I. Pressioni varie e una discutibile inchiesta.

Feudo dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Feudo dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Sono intanto trascorsi tre anni dall'incontro a Ripalta del decano Mattiotto con l'abate Giacomo di S. Maria di Casanova in quel di Penne (Pescara). L'imperfezione dell'atto (d. 35) per una comune petizione al papa con la firma di un assente (l'abate Giovanni della nostra badia) e quella mancante di un presente pur essendosi costituito (l'abate Giacomo), induce a credere a un'aria di clandestinità voluta forse dallo stesso Mattiotto, consapevole dell'avversione a tale iniziativa di una parte dei monaci. Il decano non disarma e persegue imperterrito il suo scopo.
Nel giugno del 1310 i due abati inoltrano ufficialmente una comune petizione al papa Clemente V in Avignone. La richiesta propone di unire e incorporare il monastero di S. Giovanni in Lamis a quello di Santa Maria di Casanova. Ben noti oramai ci sono i motivi addotti e spiegati anche al papa: la ‘usurpatrix malignorum presumptio’. Il monastero, scrive il papa a Consiglio arcivescovo di Conza e a Giovanni vescovo di Civitate, ‘solito fin qui ad essere fiorente di beni spirituali e abbondare di beni materiali, da alcuni nobili e potenti della circostante regione, che non temono di incorrere nell'ira tremenda del Giudice divino, è stato non poco predato nei suoi beni e diritti, e l'abate e il convento dagli stessi sono oberati di danni cosi gravi e fatti oggetto di offese, ingiurie e spoliazioni così assidue che il monastero, in cui era solito in passato risiedere gran numero di monaci, si è ridotto ad appena cinque monaci, né v'è fondata speranza di ordinarvene altri per gli assalti degli stessi malvagi. Poiché sperano che il monastero può saldamente riprendersi col recupero dei predetti beni e la salvaguardia dei superstiti diritti, oltre che difendersi dall'insolenza dei predetti ad opera dei nostri diletti figli abate e convento del monastero di Casanova, dell'ordine Cistercense della diocesi di Penne, i quali in quei luoghi sono molto potenti sia per abbondanza di monaci e conversi che per beni secolari e altri privilegi, l'abate e il convento ci hanno pertanto umilmente supplicato perché ci degnassimo di incorporare con sollecitudine all'ordine Cistercense il suddetto monastero di San Giovanni coi casali, le proprietà e tutti gli altri beni, diritti e pertinenze, e di unirlo al monastero di Casanova’ (d. 39).
Torre restaurata dell'Abazia di Casanova.
Torre restaurata dell'Abazia di Casanova.
Si desume, ma c’è da dubitarne, che a S. Giovanni in Lamis vi fossero appena cinque monaci mentre Casanova fioriva e abbondava per una moltitudine di monaci e conversi (dicunt: cinquecento) e per una grande estensione di tenimenti tali da raggiungere la Capitanata, per cui l'unione si rendeva a un tempo ‘utile e necessaria’.
Ma ahimè, anche la prosperità di Casanova durerà ancora per meno di un ventennio: l'uno e l'altro monastero saranno ridotti egualmente a baronie affidate ad abati commendatari per disposizione di Giovanni XXII.
Per suo conto e per più fondati elementi conoscitivi, Clemente V ordina, il 15 giugno 1310, a Consiglio, arcivescovo di Conza e a Giovanni, vescovo di Civitate, di indagare circa la petizione presentata dai due abati.
Non sappiamo se l'arcivescovo di Conza abbia declinato l'incarico o se abbia inviato al papa un qualsiasi suo rapporto di inquirente. Per suo conto, a inchiesta compiuta, nella relazione del 15 settembre 1310, il vescovo di Civitate espone al pontefice le ragioni per cui ha comunque condotto a termine il mandato ricevuto. Egli riporta i sei quesiti di un questionario da lui sottoposto a persone responsabili del convento e dei casali di S. Giovanni Rotondo, di S. Marco in Lamis e di Fazioli, tutte convocate e interrogate nella badia di S. Giovanni in Lamis nei giorni 5, 6 e 7 settembre.
Cosi il vescovo al papa:

