Panorama di San Marco in Lamis in una vecchia foto.
Panorama di San Marco in Lamis in una vecchia foto.
Ritenuto inconcusso questo fatto di nostra Storia, ci facciamo ora con certezza a dire, siccome i nostri aborigeni per campare al furore dei barbari salirono sulle selve del Gargano, e dimorarono alquanto sulle vette del Promontorio Sud nel luogo ove dicesi la Civita,ed ove ancora ai nostri giorni si rinvengono delle catacombe. Di là vennero a rifuggiarsi tra le lame, o paludi del Vallone sottoposto all'Ospizio di S. Giovanni in Lamis; ed incominciarono quivi ad erigere alcuni piuttosto tugurii che case, nel luogo appunto che conosciamo con la indicazione Palude.
Ritratto del sammarchese Pasquale La Porta.
Ritratto del sammarchese Pasquale La Porta.
Per la circostanza poi del frequente pellegrinaggio alla Basilica dell'Arcangelo, e dell'Ospizio suddetto, molti divoti pellegrini si fermarono a dimorare lungo le falde della foresta Castel - Pagano, formando così dieci Eremitaggi, ed altri ancora tra le lame dell’Ospizio, per divozione al celeste Principe. Per essi ancora venne originata la piccola terra di S. Marcuccio, che a guisa di castello, e secondo l'usanza di quei tempi venne cinta di mura e fortificata di torri con due porte una ad oriente, e l'altra ad occidente. Essa occupa un suolo poco più di sei moggia, nel modo che ancor oggi ravvisiamo, essendo la porta grande sulla strada che conduce ai Pozzi, e quella volta ad occidente, sull'altra strada appellata S. Michele. Nelle mura di cui vien cinta, ed al Sud eravi ancora altra piccola porta, chiamata con voce Longobarda il Vuccolo. Or se i Longobardi, e più i Saraceni, come è fatto incontrastabile, avessero molti castelli sul Gargano (Nota 1); pare adunque che ben fondato sia il nostro avviso, fissando l'origine della nostra città intorno quest'epoca.
Che poi i nostri aborigeni fosser pastori, ciò si può dedurre da quel che innanzi è stato detto; e molto più se consideriamo che l'agro Badiale era una folta interminabile boscaglia fornito di buoni erbaggi, né le terre di quest'agro furon ridotte a coltura, se non in tempi remotissimi e molto vicini a noi. Dacché possiamo davvantaggio supporre che per provvigioni di vettovaglie, poche famiglie indigene scendessero in Puglia da coloni.

Nota
(1) P. Giannone lib. 7. cap. 1. Abate Troyli Tom: III. fol: 303.
Si ha per costante tradizione, come pur dalla Storia, che distrutta la città di Arpi nella Daunia per opera dei Saraceni, chiamati dall'Africa da Romano Imperatore di Costantinopoli, a sedare i Calabresi e i Pugliesi in rivolta, e dai quali venner distrutte dall'anno 846 al 915 le primarie città del nostro regno (Nota 2); gli abitanti di quell'antichissima città campati al furore dei barbari cotanto nemici del cristianesmo rifuggiarono nei boschi del Gargano, ed ingrandirono il nostro S. Marcuccio. La nobilissima città di Arpi fu fondata da Diomede Re degli Etoli, che dopo la distruzione di Troja verso gli anni del mondo 2740, prima della edificazione di Roma 432, ed innanzi la nascita di Gesù Cristo 1184; avendo ripudiata Egiola sua consorte, abbandonò la Grecia; e divenuto genero del Re Dauno, per i costui favori e mezzi fondò molte città, tra le quali la nostra Argirippa od Arpi, Canosa, Lucera e Seponti (Nota 2).
Non prima però delle concessioni, che nel secolo XI gli Imperatori di Costantinopoli fecero alla Badia di S. Giovanni in Lamis, si ha l'epoca certa della esistenza nel feudo badiale dei due piccioli paesi S. Marco in Lamis, e S. Giovanni Rotondo, i quali erano gli uomini del feudo di cui fa menzione Alesio Xifea nel suo Diploma del 1006, e nel Diploma del conte Enrico del 1095; ove si legge Homines vero tam dicti Monasterii; quam Sancti Iohannis, quam Sancti Marci in Lamis vaxalli dicti Monasterii, qui infradictum territorium habitant seu habituri erunt vadant libere per totum territorium Demanii nostri viciniorum nostri Monasterii.
Nei registri della regia dogana di Foggia S. Marcuccio veniva tassato per D. 40. Salv: Grana discus: 7. della Regia dogana, fol. 159.
Dopo che l'imperatore Federico Secondo fece rimanere nel Demanio Regio S. Giovanni Rotondo, sottraendolo alla giurisdizione della Badia; e data questa in commenda dalla Santa Sede, allorché emigrarono i Cistercensi, i commendatarii portavano pure il titolo di Abati di S. Marco, e i Sammarchesi uomini del Feudo.
Note
(1) Pietro Gian: lib. 6. cap. 6. pag. 2. 16. Troyli lib. 3. fol. 371.
(2) Summonte lib. 2. Strabone lib. IV. Vedi Teofilo nella sua Cronaca.