III. Origini di S. Marco in Lamis: da sparuto casale a operosa Università.

Panorama di San Marco in Lamis.
Panorama di San Marco in Lamis.
È lecito dedurre che le origini del casale di S. Marco in Lamis fossero anteriori ai primordi del Mille, poiché nel 1007, con l'abate Alessandro, la badia ha un primo riconoscimento bizantino della rigogliosa e cospicua estensione della sua baronia. Il nome di S. Marco in Lamis si rinviene per la prima volta il 1095, nel più volte citato diploma bizantino, delle concessioni fatte da Enrico di Monte S. Angelo all'abate Benedetto: esso è indicativo di una riconosciuta vita associata dei vassalli: ‘Homines vero... tam monasterii, quam Sancti Iohannis Rotundi, quam Sancti Marci vaxalli monasterii, qui infra predictum territorium habitant seu abitaturi erunt, vadant libere per totum territorium’ (d. 6).
Il Card. Carafa (inginocchiato con il mantello rosso) nell'affresco 'L'Annunciazione' di Filippino Lippi.
Il Card. Carafa (inginocchiato con il mantello rosso) nell'affresco 'L'Annunciazione' di Filippino Lippi.
Nel primo decennio del Trecento l'università presenta una sua configurazione amministrativa precisamente articolata con il cappellano della Chiesa madre, Filippo, il baiulo (rappresentante diretto del potere regio), Goffredo de Russo, il giudice, Simone de Maiori, e il notaio, Andrea di S. Marco in Lamis.
Nei successivi lunghi tempi, in vero secolari, nel lento ma progressivo acquisto di nuovi diritti, alla pragmatica consuetudine del riconoscimento orale si sostituisce, dopo insistenti ‘suppliche’, la pressante richiesta della sanzione scritta allo strumento notarile, alla copia epigrafica incisa su pagine lapidee; e tutto ciò per un richiamo costante a riconoscimento di diritti già acquisiti e soprattutto alla loro tutela contro le esosità e i soprusi degli ufficiali regi e badiali.
Nel Quattrocento abbiamo un'arida serie di abati commendatari non ancora ravvivata da più copiose notizie delle fonti per un racconto sia pure esilmente tessuto. Si può solo rilevare la loro discendenza da insigni casati, meno il primo di cui si sa solo il nome: Antonio, 1435; Card. Nicola Fortiguerra, 1467, vescovo di Teano; Card. Oliviero Carafa, arcivescovo di Napoli, 1474. L'ovvio interesse per la riscossione delle rendite era però congiunto alla sistematica assenza dalla badia e al disinteresse per la vita spirituale del convento.
Nel Cinquecento, dopo Ferdinando Colonna del clero di Roma, 1515, con i Farnese (il futuro papa Paolo III, tra il 1532 o 33 e il successore nipote Alessandro, 1534), e poi con il card. Antonio Sanseverino, 1535, siamo al limite di un potere feudale assoluto.
Paolo III ritratto da Tiziano.
Paolo III ritratto da Tiziano.
Si ignora se Paolo III, quando era abate, abbia mai messo piede nella sua badia di S. Giovanni in Lamis. Né certo è da credere che egli abbia pensato di erigere una rocca come nel 1540 fece a Perugia su disegno di Antonio da Sangallo il giovane, ‘per mantenere in soggezione i Perugini, indocili alle gravezze loro imposte e, più, alle vessazioni contro di essi perpetrate da Pier Luigi Farnese figlio del papa’ (Nota 37). Per i vassalli di S. Marco in Lamis non ci sarebbe stato bisogno di una nuova e inutile rocca, anche perché non si hanno dati per sapere fino a che punto essi siano stati vessati da questi ultimi abati nel loro breve periodo di investitura. Si può invece stabilire che con i Carafa, comunque, si volta finalmente pagina. Siamo quindi alla stagione storica, europea e pontificia, dei Farnese e dei Carafa: al papa della controriforma. Paolo III (Alessandro Farnese), e al papa che con ferreo rigore ristabilì l'Inquisizione, Paolo IV (Gian Pietro Carafa). Entrambi, il primo come abate e il secondo quale parente di più abati commendatari del suo nome, hanno pur dovuto rivolgere la loro interessata attenzione allo stato e alle sorti della badia di S. Giovanni in Lamis.
Paesaggio agrario meridionale.
Paesaggio agrario meridionale.
Con un primo Vincenzo Carafa l'università e gli homines di S. Marco in Lamis, sotto la tenace guida di un Donatello Compagnone, ottengono prima la stesura di un atto notarile in Foggia nel 1537, indi nel 1559 da un secondo Vincenzo Carafa la definitiva ratifica dei diritti civici acquisiti e concessi. (‘Questi era congiunto del pontefice Paolo IV e dell'omonimo Vincenzo, cardinale e arcivescovo di Napoli dal 1505 al 1541, che a sua volta era stato abate commendatario di San Giovanni in Lamis ed aveva ricevuto ampi favori da Alessandro VI. Possiamo ritenere che il primo abbia sostituito nel 1541, alla sua morte, l'omonimo cardinale nella commenda, che diveniva cosi appannaggio dei Carafa. Certo nel 1556, all'indomani dell'ascesa al soglio pontificio di Paolo IV Carafa, Vincenzo è già abate commendatario e cerca di conciliare una grave vertenza, scoppiata tra il feudatario di San Giovanni Rotondo e gli abati commendatari’) (Nota 38).
Certo a scanso di futuri disconoscimenti ed eventuali angherie, il documento è stato per nostra fortuna meritamente consacrato da una riproduzione su lastra di pietra, tuttora esistente nel palazzo badiale: è stata una benemerita previdenza, fortunatamente, per nostra memoria (Nota 39).
È un documento che meriterebbe, di per sé, uno studio più attento: non sfuggirà a un lettore la sua importanza non semplicemente locale per il contenuto e anche per la forma il cui linguaggio è percorso dal fremito di un tono vibrato, solenne e minutamente chiaro, preciso. Nella trascrizione di diritti sociali riconosciuti ‘agli umili e devoti vassalli’, sorprendono alcuni stilemi e un lessico a volte moderno e vibratamente attuale nel tono dove le marginali e residue espressioni in latino, col terminale exequatur di ratifica del Carafa, fanno da cornice e suggello a un documento di travagliata conquista: non possano essere comandati da... uffigiale né da qualsivoglia governatore né affittatori di detta abbazia in esercitio alcuno reale o personale senza competente e giusto salario’.
Agli uomini dell'università sono riconosciuti questi diritti e benefici, ‘siccome anticamente è stato solito et osservato et al presente si osserva’: libertà di pascolare, spigolare, abbeverare, legnare nell'intero feudo; salari retribuiti; uso di propri ‘forni e centimoli’ (mulino di casa spinto con una stanga); un ceppo natalizio per ogni focolare domestico; riconoscimento da parte dei funzionari nei rapporti di ‘immunità, communità e unione’ con i paesi finitimi; la ‘grazia di un giorno di franco’ per un embrionale mercatino settimanale ‘in beneficio et utile di detti poveri vassalli’.
Italia settentrionale: cascina e allevamento del bestiame.
Italia settentrionale: cascina e allevamento del bestiame.
Si tratta comunque di concessioni elargite o, piuttosto, strappate da minacciose agitazioni e proteste, dalla classe popolare contro le vessazioni di affittuari, governanti e ufficiali degli stessi Carafa. I quali invero in ogni caso calcolavano e dosavano il peso di un loro tornaconto, come faranno nelle concessioni fatte allo stesso parente Mormile, alla classe abbiente che si andava affermando con occupazioni di terre e sempre escludendo l'indifesa classe popolare del contado e del casale.
Eguale avaro calcolo useranno verso i frati minori, tutelando le proprie rendite nel concedere l'uso del convento e il culto del santuario.
Tuttavia, con la consolidata protezione giuridica, l'università acquista una più decisa autonomia amministrativa ed economica e gli uomini della comunità più saldamente associata affermano una propria dignità morale e sociale, che prelude a quella politica, per via della espressa protesta contro gli stessi ufficiali regi e baronali; denunziando, inoltre, indirettamente il pericolo costituito da quelli che ponevano steccati, confini e limiti alla libertà di movimento e di vita nell'ambito del territorio badiale.

