pieno di anime che con queste e altre interpretazioni, fatte per adulare i grandi e i po­tenti, non si fanno scrupolo di preparare la loro dannazione! Ma affinché non credano agli adulatori, stiano a sentire che cosa dice Dio, e credano a lui.
Dio rivelò a Giosuè che era stato commesso un furto fra le spoglie di Gerico espugnata, dopo averglielo ben fatto capire con l'insuccesso del suo esercito; e gli comandò che, scoperto il ladro, lo facesse ardere vivo. Si fece accurata inchiesta e si trovò che un certo Achan aveva rubato una bella zimarra scarlatta, un piccolo lingotto d'oro e alcune monete d'argento. Ma chi era questo Achan? Era forse un uomo di bassa condizione, era forse un soldatino che faceva il militare per caso, un piccolo bastardo, figlio di nessuno? No, signori. Nelle sue vene scorreva nientemeno che il sangue reale della famiglia di Giuda, e, per discendenza di linea maschile, era il suo quarto nipote. Una persona di così alto lignaggio, al quale appartenevano i soli nobili d'Israele, doveva morire bruciato, condannato come ladro? E per un furto che al giorno d'oggi sarebbe veniale, deve rimanere per sem­pre infamato un nome così illustre? Voi mi direte che era meglio chiudere un occhio: ma Dio, che vede meglio di voi, pensò il contrario. In materia di furti non si fa eccezione di personalità dei ladri, e chi giunse a macchiarsi di siffatte bassezze, perdette in quello stesso istante tutti i diritti di nobiltà.
La legge fu eseguita fino in fondo; Achan fu giustiziato e bruciato; il popolo ricevette un ottimo insegnamento da quel castigo, come osservano autori degni di fede, perché Dio mutò in quel fuoco temporale il fuoco che egli avrebbe dovuto patire all'inferno. Coloro che chiudono un occhio, impediscono ai ladri di godere questo privilegio.
Deposizione dalla Croce - Paolo Veronese - Disegno del 1839
Deposizione dalla Croce - Paolo Veronese - Disegno del 1839
E ora voglio rispondere con grande abbondanza di particolari a coloro che affermano che i Re devono essere di manica larga con le persone illustri dalle quali può dipendere la conservazione del bene comune, e che sono molto utili al loro servizio. Quando il delitto è degno di morte, si può esser clementi riguardo al castigo e si può rendere la vita a quegli uomini; ma quando si tratta di furto, non si può essere clementi riguardo alle occasioni, concedendone ancora a quegli uomini; quindi bisogna assolutamente toglierli dal loro posto.
Se osserviamo il delitto compiuto da Adamo, ritroveremo in esso il concorso di queste due circostanze. Dio gli aveva ordinato di non mangiare i frutti dell'albero proibito, sotto pena di morire lo stesso giorno: In quo cumque die comederis, morte morieris (Nota 25). Adamo non ubbidì all'ordine, rubò il frutto, e, ipso facto, fu soggetto alla morte. Ma come si comportò Dio in questa occasione? Lo mandò immediatamente via dal paradiso terrestre, ma gli concesse una vita che durò molti anni. Ma se Dio lo mandò via dal paradiso a causa del furto che aveva commesso, perché non eseguì su lui anche la pena di morte, provvedimento che egli stesso si era meritato disubbidendo? Perché dalla vita di Adamo dipendeva la conservazione e propagazione del genere umano nel mon­do; e quando le persone sono così importanti e tanto necessarie al pubblico bene, è giusto che - anche se meri­tano la morte - venga loro concessa la vita. Ma se oltre a meritare la morte sono anche ladri, non si può in nessun modo permettere loro di rimanere al posto che occupavano e di continuare a essere ladri.
Così fece Dio e così ce l'ha lasciato detto nel Testo. Pose un Cherubino con la spada di fuoco all'entrata del paradiso con l'ordine di non lasciarvi tornare Adamo a nessun costo. E perché? Perché come aveva rubato il frutto dell'albero della scienza, non rubasse anche quello dell'albero della vita: Ne forte mittat manum suam, et sumat etiam de ligno vitae (Nota 26).

La legge presume che chi è stato colpevole una volta, lo sarà altre volte, lo sarà sempre.

Esca dunque Adamo, se ne vada dal luogo dove ha rubato, e non ci ponga piede mai più, per non avere più occasione di compiere altri furti, come ha commesso il primo. Si noti bene che Adamo, dopo esser stato cacciato dal paradiso, visse novecento e trenta anni. E allora non basterà allontanare dal suo incarico per cento, duecento, o trecento anni un uomo pentito perché esso sconti il suo castigo? No. Anche se vivesse novecen­to anni, anche se vivesse novemila anni, una volta che ha rubato ed è stato riconosciuto per ladro,

non deve più esser rimesso al suo posto e non gli si deve dare più l'incarico avuto prima.