L'Astrolabio n. 5-1970
Le trasformazioni strutturali - Patologia dello sviluppo
L'economia meridionale esaminata in un contesto 'congiunturale' dimostra che i cambiamenti non ne hanno modificato le strutture.
La chiusura dell'autunno caldo ha fatto ritornare in primo piano il dibattito su alcuni aspetti strutturali e congiunturali del nostro meccanismo di sviluppo che lo svolgersi dello scontro sindacale aveva parzialmente oscurato. Se la tempestività con cui il problema dell'evoluzione congiunturale del sistema è stato sollevato in sede politica, all'indomani della conclusione della vicenda dei metalmeccanici, si colloca significativamente nel quadro di un preciso disegno politico i cui sviluppi sono evidenti, purtuttavia è necessario riconoscere che i problemi sollevati sono in larga parte reali, anche se discutibili appaiono il modo di presentarli ed impostarli e le soluzioni proposte.
In effetti il problema dello stato congiunturale del sistema e delle prospettive di sviluppo a breve termine non può essere in alcun modo esaurito dall'analisi delle variazioni nel breve periodo dei prezzi relativi dei diversi fattori di produzione, ma richiede una considerazione approfondita degli aspetti srutturali del sistema, che sono poi quelli che determinano le specifiche modalità di reazione a mutamenti congiunturali.
Il tema della congiuntura, il tema cioè del permanere o meno nel nostro meccanismo economico di capacità espansive sufficienti a garantire il riassorbimento degli aumenti salariali e dell'alto volume di nuovi investimenti, e tutto questo in un regime di sostanziale stabilità dei prezzi e dell'occupazione, si lega quindi direttamente alla considerarazione degli squilibri e delle strozzature connaturati al sistema che sono in grado più o meno gravemente di incepparne o rallentarne la dinamica. Il rapporto che si realizza fra le tensioni congiunturali sul piano dei prezzi, dell'equilibrio dei conti con l'estero, dell'occupazione e gli elementi strutturali di arretratezza del esistema è cioè tale da squilibrare ulterior mente tutto il meccanismo di sviluppo economico. Ciò appare particolarmente evidente nel caso del divario Nord-Sud: la depressione meridionale è ancora oggi - a vent'anni dall'avvio di ua politica meridionalistica - il più grave, il più preoccupante, il più drammatico degli elementi di debolezza e di squilibrio del nostro sistema economico.
La situazione inoltre tende a deteriorarsi ulteriormente: nel 1968 la circolazione meridionale ha registrato un incremento del reddito lordo pari, in termini reali, al 3 per cento; nello stesso periodo il Centro-Nord ha registrato un incremento, sempre espresso in termini reali, più che doppio, pari esattamente al 6,6 per cento. Tale andamento non può essere attribuito a fattori congiunturali, conferma piuttosto ed accentua una tendenza che si protrae ormai da diversi anni: nel periodo 1965-1968 le regioni meridionali hanno infatti registrato il più basso tasso medio di espansione del reddito lordo (5,4 per cento) non solo nei confronti delle regioni del triangolo industriale (6,8 per cento), ma anche delle regioni nordorientali (5,7 per cento) e centrali (5,8 per cento). Estendendo ulteriormente l'arco temporale preso in considerazione al periodo 1951-1967, il tasso medio annuo di incremento del reddito interno netto ai prezzi di mercato è stato del 4,76 per cento per il Mezzogiorno, del 5,22 per cento per l'Italia centrale, del 5,32 per cento per le regioni nord-orientali, del 5,99 per cento infine per le regioni del triangolo industriale.
