VII. Limiti della tesi di N. M. Cimaglia.

Beato Antonio Lucci (1682-1752), religioso francescano , Vescovo di Bovino e Abate dell'Abazia Nullius di S. Marco in Lamis - Da G.Tardio.
Beato Antonio Lucci (1682-1752), religioso francescano , Vescovo di Bovino e Abate dell'Abazia Nullius di S. Marco in Lamis - Da G.Tardio.
Ci si è soffermati a un'ampia trascrizione testuale per meglio rendere il pensiero del giureconsulto il cui spirito è di evidente ispirazione regalistica. La sua tesi unilineare poggia su una argomentazione soprattutto giuridica più teorica anziché suffragata dai fatti nel loro reale svolgimento temporale; pertanto, unilaterale e non pochi i suoi limiti. Essa è carente di senso storiografico: non tiene conto dell'impatto drammatico delle vicende storiche e delle concrezioni di privilegi e diritti acquisiti, riconosciuti o usurpati in tempi diversi.
La fragilità della tesi di Cimaglia poggia innanzitutto su una contraddizione. Egli insiste sulla base giuridica di diritti acquisiti ai tempi dei sovrani bizantini e cioè ancor prima della costituzione dei feudi (‘i greci non concedevano feudi‘, ‘la parola feudo fu vocabolo ignoto a' Greci’). Sbrigativo è l'accenno a Federico II, mentre elusiva è la lettura della costituzione guglielmina dell'Honor Montis Sancti Angeli.
Con discutibile senso storico pare non aver chiara l'imponenza caotica dei fatti che hanno meglio profilato la natura dei feudi e quello ‘specioso’, anomalo della nostra badia.
Rileggiamo anzitutto F. Lauria: ‘La feudalità 'questo mostro uscito dalle foreste dei barbari' come la chiamò Davide Winspeare, nacque dall'anarchia e fu essa stessa causa di anarchia. Sorta dall'invasione che i barbari fecero delle provincie dell'Impero, la quale distrusse tutte le tracce della civiltà preesistente, essa operò, come il predone, a danno di tutti, della sovranità, delle popolazioni, delle città, mantenendo cosi l'anarchia nelle nazioni. L'eminente autore della Storia degli abusi feudali dice che i primi sei secoli della feudalità cioè dal sesto a tutto l'undicesimo secolo dell'E. V. furono i più duri, i più anarchici, specialmente il X e XI. Il seguente secolo XII fu quello in cui cominciò la repressione degli abusi feudali: e questa data coincide con la fondazione della monarchia siciliana’. ‘Le distinzioni dei feudi erano molte, tante che neppure i trattatisti le riportavano tutte, ma solo le più comuni ed importanti. Iacobuzio de Franchis nei suoi praeludia annoverò ben 17 distinzioni dei feudi’. Inizialmente ‘la Chiesa nei primi tre secoli non ebbe beni immobili, né altre ricchezze, mantenendosi con le offerte dei fedeli: cominciarono gli acquisti delle chiese quando Costantino, voltosi al Cristianesimo, diede facoltà di istituire eredi e legatarie le chiese, e crebbero nei secoli seguenti, per cui molte chiese, specialmente quelle delle città maggiori, sopra tutte la Chiesa di Roma, sede del Sommo Pontefice, ebbero i loro patrimoni ricchissimi. Però questi patrimoni, per quanto importanti, erano sempre delle semplici proprietà, di diritto privato; non includevano il dominio politico, la giurisdizione, la sovranità; erano sottoposti alla sovranità del principe nel cui stato ricadevano e pagavano i tributi come tutti gli altri possedimenti privati, ne avevano nulla del feudo. Cosi fino a tutto il periodo in cui durò il regno longobardico’. L'intreccio di interessi privati e politici, ora riconosciuti ora tollerati, cominciò da quando la Chiesa per la sua politica ebbe alleata la Francia, da Carlo Magno agli Angioini. Anche P. Giannone rilevava che fra Carlo Magno e i pontefici ‘fu una vicendevole gara di liberalità e cortesia: Carlo in profondere provincie, città giurisdizioni ed altri beni temporali: i Pontefici all'incontro lo ricompensavano di beni spirituali... egli, oltre di aver cotanto innalzata la Chiesa Romana e resala signora di tante città e terre, arricchì anche l'altre chiese e monasteri di baronie, di contadi e di ben ampi e ricchi feudi, rendendogli signori temporali dei luoghi ove tenevano i loro benefizii, con unire alla dignità spirituale la temporale, come a quella accessoria e dipendente; ed investivagli per la temporalità con l'anello e col pastorale, ricevendone perciò il giuramento, e l'obbligo di molte prestazioni ed angarie, anche del servizio militare come qualunque altro feudatario’ (Nota 70).
La chiesa Collegiata e le sue immediate adiacenze in una piantina del '700, Archivio Collegiata S. Marco in Lamis) - Da G. Tardio.
La chiesa Collegiata e le sue immediate adiacenze in una piantina del '700, Archivio Collegiata S. Marco in Lamis) - Da G. Tardio.
