Contributo letto da p. Mario all'incontro dal titolo: A 20 anni della Legge sulle aree protette (394/91): le comunità liberano (e rilanciano) i Parchi.
Incontro organizzato da Circolo ARCI, Associazione Energie e Cultura, Comitato per la tutela del mare del Gargano, Italia Nostra.
San Marco in Lamis, cinema comunale 'De Robertis', 19 novembre 2011

Santuari del Gargano e territorio

Il cinema comunale di S. Marco in Lamis sede del convegno.
Il cinema comunale di S. Marco in Lamis sede del convegno.
Ringrazio il dott. Ciro Pignatelli per avermi dato l’occasione si ritornare sull’argomento “Santuari e territorio”.
Si tratta di un argomento antico che ha impegnato a lungo e in profondità storici e studiosi dei fatti religiosi, pubblici amministratori, enti privati. Cito, a mo’ di esempio le politiche di tutela e valorizzazione dei Sacri Monti attuata in Piemonte e in Lombardia. Naturalmente le decisioni degli amministratori facevano seguito a una lunga teoria di studi storici, teologici, antropologici.
Per quanto riguarda il nostro Gargano, siamo arrivati con enorme ritardo, solo negli anni immediatamente precedenti e seguenti il giubileo del 2000 c’è stato qualche timido e inconcludente accenno da parte degli organi ecclesiastici e delle Amministrazioni locali.
Ciò non significa che nessuno se ne fosse interessato. Gli studi e i convegni organizzati dall’istituto di letteratura antica e cristiana dell’Università di Bari, erano un’ottima base su cui riflettere. Poi ci sono gli studi condotti dal Gruppo di Studio della nostra biblioteca di S. Matteo non solo come attività propria santuario, ma anche per conto dell’Amministrazione Provinciale, della Comunità Montana del Gargano, e di altri Enti pubblici.
Attualmente, anche se negli ultimi tempi si fa un gran vociare della Via Francesca, di questa, negli ambienti deputati a prendere le decisioni, non si conosce quasi nulla, per cui la progettazione ristagna. Cito un episodio indicativo. Nell’autunno del 1997, in una riunione tenuta a Foggia in episcopio, si apprese con sorpresa che nella bozza di legge n. 270 del precedente 7 agosto, riguardante i finanziamenti per i percorsi extra Lazio relativi al Giubileo del 2000, venivano presi in considerazione, relativamente alla Capitanata e al Gargano, solo due puntini slegati fra loro: i Santuari di P. Pio e quello di S. Michele.
P Mario tiene il suo intervento.
P Mario tiene il suo intervento.
La situazione fu superata dall’Amministrazione Provinciale sulla base di una scheda sintetica preparata dal nostro Gruppo di Studio della biblioteca di S. Matteo. Non credo di esagerare affermando che oggi a quasi quindici anni da quella data, il cammino di conoscenza e di organizzazione ha fatto ben pochi passi. È una delle nostre debolezze, perché i pellegrini e i santuari, se bene intesi e inseriti in programmi adeguati, possono ancora essere nel nostro Gargano meridionale elementi interessanti anche per le ricadute economiche.
Quando si parla del rapporto dei santuari con il territorio, più che dai santuari bisogna partire dalla storia religiosa del territorio. Gli elementi sono costituiti dai santuari, dai pellegrini senza dei quali non si hanno i santuari, e dalle le famiglie religiose che hanno operato nel territorio garganico. Ognuno di questi elementi apporta un contributo ideale, ma anche operativo, allo sviluppo del tema.
I santuari
Scala di accesso al deposito inferiore della Biblioteca del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Scala di accesso al deposito inferiore della Biblioteca del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Premetto una considerazione di fondo.
Tra le istituzioni ecclesiastiche i santuari e i pellegrini sono le meno riducibili a schemi fissi, e, quindi, a una legislazione rigida. Ogni santuario ha la sua storia e sorge nel suo proprio ambiente col quale esiste un rapporto nativo che si sviluppa nella concretezza degli avvenimenti.
