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IV. I Longobardi: presenza e discusso insediamento.

Cavaliere, lastrina in bronzo dorato dello Scudo di Stabio, VII secolo. Berna, Historisches Museum.
Cavaliere, lastrina in bronzo dorato dello Scudo di Stabio, VII secolo. Berna, Historisches Museum.
Pare opportuno a questo punto, con una rapida rincorsa, avventurarsi in un tempo storico documentariamente carente. Occorrerà, in qualche modo, individuare su un terreno decisamente oscuro e fragile, un originario punto di partenza; recuperare briciole sicure o almeno veridiche; verificare la consistenza della sempre discussa presenza longobarda e rilevare un meno vago tempo di origine nei due insediamenti, benedettino e francescano, con la loro affinità di situazioni in un tempo parallelo, precedente alla documentabilità, forse più che secolare. L'assenza di una base documentaria non può condurre a uno sbrigativo colpo di spugna di un passato che si rivela di indubbia, laboriosa e costruttiva preparazione di un tempo che è poi di prosperità ormai spiegatamente affermatasi. Partire paradossalmente dal 1007 (data del primo documento bizantino che riconosce l'ormai estesa potenza territoriale del monastero benedettino) o dal 1560 per Stignano e dal 1578 per S. Matteo (date ufficiali della presenza francescana nelle due valli) è cominciare la storia dal vertice trascurando le origini.
Quanto a un presumibile originario insediamento longobardo e a un eventuale ospizio o a una semplice statio ci sarà molto da restituire alla leggenda e poco a una realtà storica (Nota 41). Si attende comunque, con speranza più che con fiducia, una risposta da qualche vestigio ancora eventualmente persistente nelle strutture basali del convento e in quelle ormai, sempre più evanescenti, di un possibile resto nelle mura di cinta nella ‘Palude’, dove è tuttora la piccola porta chiamata con voce volgare il ‘Vuccolo’, nucleo dell'originario casale di S. Marco in Lamis.
Itinerario longobardo.
Itinerario longobardo.
Vi è poi da cancellare una buona volta quella presunta data di presenza dei Longobardi sul Gargano: il 567 è un'enormità anacronistica accolta dal Giuliani e riportata poi pigramente dai cronisti successivi. La grossa svista cronologica può trovare un'ipotetica parvenza di giustificazione se i primi cronisti avessero avuto in qualche modo cognizione dell'opinione di Camillo Pellegrino, il quale nella Dissertatio de originibus Ducati Beneventani ‘credette, e volle far credere, che i Longobardi, venuti in aiuto di Narsete contra de' Goti, avessero piantate le fondamenta di questo Ducato’; mentre è da aggiungere che nemmeno Paolo Diacono conobbe con precisione le origini del ducato beneventano. Lunga è stata, invece, la disputa tra gli storici (da Carlo Sigonio a Benedetto Bacchini, a Giuseppe Sassi da una parte e dallo stesso Pellegrini al Padre Pagi dall'altra) sulla data di ingresso dei Longobardi in Italia, limitatamente però al 568 o al 569, come ricorda il Muratori riassumendo i termini della contesa con un tono un po' divertito; che, per suo conto, d'accordo con Paolo Diacono conclude: il Re Alboino ‘usci dalla Pannonia, correndo l'Indizione prima nell'anno di Cristo 568 nel dì dopo la Pasqua, la qual cadde quell'anno nel dì primo di Aprile’ (L. A. Muratori, Annali, cit. tomo V, v. anni DLXVIII - DLXXI; cfr. inoltre R. Manselli, il quale con O. Bartolini propende per la data del 569, op. cit., tomo I p. 152; in quest'ultimo vi è anche un accenno al rapporto di Narsete con i Longobardi).
L'imperatore bizantino Giustiniano
L'imperatore bizantino Giustiniano
Diverso il discorso sulla presenza longobarda, itinerante o permanente che sia. Ci si riferisce anzitutto a una effettiva e secolare presenza di transito dei pellegrini longobardi provenienti dal Nord, dalla Langobardia maior, e dal Sud, dalla Langobardia minor, convergente in quella via Francesca denominata anche Via Sacra peregrinorum o, per antonomasia, Langobardorum. Più intenso è da supporre il traffico lungo tale percorso, che permetteva di raggiungere più agevolmente la grotta dell'arcangelo Michele al tempo di Grimoaldo duca di Benevento e poi re dei Longobardi. Questi, con le sue vittorie sui bizantini, tra cui quella nel Gargano (650), contribuì all'unità nazionale longobarda e all'unione religiosa tra cattolici e ariani; riconoscendo ormai l'arcangelo Michele quale patrono dei Longobardi e riportandone anche l'effigie sulle monete.
