II. I Frati minori a Stignano prima del 1560.

Il convento di Stignano a S. Marco in Lamis prima dei restauri fatti effettuare da p. Gerardo da Motta.
Il convento di Stignano a S. Marco in Lamis prima dei restauri fatti effettuare da p. Gerardo da Motta.
Anche questa nuova rincorsa riguardante gli insediamenti francescani nella Capitanata, come già per i Benedettini, valga quale premessa all'evidente illazione che la fervida operosità dei figli di S. Francesco, soprattutto dei Minori osservanti, estesa ormai per tre secoli sull'intero territorio dauno, non poteva non avere risonanza e presenza nelle due valli prima ancora dell'insediamento, consacrato dalle bolle papali, a Stignano nel 1560 e a S. Matteo nel 1578.
Si è già rilevato la loro presenza alla fine del Duecento nell'ambito della badia a Casalenuovo (Casone nei pressi di S. Severo) e a S. Giovanni Rotondo. Nella dimora di quest'ultima località vi era quel padre Gerardo da Guglionesi il quale, si ricorderà, nel settembre 1310 depose, come testimone sulle tristi condizioni della badia, nella discussa e contestata inchiesta condotta dal vescovo di Civitate.
Padre Serafino da Montorio scrivendo precisamente a due secoli di distanza (1715) dalla costruzione della nuova chiesa di Stignano, accenna all'esistenza di ‘molte chiesette’ (oratori ormai in completa rovina), ‘abitate da esemplari romiti’, che possiamo attribuire, ipoteticamente a francescani, come ad altri professanti una regola di ordine diverso o promiscuo: si pensi ai loci devoti (Nota 63). Accogliendo la nota leggenda del cieco, un tal Lionardo di Falco, che riacquista la vista dopo un sogno miracoloso in cui gli apparve la Vergine e guida così il popolo di Castelpagano alla scoperta di una statua della Madonna nel bosco, P. Serafino prende per buona la dubbia data del 1350. Quando poi parla del ‘vago e magnifico tempio’, sorto nel 1515, ‘dedicato alla Madre di Dio’ e da lui ammirato, lascia supporre che gli oratori, le ‘molte altre chiesette’, al suo tempo fossero ancora abitate da eremiti.
Agli inizi del Cinquecento appare la figura non leggendaria ma certamente discutibile di fra' Salvatore discalceato: un ‘aggregato ai frati minori’ che non doveva essere solo pur dimorando, come si crede, in ‘una capanna di rami di alberi e di fango’, ‘conforme alla strettissima povertà da loro professata’, e quindi si direbbe che egli con i suoi compagni disdegnasse di convivere nei vari oratori dei dintorni. Possiamo ritenere senz'altro che fra Salvatore e i suoi seguaci non fossero dei pionieri in loco e che un così grandioso monumento, qual è il complesso architettonico dì Stignano (chiesa, due chiostri e convento) non poteva sorgere con la rapidità dell'era del cemento armato: il 1515 è a un tempo una data di arrivo e di partenza. Sull'attuale facciata nello stemma francescano, che fa pendant a quello dei Pappacoda, la data è del 1608. Sarebbe certamente arbitrario fermarsi a quest'ultima data. La stessa data della bolla pontificia ‘Iustis petentium desideriis’ del 30 marzo 1560 non è che il riconoscimento o meglio il crisma che presuppone una precedente attività minoritica, tra cui quella prodigiosa e ammirevole del beato Ludovico da Corneto morto appena qualche mese prima.
Si procede comunque a tentoni per l'avarizia delle fonti: cronisti coevi o di poco posteriori all'insediamento francescano forniscono notizie e date vaghe e inattendibili. Si è discusso altrove (Nota 64) circa fra' Salvatore Scalzo e le origini di Stignano, del confusionario Gonzaga e del Wadding che lo ricalca con scarso discernimento. A sua volta, il citato viaggiatore domenicano P. S. Razzi ritiene presenti i francescani a Stignano fin dai tempi della costruzione della Chiesa (1515). Egli passò per Stignano nel 1576 e annota che la ‘divozione’, il culto per la Madonna, ‘ottanta anni sono si scoperse e sessanta fu data ai padri zoccolanti’.

