Parmigianino - San Girolamo.
Parmigianino - San Girolamo.
Ma mi sto accorgendo che questo esempio di Dio potrebbe esser preso o viene preso da molti Re come scusa. Infatti, se tanto male avvenne a Dio per causa di Adamo, considerando che Dio conosceva molto bene quello che sarebbe accaduto, come ci si può meravigliare che succeda lo stesso ai Re per causa degli uomini che essi eleggono o pongono in alti incarichi, considerando che i Re non hanno la prerogativa di conoscere il futuro e quindi non possono sapere ciò che i loro eletti faranno?
Bella scusa, ma soltanto apparente, e tanto falsa come mal fondata. Infatti Dio non elegge gli uomini per quello che Egli sa che saranno, ma per quello che essi sono al presente. Cristo sapeva molto bene che Giuda avrebbe rubato; ma quando lo scelse per l'incarico che gli affidò, non solo Giuda non era un ladro, ma anzi assai degno di assumersi la responsabilità di conservare e distribuire le elemosine ai poveri.
Eleggano così i Re le persone e affidino così gli incarichi, e Dio li disobbligherà almeno di questa parte di restituzione. Vogliono sapere se i candidati o i preposti agli incarichi, sono dei ladri? Osservino la regola data da Cristo:

Abramo sacrifica Isacco.
Abramo sacrifica Isacco.
Qui non intrat per ostium, fur est, et latro (Nota 15). L'unica porta che legittimamente porta agli alti incarichi è il merito; chiunque non entri per quella porta, viene chiamato da Cristo non solo ladro, ma ladro assai: fur est et latro. E perché ladro due volte? Una per aver rubato l'incarico, l'altra per quello che ruberà, servendosi dell'incarico affidategli. Chi non entra dalla porta, lo è già. Alcuni riescono ad entrare per parentele, altri per amicizia, altri per prepotenza, altri per subornamento, ma tutti per maneggi e traffici. Ma ecco, basta dire questo, non c'è bisogno di altra prova: chi traffica, si sa che non lo fa per perderci. Mentre durano le trattative sarà un ladro nascosto, poi diventerà un ladro scoperto. E infatti San Gerolamo ci dice che questa è la differenza fra le parole fur e latro.

Il patriarca Abramo
Il patriarca Abramo
Certo è cosa che lascia a bocca aperta il vedere alcuni così introdotti e così affermati nel loro potere, pur non essendo entrati per la porta, non avendo diritto di pas­sarci. Forse entrarono dalle finestre, come quei ladri di cui ci parla Joele: Per fenestras intrabunt, quasi fur (Nota 16), e questa sarebbe una grande disgrazia perché le finestre sono fatte per lasciar passare aria e luce e non tenebre e malvagità. Forse entrarono forando le pareti della casa del padre di famiglia, secondo l'indicazione della parabola di Cristo: Si sciret pater familias, qua bora fur veniret, non sineret perfodi domum suam (Nota 17); e a questa sarebbe ancor maggiore disgrazia. Possibile che il sonno o meglio il letargo del padrone di casa sia così pesante da non poter essere rotto dai colpi battuti per abbattere le pareti? Ma ciò che è ancor più mirabile è che chi trova la porta chiusa, cerca di entrare dal tetto e ci riesce! E questo senza possedere né piedi né mani e tanto meno ali! Cri­sto Nostro Signore stava sanando degli infermi dentro una casa, ed era tanta la folla, che alcuni uomini che portavano un paralitico, non riuscendo ad entrare per la porta, salirono con il malato sul tetto e da lì lo calarono.
In questa parabola si rimane ancor più ammirati dello stato dell'infermo, che del luogo o del modo della introduzione al cospetto di Cristo.

