VI. Processo ai Cistercensi di Casanova e sentenza di annullamento di una breve incorporazione.

La Rocca dei Rettori a Benevento.
La Rocca dei Rettori a Benevento.
Comunque sia, i cistercensi di Casanova nel gennaio del 1320 sono chiamati in giudizio da Guglielmo di Balaeto, arcidiacono di Frejus, cappellano del papa, rettore di Benevento e nunzio apostolico nel Regno di Sicilia, incaricato già da un biennio dal pontefice di provvedere alla restituzione al patrimonio della Chiesa dei beni ingiustamente detenuti da terzi. Il processo, con varie sedute che vanno dal 22 gennaio al 12 luglio del 1320, data definitiva della sentenza, si celebra a Napoli nella chiesa di S. Giorgio Maggiore, sede del tribunale ecclesiastico.
Dalle carte processuali emerge questa chiara premessa riguardante gli scopi generali del mandato ricevuto (‘ad revocandum ad jus et proprietatem romane Ecclesie’): ‘Considerato che abbiamo ricevuto dal santissimo padre e signore nostro Giovanni XXII ... lo specifico incarico: di censire tutte le chiese, i monasteri, i luoghi, le proprietà e i diritti spettanti al nostro pontefice e alla Chiesa romana che si crede siano stati occupati da ecclesiastici sia regolari che secolari, da corporazioni e conventi, comunità e laici, e siano da essi indebitamente tenuti con danno della nostra Chiesa; di accertare la verità indagando copertamente su costoro senza clamore e formale giudizio; di ammonire gli occupanti ed usurpatori dei suddetti beni, di indurli e, se necessario con la censura ecclesiastica, costringerli a restituire al pontefice signor nostro e alla Chiesa romana, consegnandoli pacificamente coi frutti in precedenza riscossi e nel termine da noi concesso, i monasteri, le chiese e i luoghi indebitamente occupati’ (d. 56).
Napoli. Chiesa di San Giorgio Maggiore.
Napoli. Chiesa di San Giorgio Maggiore.
Questa l'accusa per la chiamata in giudizio: ‘di recente’ era giunta notizia al nunzio che il monastero di S. Giovanni in Lamis era stato indebitamente occupato e che non di unione si trattava ma di una presa di possesso violenta, con promesse, lusinghe, atti di corruzione, falsificazione di documenti e informazioni infondate fornite al papa Clemente.
Varie le udienze tenutesi in tribunale nei giorni 22, 28-29 gennaio; 12, 15-16, 28-29 febbraio col sabato successivo; 15, 19 marzo; e 2, 5 e 12 luglio, con interruzioni dovute ora alle diverse occupazioni del nunzio ora, soprattutto, alle richieste del procuratore difensore dei cistercensi Jacopo, preposito della chiesa di S. Nicola in Vicoli (Pescara), per l'affannosa ricerca di documenti da esibire e testimoni a discarico da citare e presentare in giudizio.
Il nunzio anzitutto dichiara illegittimo il titolo di abate a Giovanni di Ofena. Egli tiene a precisare preliminarmente che il monastero di S. Giovanni in Lamis appartiene ‘immediate’, cioè senza intermediarii, direttamente alla Chiesa romana e che ‘ab antiquo’ esso era retto dai monaci benedettini neri e che pertanto Giovanni di Ofena era da ritenere un sedicente ed illegittimo abate. È da ricordare che Giovanni di Ofena fu eletto abate subito dopo l'unione di Casanova 1'8 dicembre 1311 (d. 44) e che figurava a capo del convento da lungo tempo; è però rieletto circa quattro o cinque mesi prima del tempo della causa. Nell'intervallo risulta abate Francesco di Atri, rimosso non si sa per quale motivo. Questi, a sua volta, dopo la morte di Roberto d'Aunay, aveva concesso in locazione il casale Sala di proprietà del monastero a Giovanni detto Russo de Solmato (d. 50).