Dopo venti anni di intervento straordinario l'obiettivo di pervenire all'eliminazione dello squilibrio Nord-Sud è ancora lontano ed incerto. La scadenza, al 31 dicembre 1970, del piano pluriennale di coordinamento degli interventi pubblici nel Mezzogiorno cade dunque in un momento di incertezza e di ripensamento sulla validità di tutta una politica, di revisione degli schemi concettuali ed operativi tradizionali. Il primo elemento da cui partire è che il crescere continuo del divario fra Nord e Sud si è accompagnato ad un notevole processo di sviluppo economico nel Mezzogiorno:
non si può infatti parlare di stagnazione dell'economia meridionale; anzi l'elemento caratterizzante che è necessario mettere in risalto è la presenza di un intenso processo di trasformazione che ha investito sia l'industria che l'agricoltura. I cardini di tale processo sono stati: la formazione di un settore “avanzato” sia nell'industria che nell'agricoltura, che ha affiancato, ed in parte sostituito l'assetto economico tradizionale, la decompressione del carico demografico, ottenuta con il sistema drastico delle grandi migrazioni verso il triangolo o verso l'estero, il rigonfiamento della sottoccupazione terziaria, giunta ormai a livelli chiaramente patologici.
Tale processo, nonostante l'intensità con cui si è andato manifestando, non è stato tuttavia sufficiente a creare le condizioni per un “decollo”, per l'innesco, cioè, di un meccanismo di sviluppo autopropulsivo. Secondo stime recenti, infatti, l'apporto di risorse esterne (dal resto dell'Italia e dall'estero) ha inciso sul bilancio meridionale in modo determinante; dall'11,03 per cento sul totale delle risorse nel 1951, si è saliti ad un massimo del 21,48 per cento nel 1963, per ridiscendere, nel 1967, al 15,79 per cento, nel 1968 al 15,1 per cento: il volume degli investimenti necessario a mantenere gli attuali e pure insufficienti tassi di sviluppo, viene cioè finanziato in buona parte mediante mezzi di provenienza esterna all'area.
Emergono a questo punto le carenze strutturali del processo di sviluppo meridionale: la sovraurbanizzazìone, intesa come squilibrio fra popolazione urbana ed occupazione extra agricola, che indica la presenza generalizzata di fenomeni di espulsione dalla campagna e la carenza di occasioni di impiego produttivo per buona parte della forza lavoro; il dualismo del sistema industriale diviso fra le opposte dinamiche di settori avanzati arretrati, [i] quali tendono semplicemente a sovrapporsi l'uno all'altro, senza che si manifesti una qualche apprezzabile integrazione reciproca. È in particolare questa seconda caratteristica che appare maggiormente in grado di condizionare le prospettive di sviluppo delle regioni meridionali. Infatti le aziende di recente impianto operano in linea di massima con riferimento ad un ambito nazionale (o extra nazionale) limitando i loro rapporti economici con il resto dell'area al puro reperimento di manodopera ed alla fruizione del tessuto infrastrutturale presente.
Viene così a mancare quel complesso di relazioni interindustriali e interaziendali che costituisce, in una economia sviluppata, la fonte più proficua di economie interne ed esterne e l'incentivo in effetti più rilevante alla creazione di nuove attività produttive o all'espansione di quelle già esistenti. In questo modo si è creata invece una sostanziale frattura fra aziende tecnologicamente avanzate che operano nella regione senza riferimento al mercato locale e il tessuto tradizionale di piccole e medie imprese, che operano con riferimento prevalente al mercato locale. L'orientamento “esterno” della maggior parte delle imprese avanzate esclude infatti nella pratica la possibilità di insediamenti complementari, d'altra parte ostacolati dallo scarso spirito imprenditivo locale, dalla mancanza di know how, dalla insufficiente capacità finanziaria delle imprese esistenti, dalla bassa potenzialità di assorbimento del mercato locale, soprattutto per quanto riguarda beni strumentali e di investimento.
Nel corso degli ultimi anni sembra tuttavia di poter rilevare una tendenza, ancora in atto ma già in grado di esplicare i primi effetti, ad una profonda trasformazione del sistema, il complesso delle attività avanzate ha acquistato ormai peso e dimensioni tali da indurre una spinta [alla] riorganizzazione dell'intero sistema produttivo, anche attraverso la marginalizzazione di alcune delle attività produttive tradizionali.
