Battesimo di Cristo - Paolo Veronese.
Battesimo di Cristo - Paolo Veronese.
Doloroso spettacolo sarà quel giorno, signori, vedere come i ladri conducono i Re all'inferno assieme a loro; e affinché questa sorte cambi per gli uni e per gli altri, vediamo ora come i Re potrebbero, se volessero, portare i ladri in paradiso assieme a loro.
Qualcuno penserà che sia una cosa assai difficile, dato tutto quello che abbiamo detto fin qui, e assai costosa; ma io vi affermo e vi dimostrerò in breve che è invece una cosa molto facile, e che può esser fatta dai Re senza la minima spesa e anzi con molto vantaggio dell'erario pubblico. E con che mezzi? Con una parola; ma deve essere parola di Re.

E questa parola deve essere un comando a quei ladri che non sono abituati a restituire, perché restituiscano integralmente tutto quanto hanno rubato.

Deposizione nel sepolcro - Paolo Veronese
Deposizione nel sepolcro - Paolo Veronese
Facendo questo, si salveranno i ladri e si salveranno i Re; i ladri si salveranno perché avranno restituito il mal tolto, i Re si salveranno perché, avendo i ladri effettuata la restituzione dei furti, non saranno più obbligati a risponderne. Esiste forse un'azione più giusta, più utile e più necessaria a tutti? Solo un uomo senza fede, senza coscienza, senza intelletto, potrebbe ne­gare la verità di quanto affermo.
E affinché i ladri non si rammarichino per aver perso in questo modo il frutto delle loro ruberie, considerino che, anche se essi sono cattivi come il Cattivo Ladro, non solo devono desiderare e accettare questo svolgersi di avvenimenti, ma anzi devono chiedere loro stessi allo stesso Re, che si comporti nel modo in cui si deve comportare.
Il Buon Ladrone chiese a Cristo che, come Re, si ricordasse di lui nel suo regno, e il Cattivo Ladrone inve­ce, che cosa chiese? Si tu es Christus, salvum fac temetipsum et nos (Nota 29): Se sei il Messia promesso, come crede il mio compagno, salvati e salvaci. Questa fu la richiesta del Cattivo Ladrone a Cristo, e questa deve essere la richiesta di tutti i ladri al loro Re. ammesso che essi siano cattivi come il Cattivo Ladrone. 'Maestà, né la vostra anima può essere salva, né la nostra, se noi non restituiamo il mal tolto; ma siccome non abbiamo né forza d'animo né abbastanza merito per fare questa restituzione (infatti nessuno di noi non la fa mai, né in vita né in morte), comandate dunque Voi, Maestà, in modo esecutivo, che tale restituzione venga fatta. E anche se i sistemi usati per rendere esecutivo l'ordine saranno violenti, saranno sempre benedetti, perché salve­ranno la vostra anima, Maestà, e anche la nostra: Salvum fac temetipsum et nos'.
La Sacra Famiglia - Paolo Veronese.
La Sacra Famiglia - Paolo Veronese.
Credo che nessuna coscienza cristiana potrà non approvare questa teoria. E affinché non rimanga una pura teoria astratta, cioè campata in aria, scendiamo a dare qualche esempio di come essa deve venir messa in pratica.
I ladri di cui ci occupiamo oggi, sono soliti rubare, durante il loro incarico o governo, o cose appartenenti al patrimonio del Re, o cose appartenenti ai patrimoni privati: nell'uno e nell'altro caso l'obbligo di restituzione non riguarda soltanto i funzionari-ladri, ma anche lo stesso Re, sia che egli abbia chiuso un occhio e sia stato consapevole del furto al momento in cui veniva perpetrato, sia (e questo è quanto basta) che ne venga informato quando il furto è già stato commesso. A questo punto è necessario far osservare una notevole differenza (di solito quasi inosservata) fra il patrimonio del Re e i patrimoni privati. I privati, quando viene perpetrato un furto a loro danno, non solo non sono obbligati a resti­tuzioni di alcun genere, ma anzi acquisteranno grande merito se sopporteranno il furto con pazienza, e, nel caso che ci riescano, possono anche condonare al ladro.
I Re, in un caso dello stesso genere, si trovano in condizione assai peggiore: essi infatti sono obbligati a restituire ciò che è stato rubato dal loro patrimonio, e non possono tollerare indifferenti il furto, come non possono condonarlo. La ragione della differenza è data dal fatto che i patrimoni privati appartengono al loro pos­sessore, mentre il patrimonio del Re appartiene allo Stato.