Ha, inoltre la sua area di influenza che può essere limitata come quella di S. Matteo, che si estende alla Capitanata, al Gargano e al Molise; o quella più ampia di S. Michele che nel Medio Evo comprendeva tutta l’Europa, a cui, peraltro, è ancora legato; o a quella di P. Pio che comprende tutto il mondo cristiano.
Parimenti i pellegrini, che sono i veri fondatori dei santuari, fanno parte di un’area che è difficile restringere in schemi giuridici o amministrativi ben definiti.
Per ciò che riguarda i santuari antichi del Gargano, vale a dire S. Michele a Monte S. Angelo, S. Matteo e Stignano a S. Marco in Lamis la loro specificità nei confronti del territorio su cui insistono è costituita essenzialmente dal richiamo religioso della montagna.
Questo fecondo Promontorio apulo fu chiamato Monte Gargano sino all'anno del Signore 492. Da quell'anno in poi appellossi Montagna dell'Angelo per la miracolosa apparizione del Glorioso S. Michele Arcangelo in una spelonca sita nell'erto di esso Gargano. Così dice, agli inizi del sec. XIX, il nostro P. Michelangelo Manicone da Vico Garganico nella sua opera La fisica appula (Lib. II, art. XII, pag. 183). Per un rilevante periodo storico molte carte geografìche riportarono il profilo del Gargano col nome di Monte dell'Angelo o Monte S. Angelo sanzionando anche a livello linguistico un felice connubio tra elementi fisici e religiosi.
Viale S. Francesco nel Santuario di S. Matteo a San Marco in Lamis.
Viale S. Francesco nel Santuario di S. Matteo a San Marco in Lamis.
L'imponenza della montagna, il suo profondo radicamento nelle viscere della terra, il suo vigoroso slancio verso l'alto, il suo resistere agli eventi e alle tempeste, sono intese nel complesso sistema della comunicazione religiosa come la casa di Dio, il luogo saldo a cui la fragilità dell’uomo si aggrappa.
La stessa montagna, però, è anche l’emblema della dinamicità della vita che si esprime nel fluire dei ruscelli, nel vento e nelle tempeste, nei prati fioriti.
Marcello Cavaglieri nella sua opera Il Pellegrino al Gargano spiega come la montagna e gli scomodi percorsi diretti alla Grotta di S. Michele siano in fondo una icona della vita. Tutti hanno la loro montagna da scalare e i loro sentieri da seguire con fatica per raggiungere la meta che per il pellegrino cristiano è la casa di Dio, rappresentata dalla Grotta dell’Angelo sita in cima.
Questa immagine trova nel Gargano meridionale la sua più compiuta espressione nella successione dei Santuari che sono delle vere e proprie tappe dell’unico percorso devozionale, figura dell’unico viaggio della vita, scandito dalla serie degli arrivi e delle partenze, di gioia e di dolori, di fatiche e di speranze. Giustamente i pellegrini antichi, più che alla Grotta di S. Michele, erano diretti al santuario del Gargano, Mons Sancti Angeli. Da ciò deriva il bellissimo motto scelto per definire il Parco Nazionale del Gargano: Sacro di natura.
I pellegrini.
La chiesa del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
La chiesa del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il rapporto fra santuari e territorio avviene anche in modo indiretto, attraverso i pellegrini i quali tracciano i percorsi, determinano i luoghi di sosta, portano con sé importanti elementi come la lingua, gli usi, le conoscenze, gli oggetti, le devozioni con cui arricchiscono i luoghi che attraversano; al ritorno portano con sé le ricchezze del Gargano. Pare, tra l’altro, che corrisponda al vero l’opinione che quasi tutti gli insediamenti umani da cui sono nate le città del Gargano meridionale siano in qualche maniera frutto del passaggio dei pellegrini.