Questo processo sconta i suoi effetti più clamorosi soprattutto sul tessuto di piccole e medie imprese spesso inefficienti ed arretrate che caratterizza l'economia meridionale, avviando processi di eliminazione di imprese marginali, di crescita di alcune imprese attraverso fusioni o assorbimento di altre, di riduzione complessiva della manodopera occupata e di assestamento su livelli di produttività e tecnologia più avanzati: si tratta di un processo che già oggi e visibile in alcuni comparti industriali, soprattutto nel settore delle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e delle piccole industrie metallurgiche e metalmeccaniche.
È lecito tuttavia sollevare serie riserve sull'efficacia di un simile processo di “razionalizzazione”: proprio l'insufficiente capacità espansiva del settore “avanzato” dell'economia meridionale, il suo rispondere più alle esigenze di espansione e di decentramento dell'apparato produttivo settentrionale che alle autonome necessità di crescita delle regioni meridionali, la sua incapacità quindi di fare “corpo” con il territorio in cui è localizzato, fanno ritenere ancora lontano il momento in cui il “decollo” sarà finalmente avviato. L'elemento condizionante in questa situazione, dovrebbe essere rappresentato dall'intervento straordinario: l'azione pubblica dovrebbe svolgere la funzione di saldare un quadro sempre più pressante di esigenze “civili” ad un meccanismo di sviluppo valutato come incerto ed insufficiente. Ciò tuttavia presuppone una capacità di orientamento e di incidenza sulle scelte private che nel passato non si è affatto verifìcato. Può essere utile a questo punto fare un breve esame di quelli che sono stati gli investimenti pubblici della Cassa per il Mezzogiorno dal 1951 al 1967. In tale periodo la Cassa ha investito nel Mezzogiorno, in maniera diretta o con incentivi, 2.766 miliardi di lire e ha provocato una massa di altri investimenti pari a circa 3.298 miliardi di lire, con un rapporto investimenti diretti-investimenti indotti pari a 1,19.
La “produttività” di tali incentivi pubblici, soprattutto nel settore industriale è stata molto relativa: infatti se si considerano sia gli investimenti sostenuti dalla Cassa per le infrastrutture generali, sia gli incentivi dati all'Industria e al turismo, si può osservare come il capitale privato sollecitato ad impiantarsi nel Mezzogiorno e destinato ad attività industriali e turistiche si sia rilevato molto modesto: 100 lire investite in maniera diretta o indiretta dalla Cassa hanno mobilitato in questi settori un capitale privato di 188 lire.
Sembra opportuno analizzare pure i riflessi che la politica degli investimenti fatta della Cassa dal 1951 ad oggi ha avuto sul piano dell'occupazione. Come è noto l'occupazione complessiva nel Mezzogiorno è diminuita dal 1951 al 1967 di 390 mila unità: il settore agricolo ha perduto più di 1 milione e 526 mila lavoratori e quello industriale ha occupato 594 mila lavoratori in più.
Se si considerano gli investimenti fatti dalla Cassa per opere infrastrutturali e gli incentivi concessi per investimenti industriali, si può osservare come un nuovo posto di lavoro nel settore industriale sia costato alla sola Cassa 2 milioni e 280 mila Lire. È evidente che tale cifra è molto grossolana sia perché naturalmente gli investimenti possono avere dei riflessi sul piano occupazionale solo nel medio e lungo periodo, sia perché soprattutto gli investimenti infrastrutturali producono importanti conseguenze anche nel settore ternario. Resta il fatto che misurando la evoluzione e la situazione occupazionale nel Mezzogiorno, con il parametro degli interventi Cassa, essa si presenta oltremodo critica e difficile.
Rino Petralia