Come il depositario o tutore non può permettere che si alieni il patrimonio che gli è stato affidato, e in caso di furto sarebbe obbligato alla restituzione, così il Re, che è tutore e quasi depositario del patrimonio e dei beni dello Stato, è obbligato alla restituzione, per non dover gravare lo stesso Stato con nuovi tributi imposti al fine di riassestare le finanze diminuite dai furti.

Giove scaccia i vizi - Paolo Veronese.
Giove scaccia i vizi - Paolo Veronese.
Or bene, il modo facile con cui i Re possono ottenere la restituzione dei beni pubblici alienati viene suggerito agli stessi Re da un monaco, che, come seppe rubare, seppe anche fare la restituzione del mal tolto. MayoloCranzio e altri riferiscono il fatto. Il monaco si chiama­va Fra Teodorico, e siccome era un uomo di grande intelligenza e sagacità, l'imperatore Carlo IV° gli affidò alcuni affari di grande importanza, e il frate seppe approffittarne in modo tale, che divenne così ricco da poter competere con i maggiori possidenti. Essendone stato informato, l'Imperatore mandò a chiamare il frate e gli disse di prepararsi a rendergli conto. Che fece allora il povero, o meglio ricco frate? Rispose senza scomporsi che era già pronto, che poteva render subito conto, e disse queste parole: 'Cesare, io entrai al Vostro servizio possedendo solo l'abito che indosso e dieci o dodici monete da un soldo in saccoccia, frutto dell'elemosina ricevuta per le mie Messe; mi lasci Vostra Maestà il mio abito e le mie monetine; e tutto quello che possiedo oltre a queste due cose, lo faccia ritirare, perché appartiene alla Maestà Vostra. E con questo ho terminato la mia resa di conti'. Con questa facilità fece la restituzione quel monaco; e così poté mantenere i suoi voti, e l'Imperatore poté mantenere il suo patrimonio.
Re e Principi mal serviti, se volete salvare le vostre anime e ricuperare i vostri patrimoni, introducete, senza eccezione di persona, il sistema di restituzione usato da Fra Teodorico.

Si appuri che cosa possedeva ognuno quando entrò al vostro servizio. E tutto quanto c'è di più, ritorni là donde è venuto, e si salvino tutti.

Busto di Massimino il Trace
Busto di Massimino il Trace
La restituzione che invece si deve fare ai singoli sembra non poter essere così rapida ed esatta, perché spesso si rubò da molti patrimoni e anche da intere province. Ma come questi pescatori eminenti usarono di reti scopa-mare, si usi dello stesso sistema per farli restituire. Se la loro pesca è stata copiosa, come di solito è, si sa già a priori che è stata fatta contro la legge di Dio e contro gli ordini e le leggi del Re, e, in uno o nell'altro caso, o in tutti due, contro la giustizia.
Così dall'India si pescano 500.000 scudi, dall'Angola 200.000, dal Brasile 300.000 e dal povero Maranao più di quello che vale tutto intero. Che si dovrà fare con tutta questa ricchezza? La usi il Re per salvare la sua anima e l'anima di quelli che rubarono.
Parlando dei Governatori che l'Imperatore Massimino mandava nelle diverse province, si diceva, con acuta e ben appropriata similitudine, che erano delle spugne. La furbizia o astuzia con la quale egli usava di questi strumenti, era tutta volta a saziare la sete della sua cupidigia. Infatti essi, proprio come spugne, assorbivano dalle province che governavano tutto quanto potevano. L'Imperatore, a sua volta, quando le spugne tornavano le spremeva e riservava all'accrescimento del patrimonio reale tutto quello che essi avevano rubato. Così castigava loro e arricchiva se stesso. Questo Imperatore faceva dunque una cosa buona e una cattiva, e tralasciava di fare la migliore di tutte. Faceva una cosa cattiva mandando come Governatori nelle province uomini-spugne ; nello spremere le spugne al loro ritorno, confiscando i proventi di furti che portavano con sé, faceva una cosa buona e giusta; però da ingiusto tiranno quale era, tralasciava di fare la migliore delle azioni: infatti tutto quello che riusciva a spremere dalle spugne non doveva prenderlo per sé, ma restituirlo alle province cui era stato rubato.
Questo sono tenuti a fare in coscienza i Re che desiderano salvarsi e che non pensano di soddisfare gli obblighi e i dettami della giustizia, mandando in prigione in un castello coloro che derubarono una città, una provincia, uno Stato.