Il deposito inferiore della Biblioteca di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il deposito inferiore della Biblioteca di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
A evitare ulteriori ripetizioni, a volte necessarie nel reperimento o ribadimento della linea narrativa, circa motivazioni, addebiti, contestazioni e testimonianze addotte, ma soprattutto per l'andamento della causa e il particolare atteggiamento di entrambe le parti (e anche al fine di non alterare il senso del testo, per il quale ci si affida al lettore) si crede opportuno trascrivere integralmente la parte conclusiva della sentenza che è anche un'efficace sintesi dello svolgimento dello stesso processo.
Scrive il nunzio apostolico che tre giorni dopo la chiamata in giudizio, oltre il procuratore Jacopo della chiesa di S. Nicola in Vicoli e Giovanni di Ofena sedicente abate di S. Giovanni in Lamis,

‘abbiamo fatto convocare innanzi a noi l'abate e la comunità del convento di Casanova per fornire alcune precisazioni sul diritto della Chiesa romana all'impugnazione dell'unione e offrir loro la possibilità di controbattere, se lo ritenessero opportuno.
L'abate di Casanova è venuto pertanto in nostra presenza per sé e per la propria comunità; gli abbiamo comunicato l'incarico apostolico a noi affidato, lo abbiamo interrogato e ammonito più volte perché desse risposta alle nostre contestazioni ed egli ha risposto con inconsistenti argomentazioni e rimostranze, ha minacciato a gran voce di voler interporre appello ed è andato via con arroganza, mentre noi ritenevamo l'appello del tutto pretestuoso.
Essendo poi state avanzate da noi alcune contestazioni al suddetto procuratore ed essendo stata data ad esse risposta, noi, sui particolari da lui smentiti, abbiamo provveduto, come di dovere, alla ricerca e all'esame dei testimoni e, su ciò che egli voleva smentire, abbiamo ritenuto, perché l’inchiesta procedesse senza sospetti e intralci per l'escussione dei testi, di dover dare incarico, sempre con pieno consenso dello stesso procuratore, al primicerio di Benevento e all'arcidiacono di Troia, uomini degnissimi, ed essi, procedendo nell'inchista loro affidata, hanno raccolto, a difesa della Chiesa romana, quaranta testimoni per lo più ecclesiastici e laici, religiosi e secolari, disposti a confermare le contestazioni da noi avanzate. Essi hanno inoltre fatto porre fedelmente per iscritto, come d'uso, con pubblico atto notarile, le loro deposizioni ed alcuni testi, le cui deposizioni sono state fedelmente trascritte, erano di coloro che lo stesso procuratore voleva produrre.
Le deposizioni di tutti questi testimoni, regolarmente chiuse e sigillate, sono state a noi consegnate dai suddetti primicerio e arcidiacono e noi le abbiamo rese pubbliche alla presenza del procuratore. Gliene abbiamo poi consegnato copia e abbiamo fissato un termine perentorio perché egli potesse eventualmente smentire le deposizioni dei testi e noi addurne altri che, in nostra difesa, volessero deporre contro lo stesso procuratore. Egli non ha detto nessuna cosa per la quale non si dovesse procedere alla conclusione dell'inchiesta; ha chiesto soltanto un rinvio per la raccolta del grano. Noi abbiamo ritenuto di non dovergli accordare alcun rinvio dal momento che, come si prescrive nell'incarico apostolico summenzionato, ci era stato raccomandato di procedere, in un'inchiesta di tal genere, rapidamente e senza intoppi (de plano), con discrezione e senza formale giudizio; abbiamo invece fissato allo stesso procuratore un termine perentorio per ascoltare la nostra conclusiva sentenza. Sentito ciò, il procuratore ha chiesto, per beneficio di restituzione, di essere ammesso, per una prova più convincente, a presentare con immunità testimoni, documenti e anche garanzie. E poiché il detto procuratore aveva avuto tempo adeguato per provare e presentare tutto ciò che volesse, poiché con malafede e per subdolo sotterfugio ci proponeva e chiedeva una simile restituzione, per rimuovere ogni motivo di rinvio abbiamo ritenuto di non fare concessioni e gli abbiamo assegnato un termine perentorio per ascoltare la nostra sentenza. Il procuratore, al diniego della restituzione e dell'immunità, si è appellato alla Sede apostolica, ma noi, per i motivi sopra indicati, non abbiamo accolto l'appello, né ritenuto opportuno trasmetterlo, giudicandolo pretestuoso. Ingiunto pertanto al detto procuratore di comparire in giudizio e, nonostante l'appello, trattare subito la causa, dal momento che gli era stato concesso tempo adeguato, egli ha risposto di non voler comparire in nostra presenza, né procedere in giudizio e, insistendo nella richiesta di appello, si è allontanato.
