IX. Fermenti responsabili e contestazioni di un popolo in cammino.
In realtà in tutto il Settecento, segni indicativi dei tempi mutati, non sono mancati da parte di un popolo che, pur ritenuto sempre docile ‘gregge’ facile a una rassegnazione fatalistica, è stato tuttavia geloso difensore di diritti e usi civici conquistati da tempo. Con la coscienza della propria forza via via acquistata unitamente a una specifica identità in rapporto al clero e allo Stato, si riscontrano suoi atteggiamenti di fermezza responsabile, fermenti di agitazione, gesti di insofferenza fino all'insubordinazione, atti di protesta e di contestazione contro esosità fiscali per abusi di funzionari e soprusi dello stesso abate.
Nel biennio 1739-40 avvennero ‘gravi episodi di violenza’ (Nota 73). Scrive Ignazio Matteo d'Afflitto al Patrizio di S. Marco in Lamis, Gaetano Sassano:

‘Cade in acconcio il doverla a Lei consegnare su il riflesso de' sentimenti che nodrisce con tanta fortezza d'animo, in vendicando da ogni torto la ragione, e a tutto potere sostenendo della giustizia l'interesse. Ben lo conobbi io... non ha guari nella Terra di San Marco in Lamis dove tra i disturbi delle cose giurisdizionali, giunte a nausea dei regi ministri e dei superiori ecclesiastici, per la procedura di certuni, fui destinato a governare quella gregge e a componere gli animi tra di loro scissi e discordi’ (Nota 74).

Frontespizio degli statuti del Capitolo di S. Marco in Lamis , 1785 (Archivio Diocesano di Foggia) - Da G. Tardio.
Frontespizio degli statuti del Capitolo di S. Marco in Lamis , 1785 (Archivio Diocesano di Foggia) - Da G. Tardio.
Senonché il d'Afflitto, e si avverte il suo disagio fra le righe, era vicario generale del nostro abate commendatario, Nicola Coscia (1682-1755), ‘ladro e malversatore emerito’ (F. Nicolini).
Inoltre, alla fine del secolo ‘l'eco delle prammatiche XXVIII e XXXIV de Baronibus per impedire agli stessi il diritto di prelazione sui prodotti dei vassalli, arrivava sulle balze garganiche assai affievolito tanto che negli ultimi decenni del Settecento abusi del genere toccheranno pericolosi livelli di turbamento popolare da preoccupare la stessa corte napoletana’. Dopo una crisi del 1793, di cui si dirà fra poco, avvenne infatti che divennero sempre ‘più acuti i contrasti tra i vassalli e gli amministratori della badia per l'arbitraria richiesta di granturco e i tentativi, più o meno palesi, di ridurre a scopo privato le superficie dei territori destinate agli usi civici. Esasperati da un simile stato di cose non restava, extrema ratio, ai 'naturali' sammarchesi che denunziare l'accaduto, tramite il Preside della Provincia, a Ferdinando IV’. Questi, in un suo dispaccio a stampa rivolto allo stesso Preside, riconosce le buone ragioni dei cittadini sammarchesi ricorrenti contro ‘le gravezze che di tempo in tempo gli sono state imposte dai conduttori di quella Badia, i quali intendono non solo di restrignere loro i diritti civici, di cui sono stati sempre nel pacifico inveterato possesso...; ma pretendono benanche la prestazione de' terraggi in grano d'India’.
‘Molti anni e uno più duro’ tra gli altri, dunque: stupisce che esso coincide con la nascita ufficiale della città e a un decennio da quando, dichiarata la badia di regio patronato, gli homines dell'Università acquistarono diritti distinti di autonomia politica, giuridica e amministrativa. Si direbbe che i poteri supremi degli abati, dei re e dei pontefici, esausta ogni fonte di cospicui guadagni, buttando via la buccia del frutto spremuto, lascino i neocittadini a dibattersi tra avversità naturali e difficoltà economiche e finanziarie.
Con tono ispirato dalla caritas patria, T. Nardella scrive:

‘A rendere più drammatica la condizione esistenziale delle classi subalterne sammarchesi si aggiungono sullo scorcio del secolo calamità naturali, malattie epidemiche, invasioni di bruchi e terribili carestie. Particolarmente grave dovette essere quella del 1792 se nel cuore dell'inverno dell'anno seguente il governatore Luigi Capuano, il sindaco Michele Nardella e il capo eletto Angelantonio Centola furono costretti a convocare 'mediante preventivi banni' in assemblea 'la più sana parte dei cittadini nella chiesa Trionfo del Purgatorio, luogo solito a convocarsi i pubblici parlamenti della università' per 'la penuria di grani e denaro per la compra dei medesimi saliti a caro prezzo'’.