Che importa dar loro questa parvenza di castigo che dura qualche giorno o qualche mese, se dopo di questo tempo gli stessi ladri possono andare e godere il frutto delle loro ruberie, mentre quelli che hanno patito il danno non ricevono nessuna restitu­zione?

In questa, che pare giustizia, c'è un gravissimo errore: né il castigato né il castigatore si liberano dalla condanna eterna. Ma affinché l'errore appaia chiaro, affinché non si possa far finta di non capirlo, sarà meglio specificare.

Chi si è impadronito delle cose altrui, è soggetto a due riparazioni: deve sopportare la pena comminata dalla legge e deve restituire ciò che ha rubato.

Paolo Veronese - Transfigurazione di Cristo
Paolo Veronese - Transfigurazione di Cristo
Il Re, come legislatore, può esonerarlo dalla pena, ma non può in nessun modo esonerarlo dalla restituzione, perché que­sta è indispensabile. Nei casi in cui si dà esecuzione solo alla pena o a parte di essa e non ci si ricorda nemmeno della restituzione o non la si prende in considerazione, anche quando si fa giustizia, o si crede di farla, si agisce proprio contro giustizia.
Per finire torniamo a San Tommaso. Il Santo Dottore pone una domanda: Utrum sufficiat restituere simpliciter, quod injuste ablatum est. Perché la restituzione sia completa e ben fatta, basta restituire ciò che si è preso? E dopo essersi risposto che basta, essendo la restituzione un atto di giustizia e consistendo la giustizia in uguaglianza, argomenta contro questa sua risposta con la legge del capitolo XXII dell'Esodo, in cui Dio ordina a chi rubò un bue, di restituirne cinque. Allora, che si è rubato? E se basta restituire solo tanto quanto, come noi avevamo prima risposto, come si deve intendere questa legge? Si deve intendere - è sempre il Santo che risponde - distinguendo in essa due parti; la legge naturale, che obbliga alla restituzione, e la legge positiva che obbliga alla punizione del furto. La legge naturale vuole l'uguaglianza del danno, e perciò comanda che si restituisca tanto per tanto; la legge positiva invece vuole il castigo del delitto di furto, e contempla una pena quattro volte superiore al furto, ordinando di restituire cinque invece di uno. Si deve tuttavia notare - aggiun­ge il Santo Dottore - che fra la restituzione e la pena c'è una grande differenza: infatti il colpevole non è obbligato a scontare la pena prima della sentenza; è invece sempre obbligato a restituire ciò che ha rubato, anche se non lo sentenzieranno, e non lo obbligheranno a farlo.
Da queste parole risulta chiaro anche l'errore enorme di quella parvenza di giustizia che qualche volta viene posta in atto. Si pone agli arresti, chi si è macchiato del delitto di furto e poi, finita la pena, lo si libera.
Ma che cosa si conclude con questo? Chi è stato in prigione, una volta scontata la pena, se ne va allegro e contento; il Re pensa di aver soddisfatto l'obbligo di fare giustizia, e invece né uno né l'altro non ha scontato niente, e tutti due sono obbligati alla restituzione del furto, sotto pena di non salvare le loro anime; il reo perché non ha fatto la restituzione, il Re perché non lo ha fatto restituire. Tolga dunque il Re in modo esecutivo il patrimonio a quelli che hanno rubato, e faccia lui stesso la restituzione, dato che i ladri non la fanno mai, e con questo sistema (non ce n'è e non ce ne può essere un altro diverso) invece di essere i ladri a portare con sé i Re all'inferno, come sta avvenendo, saranno i Re a condurre in paradiso i ladri, come fece Cristo: Hodie mecum eris in paradiso.