Quanto a sedimenti lessicali del superstite patrimonio linguistico longobardo, ridotto, come è noto, a poche centinaia di termini, nella parlata locale, si possono essi ovviamente riportare a una generale area longobarda. Ma per residui specifici di parole o locuzioni persistenti nel dialetto locale, occorrerebbe lo studio filologico di un esperto.
Fanno invece pensare alla persistente presenza di un nucleo longobardo usi e costumi di quel popolo codificati in norme di leggi osservate ancora nel secolo XVI inoltrato. A suo tempo, S. Marco in Lamis e S. Giovanni Rotondo, come Cerignola e Cagnano, risultano essere località fortemente longobardizzate. Nella stesura dei capitoli matrimoniali riguardanti la dote e gli assegni maritali, i protocolli notarili conservano formule che si richiamano a tenaci consuetudini del luogo. La donna longobarda, alla presenza di consanguinei ed amici, è generalmente assistita durante la stesura dell'atto notarile dal mundualdo (capo assoluto del gruppo familiare), il quale tutela gli interessi della sposa e, nella costituzione della dote, provvede anche alla corrispettiva costituzione di assegni maritali e cioè la quartula. Più precisamente: la sposa dichiara che sui beni alienati dal marito o in caso di premorienza dello stesso le compete la quarta parte, ‘per scriptum morgincapitis ab eodem viro meo michi legibus emissum et traditum alio die nostrarum nuptiarum, observans ipse ritus gentis Lango-bardorum’.
I domini longobardi in Italia.
I domini longobardi in Italia.
Mundualdo, quartula, meffio
e mefio (nel diritto germanico, prezzo che il futuro marito pagava per acquistare, da chi ne aveva il potere, la potestà sulla moglie) e guadia (‘guadia proprie dicitur cum quis per stipulationem et fidem obligatur et promisit aliquid facere vel dare et est verbum longobardum’), massilla, sono istituti tipicamente longobardi accolti da un diritto rispettoso di radicate consuetudini locali, ancora nove secoli dopo (partendo come punto di riferimento dal 650, dalla vittoria di Grimoaldo sui bizantini nel Gargano o dalla distruzione di Lucera nel 663 con' l'esodo dei suoi abitanti tra Lesina e il Promontorio) e cioè fino al secolo XVI.
In un suo recente e pregevole studio, F. P. De Stefano, con ampia documentazione di atti notarili riguardanti i capitoli matrimoniali, riscontra che dove ‘la tradizione longobarda è più forte, si osserva ancora la guadia, a garanzia delle condizioni e dei patti stipulati dallo sposo’. ‘In generale, la consuetudine del luogo è sempre richiamata dal notaio, senza però che questi ne riporti il testo’. ‘A Cerignola gli assegni maritali sono rappresentati dal meffio e dalla quarta 'secundo l'uso et costume della terra stessa'’ come si desume ‘da un documento contenente capitoli matrimoniali del 1580’. ‘Assegni maritali di tradizione longobarda riscontriamo anche nella parte settentrionale della Capitanata, a S. Giovanni Rotondo, a Cagnano ed a S. Marco in Lamis, nei capitoli matrimoniali della seconda metà del Cinquecento. A San Giovanni Rotondo, ad esempio, in un interessante documento del 1562, lo sposo promette di costituire alla sposa 'la quartula sopra tucti e qualsivogliano soi beni mobili et stabili, presenti e futuri'’. Altrettanto dicasi per la restituzione della dote nelle predette località.
Due atti notarili del 1562, esistenti nell'Archivio di Stato di Lucera n. 65, aa. 1562-1563, cc. 5r-8r e 98r - 99v, confermano la durevole presenza di consuetudini longobarde a S. Marco in Lamis e a S. Giovanni Rotondo, tra cui l'inserimento della clausola riguardante la quartula. Essi, con poche variazioni formali e con quelle riferibili allo specifico contenuto dei contraenti delle due località, sono sostanzialmente conformi. Una loro lettura può destare interesse o curiosità per quelle note di lingua, di costumanze e di usi che gettano attimi di luce su una vita popolare e rurale civilmente alacre.
Sposalizio a S. Marco in Lamis - Dal calendario 2013 dell'Istituto Balilla.
Sposalizio a S. Marco in Lamis - Dal calendario 2013 dell'Istituto Balilla.