Esaù e Giacobbe.
Esaù e Giacobbe.
Chi non avrebbe cre­duto che quell'uomo, entrato dai tegoli del tetto, non venisse dal cielo? Tertius e caelo cecidit Cato? E quest'uomo era un paralitico, non aveva piedi, non aveva mani, non aveva capacità d'intendere e di muoversi; ma ebbe di che pagare quattro uomini che lo caricassero sulle spalle e lo portassero così in alto. E i tipi che caricano simili soggetti sulle spalle, sono generalmente così ben pagati, che è molto se essi (ammettendo che siano così scemi da farlo) dicono e diffondono i meriti dei loro caricati, fino a sopravanzare le tegole dei tetti. E siccome non possono raccontare imprese gloriose di un tale che non ha mani, ne esaltano le virtù e la bontà; dicono che con il suo modo di fare si cattiva la simpatia di tutti. E come, meglio che comprandoli, potrebbe cattivarseli? Dicono che facendo il suo dovere concede a tutti di divenire suoi debitori. Lo credo; per forza, diventano debitori di quello che lui vorrà loro estorcere. Non parlo poi di quelli che con il noto sistema di Giacobbe rubano la benedizione agli Esaù, senza neppure preoccuparsi di mettersi i guanti di pelle, ma dando o promettendo bustarelle. Non parlo di quelli che più lebbrosi di Naam Siro, vanno a mondarsi dalla lebbra non nelle acque del fiume Giordano ma nelle acque del fiume d'Argento. E tutti questi che abbiamo nominato, con il seguito di quelli che avremmo potuto nominare, sarebbero degni di entrare dalla porta? Certamente no. Dun­que se niente di tutto questo si fa sicut fur in nocte (Nota 18), ma alla luce del sole e anche del mezzogiorno, come può esser scaricato della sua responsabilità chi firma i decreti di coloro che non conosceva esser ladri, e usare siffatti sistemi per raggiungere lo scopo prefisso? Ma insomma, li conosceva o non li conosceva? Se non li conosceva, come ha fatto ad accettare la loro elezione? E se li conosceva tali quali erano, come ha fatto ad appro­vare la loro elezione?

Ma parliamo ora di coloro che vengono eletti con espresso riconoscimento delle loro qualità.
Il Signor Tizio (dice la pietà bene intenzionata) è di nobile famiglia, ma è povero; gli sia dato un Governo. Quante empietà, dichiarate o meno, sono contenute in questa pietà? Se è povero, gli si dia una carità meno umiliante, a titolo di pensione, ed abbia di che vivere.

Ma perché è povero bisogna dargli un Governo, in modo che vada a rimpannucciarsi a scapito dei suoi sudditi, in modo che faccia molti poveri per fare di sé stesso un ricco sfondato?
Chi lo elegge per la causa sopra esposta, provoca proprio questi risultati.

Passiamo adesso ad esaminare i premi e i castighi. Un vecchio capitano vanta molti anni di servizio; diamogli in premio una fortezza nelle Colonie. Ma se questi anni di servizio appartengono a uno che, come prime compense di guerra, si prendeva le di­vise e le razioni dei suoi soldati, spogliati e morti di fame, che potrà fare di buono in Sofala o Mascate?

Un certo laureato in legge tenne alcune conferenze di grande successo, al Palazzo Reale; tuttavia non dette buona prova di sé. Perciò degradato, vada in India con la sua toga. E se in Beria e nell’Alentejo, dove non esistono miniere di pietre preziose, i diamanti e i rubini rimanevano attaccati alle mani di questo dottore, che mai succederà nella Corte d'Appello di Goa?

Il Re Don Giovanni III chiese a San Francesco Saverio che, per mezzo di un suo confratello, che era precettore del Principe, lo informasse di come andavano le cose in India. Il Santo, senza specificare incarichi o persone, scrisse che in India il verbo 'rapio' si coniugava in tutti i modi. La frase sembra scherzosa, per un affare così serio; ma il Servo di Dio aveva parlato come Dio stesso che con una sola parola dice tutto.
Nicola di Lyra, commentando quelle parole di Daniele: Nabuchodonosor rex misit ad congregandos satrapas, magistratos et judices, spiega l'etimologia della parola 'satrapi' (erano questi i governatori delle province) e dice che questo nome è formato da sate da rapio.

Dicuntur satrapae quasi satis rapientes, quia solent bona inferiorum rapere: si chiamano satrapi perché sono soliti rubare assai.

E questo assai lo specificò ancora meglio San Francesco Saverio, dicendo che coniugavano il verbo rapio in ogni suo modo. Ciò che posso aggiungere, data la mia esperienza, è che non solo questa coniuga­zione è molto in voga dal Capo di Buona Speranza in là, ma anche dal Capo di Buona Speranza in quà.

Essi coniu­gano il verbo rapio in tutti i suoi modi possibili, perché rubano, usando tutte le possibili arti, non parlando poi di quelle nuove e strane che né Donato né Despauterio giunsero a conoscere.