Quanto al periodo normanno, Cimaglia si sofferma a lungo nell'esaminare il documento costitutivo dell’Honor e pone in rilievo che i monasteri di Pulsano e di S. Giovanni in Lamis erano compresi nell'Honor per dare maggior prestigio e lustro al dotalizio delle regine normanne. Il nostro giureconsulto pare ignori un documento, riportato quasi integralmente nella prima parte di questo lavoro e che precede di un anno appena la Constitutio dell'Honor. In esso vi è un'inquietante ed esplicita clausola dalla quale, per le conseguenti implicazioni e complicazioni, con relativi intrecci di ingerenze e interferenze, con liti, locazioni e vendite legittime o abusive, cose e fatti si sono protratte dai tempi di Alessandro III a Clemente VII antipapa. La clausola gravida di tante conseguenze per la decadenza e la fine della badia è da rinvenire in questo diploma palermitano in cui sono minuziosamente enumerati privilegi e possedimenti o concessi o riconfermati alla badia. Rivolgendosi all'abate Gualterio, re Guglielmo fa questa riserva: ‘Noi liberamente e senza vincoli accogliamo [il monastero di S. Giovanni in Lama] sotto la protezione della nostra sovranità e, col presente privilegio, lo garantiamo con lo scudo della nostra potenza, affinchè ad alcuna persona giammai, sia di bassa che di alta condizione sociale, sia consentito pretendere alcunché dallo stesso monastero o avervi servitù all'infuori del romano pontefice, così che tutti i possedimenti, ovunque il monastero legittimamente li abbia oggi o in avvenire, a giusto titolo e per volere divino, li acquisti, stabilmente rimangano a voi e ai vostri successori’ (d. 9).
Ricordiamo le date dei due diplomi guglielmini: quella delle concessioni fatte in Palermo all'abate di S. Giovanni in Lamis è del 7 maggio 1176 e quella della costituzione dell'Honor è del febbraio 1177.
Ora non è il caso qui di ripetere quanto si è già detto sulla particolare situazione dello ‘speciale’ Stato vassallo normanno nei suoi rapporti con la Curia romana e dei susseguenti intrecci di interessi e di dispute, anche dottrinali, fino al tempo di Roberto d'Angiò. Altrettanto dicasi per quanto si è rilevato nei rapporti della stessa Curia con Federico II e della sua imperiosa deliberazione nel mutilare il feudo della Terra di S. Giovarmi Rotondo. Cimaglia, in merito, accenna al monitorio-protesta di papa Gregorio IX e la risposta del re svevo; ma pare che sorvoli sull'integrità del demanio fin dai tempi del catapano Curcua e del conte Enrico riguardante rispettivamente l'antico casale di Castellan Bizzano e la nuova Terra di S. Giovanni Rotondo, come chi scrive ha già fatto notare. Pertanto, si coglie in flagrante contraddizione Cimaglia quando scrive: ‘Essendo il feudo quid unum et indivisibile’ spetta ‘il godimento del Patronato a colui che dal Monarca n'è investito’.
Tuttavia, non è lecito dubitare che questa allegazione di Cimaglia, nata, come si è visto, in un rovente clima anticuriale ed illuministico, deve avere pure avuto il suo peso determinante nella causa istruita e condotta a termine dallo ‘zelo di D. Luca Giovanni Plescia’, per merito del quale, conclude Cimaglia, ‘sono stati esibiti al Re N. S. gli autentici diplomi, da' quali apparisce la piena dotazione fatta da' Serenissimi di Lui antecessori, dimodocché anche rimossa la ragione feudale, si è fatto chiaro e manifesto, che il pieno Patronato a Lui spetti, per nuda e chiara legge de' Sacri Canoni ex dotatione’.
L'Allegazione porta la data del 1767, la ‘Reintegrazione alla Real Corona del Patronato’ è del 1782: sono trascorsi appena quindici anni.
Egli scrive ancora: ‘Si sa che molte terre nel nostro regno sono sorte’ dai ‘Vichi de' Servi Ascrittizj, (de' quali le Costituzioni del Regno sovente parlano), e specialmente di que' servi che a bella posta i Monaci ed altri ricchi cittadini adunavano per formarne tante ville, prima col nome di Casali, indi con quello di Terre'. Ascrittizj sono quei coloni che pur non essendo nati nel fondo erano destinati tuttavia a lavorarlo per tutta la vita quasi fossero parte dello stesso podere. Insomma, con sensibilità sociale, Cimaglia indirettamente si loda che questi servi della gleba si avviano dopo il 1782 decisamente verso ogni affrancamento feudale.
Ed è mirabile cosa rilevare che questo popolo destatosi dopo un letargo quasi millenario, in un solo decennio, con rapida fioritura e precoce maturazione, si affranca e afferma come città nel 1793, conquistando a un tempo autonomia comunale, giuridica e politica. ‘E poiché nel 1782 la Badia istessa fu dichiarata di Regio Patronato; così l'Abate venne privato di ogni Giurisdizione Politica e la città governata con la dipendenza dai Tribunali ordinari per mezzo di un regio Procuratore e Giudice’ (Nota 71); e nel 1808 epoca del primo stato discusso comunale, avendo raggiunto il numero di 10.200 abitanti, la citta venne dichiarata comune di 1. classe. Si può anche aggiungere, dato quest'empito di crescita, che S. Marco in Lamis, oltre ad essere, nell'Ottocento, il più popoloso comune garganico e naturale vibrante centro di vita politica, economica, sociale e... brigantesca, si avvia ad essere tra i più popolosi comuni della provincia dopo Foggia, S. Severo, Cerignola e Lucera.