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IX. Tristi vicende di una badia data in commenda.

La scala che porta al deposito inferiore della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
La scala che porta al deposito inferiore della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Le oscure e talora romanzesche e pietose vicende della badia continuano per oltre mezzo secolo.
Appena tre mesi dopo dalla concessione in commenda sono sorte difficoltà, per dir cosi, di ordine tecnico ed economico, a seguito della disposta sentenza di Guglielmo di Balaeto e del successore Gerardo de Valle, circa i redditi del monastero da percepirsi a favore della Camera apostolica e da parte dei cistercensi che intendevano sollevare liti in merito. Esse sono state direttamente esposte dall'arcivescovo al papa, il quale prende atto della sincerità e della devozione dell'esponente, del tenore della petizione ‘per fidedignam relationem intimatam’. al fine di dirimere una eventuale lite su diritti da percepirsi da parte dei cistercensi, della Curia e dello stesso abate commendatario.
Un anno dopo il papa precisa meglio i suoi intendimenti. Elevato alla porpora cardinalizia Matteo col titolo dei SS. Giovanni e Paolo e poi con quello di vescovo di Sabina, il pontefice, il 14 giugno 1328 (d. 71), conferma nella commenda il neocardinale e prescrive che alla di lui morte il monastero ritorni a chi di spettanza.
Interno della chiesa di Santa Sofia a Benevento.
Interno della chiesa di Santa Sofia a Benevento.
Ma doveva essere talmente caotica la situazione circa i beni della badia che, nello stesso giorno, il 23 giugno (d. 72), su istanza dello stesso cardinale Matteo, il papa dà mandato a Giovanni vescovo di Vieste, all'abate del monastero di S. Sofia di Benevento e all'arciprete della chiesa di Foggia di svolgere un'inchiesta sulle effettive condizioni dei beni variamente contestati o usurpati da gente di ogni risma: laici, ecclesiastici e soprattutto ‘duchi, marchesi, conti, baroni, nobili e militi, communia quoque ac universitates civitatum...’, ‘occupatores seu detentores, molestatores et iniuriatores’. I suddetti prelati sono ritenuti dal papa ‘conservatores et iudices eidem cardinali’, comunque suoi amministratori fiduciari.
Ciò nonostante le cose volgono sempre al peggio. Morto il cardinale commendatario, morto Giovanni XXII che aveva promosso la prima inchiesta sullo stato della badia, a dodici anni di distanza, il nuovo papa, preoccupato da una situazione divenuta rovinosamente insostenibile, promuove una nuova inchiesta.
Successore di Giovanni XXII era Benedetto XII, Giacomo Fournier, monaco cistercense, ‘in tutta la sua carriera aveva mantenuto rigore e spirito monastico, una pietà sincera e profonda, una santità di vita mai messa in dubbio’ (Nota 27).
Il 19 ottobre 1340 (d. 73) Benedetto XII ordina a Sasso arcivescovo di Siponto di informarlo diligentemente sulle reali condizioni della badia quando venne affidata in commenda al cardinale Matteo e su quelle successive alla morte di costui.
Papa Benedetto XXII.
Papa Benedetto XXII.
Il papa non manca di esporre le sue preoccupazioni per le usurpazioni, per la continua diminuzione o esodo dei monaci e per lo stato di abbandono degli edifici. Nel tempo in cui il cardinale lo tenne, il monastero ‘fuit in domibus et edifitiis suis deterioratum non modicum et in consueto monachorum, conversorum et aliorum ministrorum ipsius numero quam plurimum diminutum’.
Morto Benedetto XII, i monaci di San Giovanni in Lamis, a mezzo di Arnaldo di Giovanni, procuratore in Curia dell'ordine cistercense, e di Benedetto di Francesco, monaco dello stesso monastero, si rivolgono al nuovo papa Clemente VI, il benedettino Pietro Roger, esponendo l'impellente necessità di riformare il convento e di provvedere a favore di Guglielmo cardinale prete del titolo dei Quattro Santi Coronati. Si legge nel breve documento una certa trepidazoone per le squallide condizioni del convento dove il ‘divinus cultus’ si era ridotto quasi ‘ad nichilum’. Con sollecita premura il papa provvede secondo i desideri della supplica, affida la commenda al predetto cardinale Guglielmo in data 25 maggio 1342 e ne dà contemporanea comunicazione al convento e ai vassalli (dd. 74-77).
Senonché anche il nuovo abate commendatario, resosi conto delle tristi condizioni del monastero, informa il pontefice sulle mai fugate e moleste usurpazioni. Siamo a una terza inchiesta sui beni e sulla persistente miseranda vita del monastero: il 14 luglio 1342 Clemente VI dà mandato a Giovanni, vescovo di Avignone, a Giacomo, vescovo di S. Agata dei Goti e all'abate del monastero di S. Benedetto di Manfredonia di svolgere un'inchiesta sulle indebite appropriazioni di beni spettanti al suddetto monastero effettuate da diverse persone e di provvedere alla completa reintegrazione dei beni stessi (d. 78). Il papa ripete fil filo l'elenco di usurpatori laici ed ecclesiastici della precedente bolla di Giovanni XXII del 23 giugno 1328 (d. 72).