Il Capo di Buona Speranza - Stampa del 1838
Il Capo di Buona Speranza - Stampa del 1838
Appena arrivano là cominciano a rubare al modo indicativo, perché la prima informazione che chiedono ai più pratici è di insegnar loro i mezzi con cui poter arraf­fare tutto. Rubano poi al modo imperativo, perché avendo in mano loro le redini del comando puro o misto che sia, ne usano in ogni caso dispoticamente per eseguire le loro rapine. Rubano al modo mandativo, perché accettano tutto quanto viene loro mandato; e, affinché tutti mandino, coloro che non mandano non vengono ricevuti. Rubano al modo ottativo, perché fanno ben capire quello che desiderano ricevere: elogiando ai legittimi proprietari le cose che desiderano avere, le fanno passare nelle proprie mani, con cortesia, senza violenze. Rubano al modo con­giuntivo, perché congiungono il loro piccolo capitale con quello di chi maneggia molto denaro: spesso basta che portino solo il contributo del loro favore, perché riescano a metter le mani sulla metà dell'involto. Rubano al modo potenziale perché senza motivo o giustificazione, usano la potenza. Rubano al modo permissivo, perché permet­tono che altri rubino, e questi pagano i permessi. Rubano al modo infinito, perché le loro ruberie non hanno fine, neppure finendo il loro governo; lasciando sempre dietro a sé radici che permettano di continuare i furti.
L'isola di Celebes - Stampa del 1839
L'isola di Celebes - Stampa del 1839
Tutti questi modi, poi, li coniugano in tutte le persone: la prima persona riguarda loro stessi, la seconda i loro servitori, la terza tutti coloro che sono coinvolti, sia perché hanno aiutato, sia perché erano solo al corrente.
Dedicano anche molta attenzione ai tempi di questi modi e rubano per tutti i tempi messi assieme: rubano al presente (che è il loro tempo) raccogliendo quanto è possibile del triennio; e per poter includere nel presente il passato e il futuro, riesumano dal passato delitti per i quali vendono perdoni, debiti dimenticati dei quali esi­gono totale pagamento; impegnano le rendite del futuro, anticipano i contratti, di modo che lo scaduto e il non scaduto viene a cadere nelle loro mani. Però nello stesso tempo non si lasciano scappare gli imperfetti, i perfetti, i più che perfetti e qualsiasi altro tempo, perché rubano, rubarono, rubavano, ruberebbero e avrebbero rubato di più se ci fosse stato di più da rubare. Completa e riassume tutta questa raspante coniugazione il supino del verbo: a rubare, per rubare. E quando essi hanno coniugato cosi tutta la parte attiva e le povere province hanno sopportato tutta la passiva, essi, come se avessero fatto grandi cose, tornano ricchi e carichi di bottino; e le province rimangono derubate e sfruttate fino all'osso.

Stampa del 1845 rappresentante un terremoto.
Stampa del 1845 rappresentante un terremoto.
È certo che i Re non desiderano questo, anzi comandano tutto il contrario nei loro insegnamenti; però dan­do i diplomi a grammatici così esperti e scaltriti in queste coniugazioni, che altri effetti possono sperare dal loro Governo? Ciascuna di queste patenti assume il proprio significato di una autorizzazione in scriptis, cioè di un passaporto per rubare. In Olanda, dove ci sono armatori che provvedono a rifornire corsari, si dividono in zone d'azione le coste dell'Africa, dell'Asia e dell'America, e si stabiliscono anche dei termini di tempo, e nessuno può andarsene a rubare senza possedere il passaporto, che laggiù si chiama patente di corso per navi mercantili. Lo stesso valore acquistano le nomine del Governo, quando vengono date a chi sarebbe più degno della patente di commerciante che di autorità.

Gli abitanti delle Colonie devono sottostare in mare alle piraterie dei corsari stranieri che possono avvenire o non avvenire; ma in terra devono sottostare alle piraterie dei pirati domestici, e queste avvengono con certezza e infallibilità.

Se c'è qualcuno in dubbio su quale pirateria sia più nefasta, osservi queste differenze fra una e l'altra. Il pirata del mare non deruba i suoi connazionali; quelli della terra derubano i sudditi del loro Re dopo aver deposto nelle mani dello stesso Re il giuramento di rispetto verso quei sudditi; dal corsaro del mare mi posso difendere, ma non posso opporre resistenza a quelli della terra; posso sfuggire al pirata del mare, ma non posso trovare nessun nascondiglio per sfuggire a quelli della terra; l'attività del corsaro di mare dipende dai venti più o meno favorevoli, ma quelli di terra vanno sempre col vento in poppa; infine il corsaro di mare può quello che può, quelli di terra possono quello che vogliono, e per questo nessuna preda può loro sfuggire. Se esistesse un ladro onnipotente, che pensereste se potesse congiungere la cupidigia all'onnipotenza? Ebbene questi corsari si trovano nelle condizioni di quel ladro onnipotente, e fanno ciò che farebbe lui.