III. I Frati minori a S. Matteo prima del 1578.

Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia foto tratta da una pubblicazione del santuario.
Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia foto tratta da una pubblicazione del santuario.
Per il convento di S. Matteo il discorso si può ritenere appena poco diverso, e solo rispetto al tempo, da quello di Stignano: quivi la precedente e ormai affermatasi presenza operosa dei Francescani non poteva non estendere inevitabilmente la sua influenza alle falde del Celano. Si direbbe che l'abate commendatario Vincenzo Carafa e il papa Gregorio XIII non abbiano fatto altro che riconoscere un processo in atto già da lungo tempo: l'ormai irresistibile operosità dei Frati minori. Il Carafa vi riponeva una attenzione interessata e calcolata, il papa mirava ‘ai monasteri che vanno efficacemente curati’, affidando un sacro luogo aperto al culto ab antiquo a ‘Religiosi che vivono nella Regolare Osservanza’. Il breve pontificio, che riconosce quanto è stato stabilito in una precedente convenzione tra l'abate e il Ministro Provinciale dei Frati minori, è del 14 febbraio 1578; il definitivo riconoscimento giuridico è consacrato da un atto notarile steso in Napoli il 6 maggio dello stesso anno.
Sono da rilevare alcune cose.
Papa Gregorio XIII.
Papa Gregorio XIII.
Nel documento persiste l'antico nome della badia: quello di S. Giovanni in Lamis; ma in data 27 settembre 1576 il citato domenicano S. Razzi annota nel suo viaggio che, salendo la valle, dopo S. Marcuccio, ‘più in alto un altro miglio trovammo S. Matteo, badia del Sig. Gian Vincenzo Caraffa’ con riti propiziatori di benefici particolari attribuiti propriamente al santo del luogo; ‘ove sono liberati gli indemoniati e coloro che sono morsi dai cani arrabbiati sono sanati’. È un culto non certo improvvisato e la devozione a S. Matteo potrebbe avere anche radici remote; i Francescani non avranno fatto altro che continuare a ravvivare l'uno e l'altra cosa. Torna opportuno aggiungere un particolare circa la metamorfosi subita dalla statua: da Cristo Pantocratore in San Matteo. Sul libro tenuto dal Santo vi è scritta una data-spia: il 1596.
Quadro ad olio presente nel refettorio grande del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. San Giovanni da Capestrano
Quadro ad olio presente nel refettorio grande del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. San Giovanni da Capestrano
Nel documento predetto persistono intanto l'antico nome badiale di S. Giovanni in Lamis e la designata appartenenza del monastero all'Ordine Cistercense; per cui il pontefice sancisce in modo definitivo la ‘soppressione e la definitiva abolizione dell'Ordine Cistercense’. Relitti nominali di una attività ormai defunta da tempo non precisabile; mentre è indubbio che la decisione papale non fa altro che riconoscere una presenza ormai attiva almeno da parecchi decenni e certamente databile alla prima metà del Cinquecento.
Comunque sia, è da rilevare che ‘la casa del monastero, la chiesa e altri edifici minacciavano rovina’ ma non si deduce che fossero in completo abbandono per totale distruzione e che pertanto ne soffriva l'esercizio del culto ‘da gran tempo negletto’. Si parla di restauri e riparazioni con notevoli sovvenzioni (seicento ducati in quattro rate annue) del Carafa. Il numero della comunità francescana da immettere con vincolo, intorno ai dodici, ci richiama a quello eguale dei Benedettini neri dei tempi più rigogliosi.
L'elenco stesso delle cose da consegnare ai francescani (‘la casa, eccetto qualche locale per il Commendatario, la chiesa, tutti gli altri edifici ed officine e cucine’) fa pensare che i danni materiali erano riparabili e che, per lo meno, non remota poteva essere stata la diserzione. Quanto ai Francescani, pare di notare una certa prevenzione o riserva per la loro intraprendenza da parte di Gregorio XIII nel suo ‘Breve’ là dove con un accenno a una remota disposizione pontificia, si legge: ‘E ugualmente il Ministro provinciale, attuale e pro tempore, sarà tenuto a mantenere nella detta casa dodici frati, obbligandoli anche con la forza, e a ciò potrà essere costretto anche con censure e pene, in caso di inosservanza e trascuratezza, se da qualcuno si oserà insidiare, scientemente o involontariamente il decoro del luogo.
Bolla di Gregorio XIII del 1578.
Bolla di Gregorio XIII del 1578.
Nonostante le diverse disposizioni del nostro predecessore di felice memoria, papa Bonifacio VIII, si cercherà soprattutto di fare in modo che nessun frate dell'ordine dei frati minori osi occupare nuovi luoghi per abitarvi senza speciale permesso della suddetta Sede apostolica e con espressa menzione del presente divieto, e lo faccia, oltre che con le condizioni e disposizioni apostoliche, col consenso dell'Ordine Cistercense, con la ratifica Apostolica o in forza di qualsiasi altro avallo, statuto, consuetudine, privilegio e concessione’. Una disposizione forse oscura o ambigua per un ignaro lettore odierno.
Ma una cosa è certa, circa l'irrompente fervore apostolico dei Francescani in pieno Cinquecento dauno: la presenza dei Frati minori nella ex badia benedettina ‘avveniva in un momento in cui la Provincia monastica di S. Angelo ferveva d'intensa vitalità. La divisione dell'Ordine Minoritico (1517) fu per i Francescani di Capitanata un forte richiamo ad immettersi nel circolo vivo della vita di apostolato. Si dettero ad un'attività multiforme, riorganizzarono gli studi in Provincia, fondarono nuovi conventi in maniera sorprendente, nel secolo XVI ne aprirono diciotto’ (Nota 65).