Si è detto, qui il presentimento d’una metafisica celeste aiuta tutti a decifrare limpidamente un elementare codice teologico: un sillabario simbolico. A chi, dopo il borgo, ascende dal fondovalle, alla curva che cinge e sbalza lo sprone, una segnaletica ideale indica una corsa in avanti con illusori o effimeri piaceri, mentre ad angolo retto una spinta massiccia ti guida verso l’alto. A una orizzontale fuga in avanti delle pietose cose umane si contrappone una verticale fiducia che addita l’eterno.
"Nessuna promessa terrena può dare pace al cuore" come la certezza di fede e di pace che da questa rocca compatta trabocca. Se accogli l’invito, pellegrino con la sola tua anima, nel fresco della navata, popolata di simboli e di memorie, il silenzio avrà voce, cadenze di un indugio eterno e, come consiglia il savio autore dell’Imitazione, amerai 'di abitare con te: solo'. La preghiera sgorgherà come da una sorgiva e ti sentirai avvolto da un fluente e inconsutile tessuto, fatto di tempo senza mutamento, che tale era la tunica di Cristo 'simbolo della umanità tutta raccolta nella Chiesa'.
Si è scritto altrove : qui per questa immane fabbrica 'natura e uomo si sono scambiate le mani'. Ma un poeta meglio suggerisce e intona: 'foggiata musicalmente attraverso i secoli', essa non è nata, dunque, o formata per disegno di uomini e di natura 'ma per ispirazione dello spirito immanente' del luogo.
Ma si avvolga con uno sguardo attento e ammirato questa possente struttura architettonica, questa potente Fortezza della fede. Tenacemente essa sprofonda le sue radici spaziali e temporali nel ferreo macigno e su una ottagonale base forse latina. La sostiene un senso di vigorosa romanità congiunto a un eguale spirito cristiano di temperato equilibrio: entrambi mossi da un’aspirazione ecumenica. Giustizia con equilibrata fortezza: fuse virtù romane e cristiane che ancora reggono ogni civile consesso. Robusti contrafforti scendono lungo i fianchi e sporgono dalla pietra come radici che artigliano i macigni, mentre questi salgono a serrare e sorreggere le mura.
Fusione reale e simbolica di roccia e di rocca che ‘si addentrano l’una nell’altra fino a confondersi; più le guardi, più fatichi a distinguere dove l’una finisca e l’altra cominci’.
Sta il tutto come torre ferma che non crolla ai frequenti sussulti tellurici e al vento della storia che spazza via ogni umano accidente.
L’anfiteatro dei monti, con la grande cupola del Celano e le quinte laterali delle colline digradanti in cerchio giù fino all’impatto del monte che divide le due convalli, mal protegge il convento dalla violenza aquilonare. È piuttosto un’invenzione scenografica uscita dalla mente dello stesso genio costruttore. Si potrebbe dire che è nata dopo a complemento dì un’opera grandiosa. Ha la naturale funzionalità di un’architettura abbracciamondo simile a quella artificiale delle più celebrate chiese della cristianità. Pare sorta per dare spicco alla eminenza della badiale fabbrica benedettina. La parte superiore, che degnamente la corona, è stata poi sapientemente accordata dall’opera francescana.
Ma se si ammira in prospettiva la sua armoniosa parete orientale, salendo la strada che taglia il sottostante 'boschetto dei monaci', allora balzerà evidente l’elegante affinità derivante dall’abbazia madre di Monte Cassino.
'Dell’ombra sua copre Toscana tutta', così, con giustificata immagine iperbolica, asseriva Leon Battista Alberti ammirando la ‘gigantesca’ mole della cupola di Santa Maria del Fiore 'che si alza sopra la volta del cielo ed è sì ampia da accogliere sotto la sua ombra tutto il popolo della Toscana'.
In tal modo, di giorno questa immane fabbrica garganica domina la valle e il borgo che le nacque feudalmente in seno. Il campanile la colma di gloria sonora. Di notte, la mole lievita nel sogno, e ti appoggi sempre a un muro di fiducioso sostegno, di salda sicurezza.
Ma la compattezza di quest’edificio si risolve in un solo blocco saldo e uniforme. Si pensa a un grande dado deposto da un architetto gigante e di robusta fantasia per un giuoco titanico e divino. Il tema dei 'vuoti', timidi fori di lume alle discrete celle francescane, dona elegante spazio alle distese e musicali pagine del 'pieno'; scandisce il canto gregoriano dei volumi grigi e severi. Simplex munditiis.