Una tavoletta votiva del 1857. Non è più presente nella collezione del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Una tavoletta votiva del 1857. Non è più presente nella collezione del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Come abbiamo già visto, secondo Giuliani, S. Marco contava allora 9000 abitanti (8067 secondo G. M. Galanti) ‘dei quali 120 convennero per sottoscrivere all'unanimità una delibera mediante la quale decisero di vendere le sei difese di questa università colle due carra di erbe del Caldaroso per uso dei massari per un triennio continuo e col danaro che si ricaverà dalla vendita suddetta che si possa far riparo a sollevarsi il popolo acciò non perisca di fame’.
Si deve subito rilevare, che all'origine della travagliosa storia di S. Marco in Lamis, è l'inquietante rapporto demografico, in proporzione causale diretta: tanti più abitanti, tanta più miseria crescente e quindi tanta più fame. Siamo così alle radici reali di un perdurante dramma sociale che, come sotterraneo fiume carsico, corrode inesorabilmente la montagna garganica e la sua gente e per due secoli si concentra in questi atti e capitoli di storia: lotte e contese sociali tra piccola e media borghesia e tra contadini, pastori e braccianti, per egoistiche usurpazioni e conseguenti ripetute occupazioni di terre; e poi: brigantaggio politico post-unitario; massicce diserzioni dalle trincee di una guerra non intesa e non sentita; e la permanente emorragia dell'emigrazione.
Dunque: nel cuore dell'inverno del 1793, 120 responsabili neocittadini decidono come sollevare le sorti della città da minacciose ombre di freddo, di miseria e di fame.
Archivio della Collegiata di S. Marco in Lamis. Pagina finale del fascicolo 'Status Insignis...' - Da G. Tardio.Copertina Status Insignis
Archivio della Collegiata di S. Marco in Lamis. Pagina finale del fascicolo 'Status Insignis...' - Da G. Tardio.Copertina Status Insignis
Il contrassegno della povertà è la comune condizione di partenza dei nuovi protagonisti della vita locale: i francescani del Poverello d'Assisi e gli squallidi eredi della badia di S. Giovanni in Lamis.
Si conceda alla fine una licenza all'autore, una considerazione, cioè, storiograficamente poco ortodossa. Fu papa Giovanni XXII a emanare la bolla Cum inter nonnullos che dichiarava eretica la teoria ‘della povertà assoluta di Cristo e degli Apostoli’ nel 1323. Erano gli anni in cui lo stesso papa soppresse l'autonomia della badia, la passò prima ai cistercensi e poi l'affidò a una triste serie di abati commendatari. Ironia della storia, o vichiana saggezza della Provvidenza che segue vie ‘diverse e contrarie con lungo e raggirato lavoro’ contro la stessa volontà degli attori.
Orbene, si devono alla paziente e tenace operosità costruttiva e saldamente edificante dei due suddetti protagonisti le più luminose stagioni di storia nelle due valli. La povertà, all'insegna di una umanità spoglia e disinteressata, è pur sempre felicemente feconda di bene.
S'interrompe qui questo racconto, col fervido augurio che altri, con maggiore disponibilità e in condizioni non precarie come le mie, possano ampliarlo, rettificarlo, integrarlo, tenendo soprattutto conto che la storia del comune di S. Marco in Lamis comincia nel 1782; quale, in questi due secoli, è stata la reale osmosi di fattiva collaborazione tra i due nuovi protagonisti, i cittadini e i francescani; quanto i primi debbano ai frati anche dal punto di vista spirituale e culturale, mancando S. Marco per oltre un secolo e mezzo di qualsiasi istituto di istruzione media e superiore e quanto questa storia locale debba a cittadini illustri, protagonisti trainanti e rappresentativi tra Otto e Novecento.
Onestamente, si consideri per ora questo lavoro come un avvio per un discorso storico ancora da scrivere, più ampio, diversamente strutturato e articolato. Esso, non sfuggirà a un lettore attento, nato da alcune considerazioni su [tue] (?) tempi critici della badia di S. Giovanni in Lamis, si muove piuttosto schematicamente tra due poli ben diversi: uno negativo e l'altro positivo, uno riferito a una crisi di decadenza con una lunga plurisecolare agonia e un'altra di crescenza, per quanto travagliosa socialmente, pur sempre nobile e civile. Pertanto, anche per la bibliografia, come si può rilevare dalle note, ci si limita all'esame di quei testi attinenti alla tesi proposta (Nota 75).