VI. La badia di S. Marco in Lamis: gestazione di una città.

L'abate comendatario della Badia di S. Giovanni in Lamis, Nicola Colonna.
L'abate comendatario della Badia di S. Giovanni in Lamis, Nicola Colonna.
Avvenne in tal modo che in meno di un ventennio a Stignano e a S. Matteo si voltava pagina per una nuova storia locale e con protagonisti diversi. Nel convento di S. Matteo, ormai non più badia di S. Giovanni in Lamis, all'aristocratica baronia dei benedettini, dei cistercensi e degli abati commendatari, subentrava la democratica regola di vita dei Frati minori. La loro attività apostolica e pastorale coinvolgeva gli abitanti del borgo sottostante, esercitando un decisivo ruolo sociale, civile e culturale per oltre tre secoli in una popolazione che si avviava anch'essa verso l'autonomia municipale con l'affrancamento da ogni dipendenza feudale, sia pure di lenta, bisecolare e laboriosa gestazione.
Il primo capitolo di questa nuova e diversa storia locale è stato scritto, come si è già detto, con la conquista e il riconoscimento di usi civici attestati dal documento lapideo nel palazzo badiale. Questo edificio a tre piani ‘con due moggia di terreno ad orticoltura verso Levante’ e con un ‘forno grande, privativo dell'Abate’, come fa pensare appunto la data del singolare documento il 1559, preesisteva alla definitiva scelta (1578) quale sede ufficiale della badia e degli abati commendatari; e doveva quindi avere già una sua funzione giuridica e amministrativa.
Con la cessione del convento ai Frati minori, e con l'uso di limitati beni alla loro esistenza e all'esercizio del culto, dal 1578 l'abate commendatario, sempre salvi i suoi privilegi, ‘i legati antichi e le donazioni inter vivos fatti o da farsi alla badia’, conservava i diritti promiscui su beni feudali che nel solo tenimento di S. Marco in Lamis costituivano un'estensione di circa 700 carra e su quelli burgensatici con canoni annui di rendite variabili (in Fazioli, Faranello, S. Chirico, Calderoso, S. Severo, Castelpagano, Apricena, Rignano, Foggia e Molfetta) esistenti fuori del territorio feudale.
Prendendo gli abati commendatari stabile dimora in S. Marco in Lamis, a parte la loro presenza o abituale assenza, si iniziava un dialogo più. diretto tra essi, i loro funzionari e gli Homines dell'Università. Pare di scorgere una pressione verso l'autonomia in rapporto proporzionale diretto all'incremento demografico, fino a divenire, con altri motivi e con una temperie storica mutata di cui si dirà fra poco, incalzante e definitiva nel Settecento. Secondo il Giuliani, preciso nei dati statistici,

‘lo stato della popolazione nel 1722, epoca in cui fu eretta la chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate, era di 4.400 anime: nel 1782, epoca in cui la badia fu dichiarata di regio patronato si comprendeva nel numero di 8.000 anime: nel 1793, nel quale anno con regio diploma fu dichiarata città, si contavano 9.000 abitanti: nel 1803, quando si eresse e formò la Economia di S. Bernardino, 9.800: nel 1808 epoca del primo stato discusso comunale, 10.200, e per cui la città venne dichiarata comune di 1. classe; nel 1815, se ne contavano 10.724; nel 1825, 11.140; nel 1835, 12.351; e nel 1845 venivan numerati 14.277 abitanti’ (Nota 66).

V. Tempi nuovi e crescita demografica.

Giambattista Vico in una illustrazione del 1846.
Giambattista Vico in una illustrazione del 1846.
L'impetuosa crescita demografica coincideva, non a caso, con un mutato clima storico in Napoli, sotto le incalzanti nuove ideologie giuridiche e politiche. Dal gruppo anticurialista napoletano di N. Caravita usciva il noto libello esplosivo Nullum jus Pontifici maximo in Regno neapolitano, che, sia pure fondato su un astratto elenco di ragioni formali, è una decisa presa di posizione contro ogni sorta di vassallaggio dello Stato napoletano: pamphlet-lievito dell'Istoria civile tradotto poi in un clima ben rovente da Eleonora Fonseca de Pimentel. Esso è del 1707; l'anno del passaggio dal predominio spagnolo a quello austriaco che prelude al futuro autonomo Regno di Napoli nel 1734. Il 1723 è l'anno della pubblicazione dell'Istoria civile di Pietro Giannone, il ‘nuovo vangelo’, secondo B. Tanucci, dei giovani napoletani; un'agguerrita ‘falange antivaticana’ (la frase è di Metastasio) non disarmò se non quando vide abolito nel 1747 il Tribunale dell'Inquisizione. Queste date, estremamente indicative, stanno a significare la connessione fra movimenti e avvenimenti di varia origine, di lunga incubazione e di complessa promozione.
Con Parigi e Londra, Napoli, e non la capitale Vienna, è il terzo polo intellettuale e politico con intrecci e risonanze di respiro europeo. Nel biennio 1723-25 vengono alla luce Istioria civile e la Scienza nuova. L'opera di P. Giannone, tradotta in più lingue, ha un'immediata e clamorosa diffusione in Europa.
Leonardo Giuliani di S. Marco in Lamis, autore della celebre 'Statistica...' del 1846.
Leonardo Giuliani di S. Marco in Lamis, autore della celebre 'Statistica...' del 1846.
Non vi è punta di orgoglio locale se si rileva che tanto fervore di vita culturale ha, pure, timbri e accenti di oriundi garganici: con Pietro Giannone di Ischitella; con Celestino Galiani di S. Giovanni Rotondo, ‘Ministro dei Regi Studi’ e fondatore di quella Accademia delle Scienze di ispirazione newtoniana; con Natale Maria Cimaglia il cui fratello Vincenzo, comandante di marina, fu autore di opere teatrali, entrambi di Vieste. A questi si possono aggiungere la decisiva azione per l'abolizione del Tribunale del Sant'Uffizio condotta dal giannoniano Niccolò Fraggianni di Barletta e in prosieguo di tempo (1790-91) la coraggiosa e cruda analisi delle tristi condizioni della Capitanata compiuta dai due viaggiatori del vicino Molise, Giuseppe Maria Galanti e Francesco Longano.
Quest'ultimo annota: ‘Questa Terra’ di S. Marco in Lamis ‘è come gittata in una delle tante Valli di monte S. Angelo. Ad occidente tiene il Piano di S. Severo. A settentrione ha S. Nicandro, e a mezzodì Rignano. Il suo territorio è steso a segno, che giunge a 1.300 carra. Raccoglie in grandissima copia Grano, Grano d'India, Orzo, Fave, Legumi, Canapa e Lino. Ha in oltre Vigneti, Oliveti e Querceti. Ha in fine Boschi di Cerri, e di Faggi, e di Castagni. Tien anche pastorale sufficiente. L'Agricoltura si esercita male, come in tutt'i luoghi di questa Provincia’ (Nota 67).