X. Nuove nomine e nuovi soprusi.

Papa Innocenzo VI.
Papa Innocenzo VI.
Segue un silenzio delle fonti di precisi undici anni, c'è poi solo un monotono e rituale procedimento nella nomina dei nuovi abati commendatari.
Il 19 luglio 1353, da Villeneuve, Innocenzo VI, avendo il cardinale Guglielmo rinunciato alla commenda, nomina abate del monastero Giovanni de Guisya monaco di Clairvaux e, come al solito ne dà contemporanea comunicazione al convento, ai vassalli, all'abate del monastero di Casanova e ai reali di Sicilia Ludovico e Giovanna, pregando costoro di continuare a concedere al nuovo abate i loro favori con la relativa protezione (dd. 79-83).
Abbazia di San Bartolomeo di Carpineto.
Abbazia di San Bartolomeo di Carpineto.
Morto Giovanni de Guisya, il papa, il 29 febbraio 1356, da Avignone, affida la commenda al cistercense Matteo priore del monastero di S. Bartolomeo di Carpineto nella diocesi di Penne (dd. 84-86).
Il 15 febbraio 1358, dimorando il nuovo abate Matteo di Barisciano (forse sempre) nel monastero di S. Bartolomeo, nomina Nicola di S. Panfilo, monaco di Casanova, e Matteo di San Marco, monaco di San Giovanni in Lamis, suoi vicarii e fiduciarii con licenza di governare le persone e di disporre e conservare i beni ‘con un'amministrazione utile e onesta’ (d. 87).
È da rilevare che a cinque anni dalla nomina dell'abate Matteo di Barisciano, il 15 marzo 1361 (d. 88) da Napoli, il principe Filippo di Taranto, conte di Acerra, e la moglie Maria contessa d'Alba, figlia del duca di Calabria, prendono sotto la loro protezione e difesa l'abate con tutte le connesse pertinenze, nonché i possedimenti, i diritti e i redditi del monastero esistenti nel Regno di Sicilia.
È una protezione che dava ombra o semplicemente richiesta dalla necessità?
È un fatto che l'assillo per i soprusi e le preoccupazioni pungentemente persiste. Ancora due anni dopo l'abate e i monaci della badia sono costretti a rivolgersi al papa: il 5 marzo 1363 da Avignone Urbano V ordina a [Marino Ramamondo], arcivescovo di Siponto, ad Andrea, vescovo di Lesina e a Matteo, vescovo di Civitate, di offrire protezioni all'abate e al convento contro coloro che ne occupavano indebitamente i beni.

Foto tratte da Adolfo Avena, Monumenti dell'Italia Meridionale, Roma, 1902