VIII. Un ‘Parere della Real Camera’ su diritti contesi alla morte dell'abate Colonna.

Sigillo della nuova città si San Marco in Lamis.
Sigillo della nuova città si San Marco in Lamis.
Pur dichiarata la badia appartenente al regio patronato, cioè allo Stato, con la relativa divisione giurisdizionale dei poteri politici ed ecclesiastici, con ruolo di funzioni distinte, e con l'ormai conseguita autonomia municipale della Terra di S. Marco in Lamis, permaneva la convergenza di interessi contrastanti e discussi fra le tre istituzioni (Stato, Chiesa e Comune), poiché pur sempre pingui erano ancora i cespiti dei beni badiali. Si trattava di benefici e di proventi ai quali o si rinunziava malvolentieri o si cercava di appropriarsene in occasioni propizie. Si tratta di vicende che meritano una certa attenzione essendo storicamente emblematiche: ancora una volta, nella storia di questa città, come si notano anche al tempo del brigantaggio, interessi pubblici o ideali (giurisdizionali e curiali) si intrecciano e colludono con quelli ‘particulari’. Si assiste, si vorrebbe dire, al solito malinconico fenomeno della frettolosa partizione, presente cadavere, di vestimenta e di relitti.
Tanto accadde alla morte dell'ultimo abate commendatario D. Nicola Colonna, Arcivescovo di Sebaste, Nunzio Apostolico in Madrid e Cardinale della Santa Sede, avvenuta nell'aprile del 1796. Dopo tale previsto e aspettato evento ‘forte briga’ insorse per ‘l'elezione del Vicario per la cura spirituale della numerosa Popolazione della Città durante il tempo della vacanza della Badia’ (Nota 72).
Sotto l'incalzare degli eventi e della prescrizione di tempo utile, ci fu una corsa, con ovvia ‘precipitanza’ e su basi giuridiche contrastanti, per l'elezione del Vicario. Tre le diverse designazioni a seconda degli scopi e degli interessi dei tre Enti pubblici proponenti ed eligenti, per cui ognuno di essi fu costretto a combattere su due fronti. Il Capitolo della Collegiata procede subito ‘all'elezione del Vicario Capitolare nella persona dell'Arciprete D. Lionardo Antonio de Carolis’. A sua volta, l'Arcivescovo di Manfredonia Francone, rivendicando diritti sulla badia, indicata in ogni antico documento nel territorio della diocesi sipontina, e appellandosi in merito a una bolla di Pio II del 1458, eleggeva suo provicario il parroco della Chiesa di S. Antonio Abate Arcangelo Vincitorio. Il Sindaco ed ‘i Governanti della Università’ proposero al re la nomina di Luigi M. Izzo, già vicario generale al tempo del defunto abate.
Pertanto nello stesso aprile del 1796 ‘più ricorsi furono avanzati al Real Trono’.
Le cose si complicarono quando si credette appellarsi al vescovo di S. Severo col presunto diritto di appartenenza alla diocesi viciniore, e, infine, quando tutto fu rimandato dalla Real Camera per una decisione provvisoria al Fiscale dell'Udienza di Lucera.
Senonché, nel frattempo, morto il parroco A. Vincitorio, morto il secondo provicario designato dall'Arcivescovo, canonico Andrea Pomella, morto il vescovo di S. Severo, apparve chiaro il giuoco di interessi a carte scoperte. Avendo l'Arcivescovo sipontino nominato il canonico Saverio Montesani, si comprese la precedente e perdurante opposizione in seno al capitolo del fratello Fortunato M. Montesani alla nomina dell'arciprete de Carolis. La spaccatura prodotta dai Montesani nel Capitolo, condusse anche a una rivalità tra la Collegiata e la Parrocchia di S. Antonio abate. A sua volta la proposta del vicario di S. Severo e del Fiscale di Lucera (che si attennero evidentemente ai suggerimenti della Real Camera) nella persona di D. Giuseppe de Carolis non poneva certamente in buona luce lo stesso arciprete Leonardo A. de Carolis. Ma l'intenzione espressa nel Parere della Real Camera avversa alle decisioni dell'arcivescovo Francone, sottintende una precisa motivazione giurisdizionale, per cui vengono a trovarsi sulla stessa linea il clero e il Capitolo della Collegiata nella sua maggioranza, l'Università e la stessa Real Camera di S. Chiara.
La designazione del Sindaco e degli Eletti, favorevoli alla nomina del predetto Luigi M. Izzo, fu ‘la favilla’ che ‘secondò gran fiamma’.
Si fanno quindi innanzi non più gli Ascrittizi di Cimaglia, gli homines servi della gleba, ma i cittadini, finalmente popolo, della neonata città di S. Marco in Lamis, che, presa coscienza della propria e nuova identità, affermano la loro volontà di scelta, allineandosi col Capitolo; assecondati dalla Real Camera, contro le decisioni del sindaco in combutta con il prete L. M. Izzo e contro Mons. Francone. La scelta importava la decisa affermazione di duplice autonomia della comunità cittadina ancora una volta angariata e quella della badia nullius, canonicamente non dipendente dalla diocesi sipontina. Si trascrive un significativo brano del Parere: ‘Il Sindaco ed Eletti della Città di S. Marco in Lamis han domandato per Regio Vicario Generale di quella Badia D. Luigi M.a Izzo, sull'esempio del praticato per l'Abbadia della Fara di S. Martino, documentando il di lui zelo ed attaccamento per quella Popolazione, i servizi dal med.mo renduti allo Stato, e specialmente in occasione della Reclutazione forzosa. A siffatta domanda si è opposto il Procuratore del Capitolo della stessa Abbadia, il quale per dimostrare la non buona condotta tenutasi dal preteso in qualità di Vicario Generale sino alla morte dell'ultimo Abbate Commendatario, e del di lui fratello in qualità di affittatori, ha unita al ricorso la copia di una relazione di Real ordine disimpegnata da quel Regio Governatore sulla querela contro di essi avanzatasi al Real Trono da' particolari Cittadini di S. Marco in Lamis di prepotenza, di abuso, ed usurpazione di giurisdizione, de' danni recati alli Reali interessi, ed altro, relazione che ha detto trovarsi rimessa al Caporuota Criminale per l'organo della Real Segreteria di Giustizia, ed ha conchiuso, che esclusa la pretensione del Prete Izzo, avesse dovuta approvarsi la Relazione del Vicario Capitolare fatta da esso Capitolo’.
Quanto ai diritti accampati dall'Arcivescovo, la Real Camera nelle sue decisioni, firmate dai Vassalli Mazzocchi, Targiani Presidente, Corcinari e da altri, fa propria la relazione del procuratore difensore dei diritti del Capitolo e della cittadinanza. ‘Tolta dunque da mezzo ogni legittima contraddizione dell'Arcivescovo di Manfredonia, almeno nel possessorio, in cui siamo, ha tenuto molto conto la Real Camera dei documenti esibiti a nome del Collegio della Chiesa Badiale di S. Marco in Lamis per dimostrare di esser quella una Prelatura di terza classe con giurisdizione in Clerum et in Populum con territorio separato da ogni altra Diocesi’. Con evidenti echi che ci richiamano all'allegazione di Cimaglia, si aggiunge: ‘I documenti’ prodotti ‘dimostrano ch'essendo Basilio Imperatore di Costantinopoli fin dal 1006 (sic): concedè al Monastero de' Benedettini detto di S. Giovanni in Lamis ampiissime contrade, che’ tuttora ‘costituiscono il tenimento della Terra di S. Marco in Lamis’, e naturalmente ci si rifa, poi, alla nota formula del Curcua, qui più volte riportata, agli altri documenti bizantini e a quelli dell'abate Gualterio e dell'Honor. A dimostrazione che la badia di S. Marco in Lamis aveva una sua particolare ‘giurisdizione quasi vescovile’ si tiene a sottolineare che l'abate di S. Marco in Lamis teneva ‘una Curia formale con Vicario, Cancelliere, Promotor Fiscale, e Censori, dove siansi trattate le cause di giurisdizioni Ecclesiastiche. La visita inoltre vi si è fatta dall'Abate, o dal Vicario, la Curia ha spedite le licenze per vestir l'abito clericale, le dimissorie agli ordinandi ad quemcumque Episcopum, le approvazioni de' confessori, le licenze per la contrazione de' matrimoni, le assoluzioni dalle censure, le Bolle per le provviste de' Benefizi; così semplici, come Curati, precedente concorso tenuto in presenza di Esaminatori Sinodali eletti da quel Vescovo, cui o all'Abbate, o al Vicario sia piaciuto di commettere lo sperimento del concorso. Fin dalla Cancelleria Romana dirizzandosi Rescritti celesta Badia è stata nominata Nullius’.
In questa vicenda è però da rilevare un'oscillazione pendolare della giustizia centrale tale da ricordare quella della Curia avignonese nei riguardi dei cistercensi di Casanova.