È vero che oggi la maggior parte di essi arriva e riparte a bordo di torpedoni, con gli aerei e i treni; ma è anche vero che i pellegrinaggi a piedi non si sono mai estinti. In questi ultimi decenni, anzi, si sono moltiplicati. L’area da cui arrivano al nostro santuario non è più ristretta all’Abruzzo, al Molise e al beneventano, ma si è allargata a tutta l’Europa. A S. Matteo ospitiamo abitualmente, da diversi decenni, pellegrini francesi, tedeschi, spagnoli, svizzeri, polacchi, ecc. che vengono a piedi dalle loro terre. Molti di questi proseguono, dopo la visita ai santuari garganici, fino alla Terra Santa.
I pellegrini non sono turisti, né naturalisti. Il loro interesse per l’ambiente garganico è un atto religioso; è un toccare con mano la realtà entro cui sono accaduti i fatti che li coinvolgono, sperimentare il clima scaturito dall’incontro del soprannaturale con la terrestre nudità della vita umana. Chi è stato in Terra Santa potrà dire queste cose meglio di me. In questo senso la terra del santuario gli appartiene, è la sua terra è la Madre terra che bisogna baciare con amore e rispetto, come dicono i pellegrini di Ripabottoni nel loro Rituale di pellegrinaggio. Le sagome delle mani e dei piedi, le croci incise sui pavimenti e sulle pareti hanno la funzione di attestare questa permanenza nello spirito. Perciò il pellegrino ha bisogno di conoscere, di sperimentare, di toccare. Ha bisogno, infatti, di vivere nell’ambiente in cui è vissuto P. Pio, in cui l’Arcangelo Michele è apparso. Per ciò che riguarda i santuari di S. Michele e di S. Pio da Pietrelcina, e di Pulsano l’interesse dei pellegrini passa attraverso i santi visitati
Per S. Matteo e Stignano l’interesse dei pellegrini per l’ambiente è nativo perché derivato dalla configurazione orografica, dai boschi, dal rapporto immediato con i fenomeni atmosferici, dal succedersi delle stagioni. Passa, poi, attraverso le specificità storiche e spirituali, anch’esse in gran parte legate alle evoluzioni ambientali. Ambedue sono sulla strada; inseriti una natura primigenia; propongono emergenze naturalistiche che già attirano molte comitive di studiosi, giovani scolari e appassionati. Le storie di ambedue sono intimamente connesse col mondo contadino e pastorale.
Le famiglie religiose.
Mappa degli insediamenti francescani sul Gargano, redatta dallo scrivente nel 2013. Si trova nel corridoio di ingresso del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Mappa degli insediamenti francescani sul Gargano, redatta dallo scrivente nel 2013. Si trova nel corridoio di ingresso del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Nel Gargano meridionale le famiglie religiose che hanno operato più a lungo sono i Benedettini e i Francescani. Dei Benedettini potremmo rievocare le opere di bonifica e di valorizzazione.
Per quanto riguarda i francescani, si fa sempre riferimento al loro fondatore S. Francesco d’Assisi e al suo Cantico delle creature. Da buon medievale il santo non parlava di ecologia, né conosceva la complessa problematica della biodiversità, ma ne intuiva l’importanza alla luce della Parola di Dio. Deduceva il suo rispetto e amore per la natura dalla lettura del primo capitolo della Genesi, in cui si legge che Dio si compiaceva dell’opera delle sua creazione e affermava l’intrinseca bontà delle creature. Lo deduceva anche dalla capacità evocativa degli esseri creati, per cui il sole porta 'significazione' di Dio, l’acqua è 'umile, et preziosa et casta', il fuoco è 'robustoso et forte'.
Inoltre nella nostra lunga storia, anche noi francescani abbiamo cercato di dar corpo alle intuizioni di S. Francesco a partire dalla convinzione che i vari esseri che abitano la terra non possono essere giudicati e classificati in base a un presuntuoso sistema antropocentrico per cui ci sono animali domestici e selvatici, buoni o cattivi da mangiare, belli o brutti. Gli esseri usciti dalle mani di Dio hanno una propria dignità che viene giustificata dalla loro stessa esistenza.