Volendo dunque concludere la presente inchiesta, nonostante questi pretestuosi appelli, convinti che non fosse il caso di convocare ulteriormente l'abate di Casanova e la sua comunità o il loro procuratore, considerato che è giuridicamente ineccepibile, quando uno, interponendo appello, si allontana per protesta dalla presenza del giudice, sottraendosi così alle sue intimazioni e al dibattito, concludere che per ciò stesso egli non vuol protrarre la causa; ed è altrettanto legale citare le parti per procedere ad altro o all'ascolto della sentenza, a meno che la parte non rinunci spontaneamente all'appello; considerato che al giudice, in assenza dell'appelante, non si vieta di procedere e che in tal caso il processo giudiziario si deve ritenere valido, noi abbiamo con somma diligenza considerato tutti gli aspetti della presente causa e le affermazioni dei testimoni prodotti sia dalla Chiesa romana che dal suddetto procuratore.
E poiché è ampiamente provato dalle dichiarazioni rese dai testi a favore della Chiesa romana che la suddetta incorporazione ed unione è stata ottenuta dal ricordato papa Clemente con malafede e falsità, e che senza falsità e con verità manifesta l'incorporazione ed unione non sarebbero state affatto concesse;
- poiché è stato pienamente provato che al tempo della successione il monastero di San Giovanni in Lamis, retto da abate e frati dell'ordine di San Benedetto dei frati neri, era fiorente di beni spirituali e materiali, godeva privilegi e proprietà nonostante l'ostilità dei nobili e dei potenti, aveva una rendita di trecento once d'oro, vi era in esso una comunità adeguatamente efficiente con dieci e più monaci oltre l'abate (‘in eo erat decens conventus monachorum decem vel amplius ultra abatem’), i religiosi vi osservavano la regola e l'ospitalità e il monastero era in condizioni migliori di oggi e in modo migliore era governato;
- risulta accertato che l'abate del monastero di Casanova, con promesse ed illeciti patteggiamenti, ha indotto, o piuttosto sedotto, l'abate del monastero di San Giovanni, con la complicità del decano e all'insaputa di tutti gli altri monaci, a supplicare il ricordato papa Clemente perché incorporasse e unisse il monastero come se andasse in rovina, sebbene la verità fosse diversa.
È stato anche provato con ogni evidenza che il vescovo di Civitate, senza adempiere formalmente l'incarico a lui affidalo, ma piuttosto trascurandolo, avuta una certa quantità di denaro, versato dall'abate di Casanova o da altri per lui, riferì al papa Clemente che il monastero di San Giovanni in Lamis era in rovina, impoverito di beni spirituali e materiali, oppresso dai potenti, e che pertanto l'unione e incorporazione era utile e necessaria.