E valga il vero:

  1. L'arcivescovo di Manfredonia osteggiando l'elezione compiuta dal Capitolo della Collegiata, in un primo tempo ottenne dalla Real Camera di Santa Chiara il diritto di eleggere il vicario.
  2. In un secondo tempo, al seguito dei molti ricorsi ai quali si è accennato, si originò ‘una lite di giurisdizione che fece tanto rumore a quell'epoca’; e la Real Camera incaricò il Fiscale dell'Udienza di Lucera che delegò il vescovo di S. Severo quale appartenente alla diocesi più vicina alla badia.
  3. La lite inoltre venne risolta a favore del Capitolo; e in questo caso vennero a collimare gli interessi del Capitolo, della Città e del regio padronato.
  4. In base all'art. 3 del Concordato tra Pio VII e Ferdinando I, del 21 marzo 1818, si stabiliva che le badie con una rendita al di sopra dei 500 ducati annui restavano senza essere aggregate e poiché la badia di S. Marco aveva una rendita di 2000 ducati annui non fu soppressa. Nel nostro caso ne fu esecutore il cardinale Caracciolo.
  5. Senonché, altra oscillazione del pendolo della giustizia, contemporaneamente, il 29 luglio del 1818, lo stesso cardinale Caracciolo scriveva all'arcivescovo di Manfredonia in questi termini: perché ‘le Badie nullius non restino senza una legittima amministrazione’ in nome di Sua Santità ‘V. S. Illustrissima si compiacerà di assumere il governo della Badia di S. Marco in Lamis’.
  6. Finalmente, queste tormentose vicende ebbero termine nel 1855 quando Pio IX con la creazione della diocesi di Foggia provvide alla sua definitiva sistemazione affidandola alle cure del vescovo foggiano. È da aggiungere che fino al 1855 l'arcivescovo di Manfredonia, per la badia vacante, riscuoteva la somma di 2356 ducati. Nel settembre dello stesso anno la Gran Corte dei Conti di Napoli dispose che tale canone fosse attribuito alla diocesi di Foggia.