Foto del convento di S. Matteo tratta dalla Treccani ed elaborata dallo scrivente.
Foto del convento di S. Matteo tratta dalla Treccani ed elaborata dallo scrivente.
Per ciò che riguarda il nostro Convento di S. Matteo basti sapere che nell’Enciclopedia Italiana di Giovanni Treccani è documentata, già nel 1926, una situazione ambientale rimasta identica fino agli ultimi decenni del secolo scorso: tutta la zona che circonda il nostro convento di S. Matteo appare completamente spoglia. L’unica macchia verde che si staglia sul biancore calcinato della valle è il boschetto di S. Matteo di proprietà dei frati, rimasto al suo posto nonostante secoli di degrado. Oggi quel piccolo bosco di pochi ettari, sopravvissuto alle angherie della storia, si è allargato e ha coperto tutto il territorio circostante.
È opportuno anche accennare al patrimonio di idee elaborate nei nostri conventi, dove i frati, nell’ambito di una visione religiosa della vita, e nell’esercizio del loro ministero di evangelizzazione, parlavano ai contadini e ai pastori anche dell’utilizzo più razionale e rispettoso della terra, dei metodi di coltivazione, dell’importanza dei boschi e della loro funzione in rapporto al clima, dei danni della cesinazione ecc. Il nostro Padre Michelangelo Manicone è il nome che più emerge in questo laboratorio di idee.
Questi pochi appunti sintetizzano il reciproco arricchimento tra territorio del Gargano e realtà religiose.
Da un punto di vista operativo credo siano interessanti i seguenti appunti.
Quasi tutti i pellegrinaggi sono decisi nell’ambito della vita interna di organismi ecclesiali come parrocchie, associazioni, gruppi di preghiera ecc. i quali intendono il pellegrinaggio come un tempo di preghiera e di revisione da vivere periodicamente una o più volte all’anno.
La programmazione in genere viene istituzionalizzata, per cui il pellegrinaggio viene trasmesso di generazione in generazione. Le schede che abitualmente vengono compilate a cura della segreteria del santuario di S. Matteo sono chiare. La maggior parte dei pellegrinaggi frequentano questi luoghi da non meno di dieci anni; molti da diversi decenni.
Pullmann di pellegrini sul piazzale del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Pullmann di pellegrini sul piazzale del Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Abbiamo poi, il fenomeno di comitive che da poco hanno scoperto questi luoghi e che vi si sono affezionate al punto di innescare un benefico passa parola. I siciliani, per es., fino a un paio di decenni fa del tutto assenti, oggi sono presenti praticamente ogni giorno dell’anno con pellegrinaggi che a volte sono composti di due, o tre, o anche di cinque torpedoni. Abbiamo alcuni pellegrinaggi, come quello di S. Marco in Lamis, degli abruzzesi e dei molisani che hanno anche secoli alle spalle.
Questo fatto, mentre determina una differenza sostanziale fra pellegrini e turisti, sottolinea anche che i pellegrini, proprio per la loro stabilità nel tempo, esprimono un elemento economicamente interessante. Basti pensare a quanto successo a S. Giovanni Rotondo. Poi ci sono i pellegrinaggi familiari i quali, in genere vengono anch’essi programmati, e trasmessi alle generazioni seguenti come preziosa eredità.
Per quanto riguarda il problema della destagionalizzazione si pensi che se i turisti hanno i loro tempi, per i pellegrini ogni tempo è buono. Dal punto di osservazione del santuario di S. Matteo, che è il minore dei Santuari del Gargano, si è visto che negli anni scorsi la stagione dei pellegrini entrava nel vivo a Pasqua e si affievoliva agli inizi di dicembre. Anche nel resto dell’anno però la loro presenza, benché più rarefatta, non veniva mai meno. In questi anni l’esiguità delle risorse colpisce anche chi si accontenta, come i pellegrini, di alloggi dignitosi e diete spartane. Il fenomeno, tuttavia, dato il particolare rapporto che i pellegrini hanno con i nostri santuari, è interpretato come legato a queste attuali contingenze e, quindi, passeggero.
Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Oggi, nonostante le crisi, sul Gargano i pellegrini continuano ad essere una benedizione. Ma è una benedizione che rischia di vanificarsi se la loro presenza è vantata per legittimare operazioni che poco hanno in comune con la loro esigenza di raccoglimento e di preghiera. La vecchia Via Francesca, anche se era perfettamente sconosciuta negli ambienti che contano, ha continuato a portare pellegrini per oltre 1500 anni. Negli ultimi tempi è stata 'scoperta', ed è diventata una star di prima grandezza con tutto un corteo di nuovi parenti e amici ansiosi di presentarla, di mostrare al mondo i suoi tesori, di accaparrarsi le sue grazie. Sono stati inventati percorsi fantasiosi, ottimi per naturalisti, artisti e camminatori, ma che con i pellegrini non hanno niente in comune. Tra l’altro questi percorsi prevedono l’esclusione della città di S. Marco in Lamis e del nostro Santuario di S. Matteo.
Naturalmente per queste operazioni antistoriche, è stato necessario, trovare delle giustificazioni. Si è pensato, quindi, di interpretare i pellegrini come un gruppo di eletti, da ridimensionare in senso più democratico. I pellegrini, poi, sono presentati come i soli a cui si aprono gli scrigni dei beni culturali delle chiese con grave danno del resto della popolazione italiana e mondiale.
In una recentissima ed elegante pubblicazione, è stata elaborata una definizione dei pellegrini che vuol essere anche una proposta operativa.

…pensiamo che il 'turismo religioso' non debba essere più a lungo considerato una “nicchia” che riguarda persone mosse da interesse spirituale quanto piuttosto un qualsiasi viaggiatore contemporaneo. …Per cui la 'Via Francigena'… non è un progetto da immaginarsi riservato a pellegrini in movimento per motivazione mistica, che desiderano conoscere i luoghi dove è conservata la memoria di un santo o di un evento straordinario, fosse miracolo o apparizione. Così come valorizzare cattedrali, chiese, santuari, dipinti, sculture o altri oggetti d’arte sacra, può costituire un punto di riferimento o un richiamo visibile ai soli credenti.

Assodato, quindi che i pellegrini costituiscono una nicchia, paragonabile a quella dei collezionisti delle Ferrari, l’estensore li richiama al dovere accusandoli di essere i soli privilegiati a godere dei tesori artistici delle chiese, dei santuari ecc. Non risulta che per visitare i santuari del Gargano o le loro collezioni di beni culturali sia necessario esibire il certificato di battesimo.

Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La raccolta archeologica.
Santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La raccolta archeologica.
Con queste idee non si costruisce nulla. Ma, se diventassero operative, si verrebbe a creare una situazione paradossale. La “nuova” Via Francesca non partirebbe mai, o, se partita, si inaridirebbe perché legata alle problematiche del turismo di “nicchia” dei camminatori o dei naturalisti. Di conseguenza da questa operazione si otterrebbe solo un’altra delle voragini di risorse pubbliche. Per contro la “vecchia” Via Francesca, sebbene misconosciuta e senza risorse, continuerebbe imperterrita a fare ciò che ha sempre fatto: portare i pellegrini.
Una ultima notazione a proposito dei beni culturali conservati nei santuari. Le nostre collezioni non sono mai generiche. Essi sono la stratificazione del vivere e dell’operare di intere generazioni di uomini, ma anche ciò che ci è stato donato dalla storia, di cui i protagonisti sono stati i pellegrini. Da essi il pellegrino raccoglie il senso della continuità della vita di cui è parte, che si sviluppa nei meandri della storia, ma che ha un senso fin quando camminerà verso l’incontro saziante con Dio.
P. Mario Villani
Santuario di S. Matteo Apostolo - San Marco in Lamis
19 novembre 2011