È stato pure provato che l'abate di Casanova; dopo l'unione, catturò o fece catturare l'abate del monastero di San Giovanni e lo tenne prigioniero finché per le minacce non s'impegnò a versare una cauzione di cento once d'oro e a non lasciare il regno, né a ricorrere alla Curia romana per fare annullare e per impugnare l'unione e incorporazione: l'abate di Casanova, a seguito dell'unione e incorporazione, ha poi occupato il monastero di San Giovanni in Lamis, coi suoi privilegi e pertinenze, e ne ha avuto frutti per un valore di duemila once, oltre al godimento dei privilegi e di altri beni.
Ascoltato il consiglio di persone sagge e avvedute, come di corpo giudicante, invocato il nome di Cristo, emettiamo la nostra sentenza e dichiariamo:
- che la suddetta incorporazione ed unione non è valida, dal momento che essa, come in precedenza è stato dimostrato, è stata ottenuta con falsità e malafede;
- che il detto monastero di San Giovanni in Lamis nella diocesi di Siponto, dell'ordine di San Benedetto dei monaci neri, coi suoi castelli villaggi ville privilegi proprietà ed ogni altra pertinenza, ritorni in giurisdizione e proprietà della Chiesa romana, com'era prima dell'unione e incorporazione, per questa nostra definitiva sentenza e per il potere che ci viene dall'autorità apostolica a noi concessa in questa circostanza.
Ammoniamo e imponiamo inoltre perentoriamente, con la nostra canonica autorità, che l'abate, la comunità del monastero di Casanova, frate Giovanni di Offeno che si dice abate del monastero di San Giovanni e la sua comunità dell'ordine Cistercense, che in virtù dell'incorporazione ed unione sono riconosciuti tali dall'abate di Casanova e dalla sua comunità, liberamente e con buona pace restituiscano a noi il detto monastero di San Giovanni in Lamis coi suoi castelli, villaggi, ville, beni, privilegi e frutti fin qui percepiti, sia che credano debba esserci consegnato, in nome del nostro pontefice e della Chiesa romana, entro un mese dalla presente sentenza e ingiunzione, sia che credano di doverlo consegnare appena possibile.
Non adempiendo, pronunciamo sentenza di scomunica nei riguardi dell'abate di Casanova e di frate Giovanni di Offeno, e sentenza di interdetto nei riguardi delle suddette comunità, con questo pubblico atto, gravato delle spese di legge da noi sostenute, la cui entità ci riserviamo di notificare con altro in seguito, con la sentenza di condanna.
Redatta, letta e pubblicata è stata la presente sentenza dal suddetto arcidiacono nel palazzo della chiesa di San Giorgio Maggiore in Napoli, a tribunale riunito, presenti come testimoni il venerabile frate Bertrando abate del monastero di San Benedetto di Salerno, frate Ponzio Bertinelli, dal monastero di Sant'Andrea della diocesi di Avignone, don Gerardo de Vitrinis arcidiacono di Troia, maestro Pietro de Brixia canonico di Pergamo. Il giorno 20 luglio di mia mano, in qualità di giudice’ (d. 56).

Invalidati quindi i motivi giustificativi di quanto era stato disposto con la bolla clementina del 20 febbraio 1311, estorta ‘con inganni’, resa nulla l'incorporazione a Casanova, dal 20 febbraio 1320 il monastero col suoi beni passava ‘immediate’ alla Chiesa romana che si accingeva a una confusa gestione diretta della baronia. Essa, poi, a un tempo, poteva ritenere l'intero Regno quale suo Stato vassallo, e il re a sua volta si poteva ritenere sovrano di quel feudo amministrato direttamente dal papa.
Intanto il 27 maggio 1321 da Avignone Giovanni XXII ordina alla società degli Acciaioli di Firenze di restituire alla Camera apostolica la somma di cento once ‘d'oro in argento’ e di sessanta once d'oro puro, cauzione versata in deposito dall'abate Giovanni da Modena, tenuto in cattività dai cistercensi. Il 17 giugno 1321, sempre da Avignone, il papa dichiara di aver incamerata la somma suddetta (dd. 62-63).