‘Il Gargano è legato all'Europa e riecheggia senza ritardi quanto avviene nella lontana Inghilterra. I terreni vengono recintati, ci si batte per i diritti di pascolo ed abbeveratoio che prima erano patrimonio comune, ma soprattutto dei membri delle classi popolari. In tal modo questi riuscivano ad integrare i magri salari ricavati dal lavoro di braccianti o pastori, da cui non avrebbero certo tratto i mezzi per mantenersi e mantenere le loro famiglie. Ora ne vengono scacciati; non possono più condurvi il maiale o la capretta per incrementare i guadagni e riuscire a sopravvivere’ (Nota 40).

Saranno questi fermenti di vitalità popolare con l'impetuosa crescita demografica dell'università premessa e base della futura città di S. Marco in Lamis.
Ma quale che sia stato il ‘particulare’ comportamento venale dei Carafa, rimane loro una duplice benemerenza storica: il sancito riconoscimento degli usi civici agli abitanti dell'università di S. Marco in Lamis, compiuta dai primi due Vincenzo Carafa, 1559, e la cessione del convento ai frati minori nel 1578. A seguito di tale gesto si deve anche registrare che gli abati pongono la loro residenza al centro della borgata, in quel palazzo badiale (il ‘Trono’), come per tradizione usa dire, per indicare la sede del Comune.