I due sposi, Rosa e Giovanni, assistiti dai rispettivi genitori, Salvicto de Coco e Bartolomeo Gigante, alla presenza del giudice Bartolomeo de Iacobo della ‘terra Sancti Marci’, e dei testimoni ‘venerabili donno Luciano Tantaro honorabili Francisco de Stella de Rubo, honorabili magistro Bellonio de Nardello, clerico Marco de Viola, Simeone de Tota, hono-rabili Monaco de Toto et honorabili Ioanne Andrea de Nardello de terra Sancti Marci’, si costituiscono davanti al Protonotaio Giantommaso de Lando di San Giovanni Rotondo ‘e altri luoghi’, il quale, tra i vari capitoli dello strumento, enumera minutamente i reciproci donativi, tra cui spigolando: ‘uno mataraczo’, ‘quattro piomaczoli’ (cuscini di piume), ‘una coltra di precio di tre scuti’, dei ‘mantaturi’, ‘quattro spallaroli’, ‘quattro coppule, dui lavorate et doi schette’, ‘una gonnella’, ‘una vardacoro’, ‘una cascia’, ‘una sartaina’,’ una cocchiara de maccaruni’, ‘uno spito’, ‘Item uno paro di bovi di quattro anni in cinque, domati: uno chiamato Corallo e l'altro Occhinigro, di preczo de ducati quaranta. Item una ienca (giovenca) di sopr'anno, di preczo de docati cinque, et una ienca piena, da consignarse ad aprile primo figliato, di preczo di ducati diece. Item una giomenta con un polledro, che farà doi anni ad aprile: nominata la giomenta Santa, di preczo de ducati vinti sette’.
Teodolinda sposa Agilulfo (dettaglio). Affresco degli Zavattari, 1444.
Teodolinda sposa Agilulfo (dettaglio). Affresco degli Zavattari, 1444.
Naturalmente l'atto costitutivo si chiude col richiamo alla quartula longobarda; ‘et nihilominus, predictus Ioannes, contemplatione et causa dicti matrimonii... fecit, constituit ac donavit donationis titulo inrevocabiliter inter vivos diete Rose eius uxori presenti etc. antefatum seu quartulam super omnibus et singulis eius bonis mobilibus et stabilibus, presentibus et futuris; lucrifiendam, consequendam et habendam dictam quartulam per dictam Rosam eius uxorem per mortem, quod absit, dicti Ioannis, ipsa Rosa superstite et in mundo vivente, et in omni alio casu et eventu lucrefactionis dicte quartule iuxta dictum usum et consuetudinem dicte terre Sancti Marci’. Questa ‘sollemnis stipulatio’, costituita in S. Marco in Lamis, reca la data del 20 novembre (Nota 42).
Un esame antropologico comparativo dei vari caratteri etnici (con possibili elementi superstiti e con testimonianze chi sa dove sepolte) scientificamente condotto è ancora da fare; potrebbe esso riservare tuttora sorprendenti smentite o conferme.
Nozze delle regina longobarda Teodolinda (570-627).
Nozze delle regina longobarda Teodolinda (570-627).
Circa la denominazione, infine, nulla c'è dato sapere. L'eventuale ospizio di S. Giovanni in Lamis fu battezzato con tal nome dai Longobardi, devoti del Santo battista, e fu poi definitivamente assunto dai benedettini per la loro badia? È certo impossibile precisare con una qualsiasi prova il merito dell'iniziativa, unica o distinta che sia; non rimane che riposare inertamente sul ‘come vuole la tradizione’. Quanto a de Lama o in Lama o in Lamis sono appellativi usati indifferentemente nei documenti; nel tempo, però, originariamente prevalgono i primi due per poi affermarsi definitivamente il terzo. Concorde è il parere degli studiosi circa la denominazione di Lama o Lamis, palude o specchi d'acqua di varia estensione residenti nel fondovalle tra l'attuale abitato di S. Marco in Lamis e l'incombente Monte di Mezzo. Dicono i geografi che in un locale allineamento di conche carsiche (Starale, Sambuchello, Stignano), fenomeno di ‘individualità molto singolare, è comunque avvenuto un evento geomorfico di somma rilevanza che ha deciso della sua storia: il collegamento tra le due valli’. Esso ‘è avvenuto in seguito al crollo di un diaframma della conca divenuto sempre più esile e per erosione regressiva risalente e per corrosione, e quindi sempre meno resistente alla pressione idrostatica che si esercitava da monte sul medesimo’. Lo sfondamento è dunque avvenuto per l'erosione e la corrosione del Monte di Mezzo, nel fondovalle, dove poi è nato il casale di S. Marco in Lamis. A sua voltaPaolo Diacono nella sua Historia Langobardorum racconta e favoleggia: ‘A quei tempi una meretrice, che aveva dato alla luce in un sol parto sette figli, madre più crudele di ogni belva, li gettò in un grosso bacino d'acqua (piscina) per ammazzarli’. ‘Capitò che il re Agilmondo, mentre si trovava in viaggio, giungesse presso la piscina. Fermato il cavallo, vide i disgraziati fanciullini; con la lancia che teneva in mano cercava di rimuoverli, quando uno di essi, allungata la mano, afferrò l'asta. Il re, mosso a pietà e fortemente meravigliato dal fatto, previde per lui un grande avvenire. Subito si affrettò a trarlo a riva e, affidatolo a una nutrice, diede ordine che fosse allevato con ogni cura. E poiché era stato strappato da una piscina, che nella loro lingua si chiama lama, gli diede il nome Lamissione’ (Nota 43).