Antica veduta di Civitella Casanova.
Antica veduta di Civitella Casanova.
Desideroso di dare esecuzione al suddetto mandato con diligenza, scrupolo e attenzione, io, vescovo di Civitate, sebbene potessi, a norma del predetto incarico, procedere da solo nell'indagine, ho fatto tuttavia convocare il reverendo padre in Cristo frate Consiglio, arcivescovo di Conza, perché senza indugio, egli con me ed io con lui, dessimo piena esecuzione al vostro incarico. Essendomi stato detto però che l'arcivescovo era lontano dalla sua Chiesa, diocesi e provincia, per insistente richesta del venerabile frate Giovanni, abate del monastero di San Giovanni in Lamis, mi sono personalmente recato al suddetto monastero ed ho portato con me Giovanni de Affrieto da Benevento, pubblico notaio, per trascrivere fedelmente tutti gli atti dell'inchiesta, e maestro Giovanni da San Severo, chierico della diocesi di Civitate, come esperto di diritto. Costituita cosi, come da vostro incarico la sezione inquirente, per provvedere all'inchiesta, secondo gli intendimenti appresso indicati, ho proceduto nell'indagine come segue.
Un monaco cistercense in una vecchia stampa ottocentesca.
Un monaco cistercense in una vecchia stampa ottocentesca.
Gli argomenti sui quali è stata condotta l'inchiesta da me, Giovanni vescovo di Civitate, sono i seguenti:
1) si dichiara e attesta che in passato il monastero di San Giovanni è stato fiorente di beni spirituali, con una costante presenza di più di dodici monaci e che è stato anche fiorente di beni materiali;
2) si attesta che molti nobili e potenti vicini del monastero e dei casali, senza alcun rispetto di Dio, hanno usurpato non pochi beni del detto monastero ed offeso con soprusi e insulti l'abate e il convento, sì che il monastero di San Giovanni, ove in passato era gran numero di monaci, si è ridotto ad avere cinque monaci soltanto;
3) si attesta che non si può, per la mancanza di monaci dello stesso ordine, rifondare il monastero con monaci delle regioni vicine, né v'è speranza verosimile di ordinarne altri;
4) si attesta che il monastero di Casanova, dell'ordine Cistercense, della diocesi di Penne, abbonda tanto di monaci e conversi che di ricchezze e altri beni posseduti nelle regioni vicine;
5) si attesta che dalla potenza e ricchezza del monastero di Casanova quello di San Giovanni può essere riformato e difeso dai soprusi dei potenti, se si provvede all'unione e incorporazione;
6) si attesta infine che, considerate le circostanze, l'unione e incorporazione giova al detto monastero di San Giovanni ed è non solo utile farla, ma anche necessario’ (d. 40).
Nei tre giorni di permanenza nella badia, il vescovo interroga in ordine successivo di gerarchla e di anzianità i monaci, ispeziona i dormitori e i locali, e infine ascolta i convocati dei predetti casali. Giova qui, ad memoriam rei, trascrivere i nomi di tutti quelli chiamati a deporre: è uno squarcio significativo della vita di quel tempo; anche perché emerge il nome di un frate minore che conferma la presenza francescana sulla Via Sacra a qualche decennio dal loro recente insediamento, come si è appreso dal convegno tenutosi nell'ottobre del 1980.

Questa la lista dei nomi con la qualifica a cui si aggiunge qualche particolare rilievo:

  1. della badia di S. Giovanni in Lamis: Giovanni, abate da ventisette anni; il decano Mattiotto, monaco del monastero da più di trent'anni; il sacerdote Guglielmo anch'egli monaco del monastero da oltre trent'anni; il diacono Tommaso anch'egli monaco da venti anni; il suddiacono Nicola monaco da oltre dodici anni; il sacerdote Andrea, residente nel monastero da un anno;
  2. di San Giovanni Rotondo: il francescano Frate Gerardo da Guglionesi ‘deputatus in loco minorum’; il diacono Onofrio, chierico di Santa Maria, frequentatore assiduo del monastero; il suddiacono Guglielmo, chierico di Santa Maria, ‘familiare dell'abate Giovanni e frequentatore dello stesso monastero della 'provincia' sipontina’;
  3. di San Marco in Lamis: Filippo, cappellano della chiesa di San Marco; il baiulo Goffredo de Russo; il giudice Simone de Maiori;
  4. di Fazioli: Angelo, da oltre dieci anni cappellano della chiesa di San Nicola; Radolfino da Parma ‘camerario e familiare dell'abate da venticinque anni’ e quindi conoscitore diretto della storia e delle moleste vicende dell'ultimo decennio, dovute a magnati e prepotenti; il baiulo Pietro, detto Corvo; il giudice Nicola, in qualità di cittadino del Casale e vassallo del monastero; e infine Urso di Altamura, anch'egli cittadino del casale e vassallo del monastero.

Interno della torre dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Interno della torre dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Il martedì, 8 settembre, il vescovo, col suo seguito, si recava in devota peregrinazione alla grotta dell'Angelo per poi scendere a Manfredonia. In queste due località egli ha avuto modo di interrogare ‘parecchi uomini degni di fede’ i quali (mancano purtroppo i nomi) gli hanno confermato quanto gli era già stato riferito dai testimoni convocati nella badia.
Dalle deposizioni lette e rilette si ricavano sintenticamente questi tristi raffronti. Nel giro di oltre un decennio i monaci da circa una quindicina si riducevano all'esiguo numero di cinque (in verità, sei con l'abate). Non era poi il caso di riformare l'ordine interno della vita religiosa del monastero per la penuria di vocazioni e l'indisponibilità di frati già richiesti in ausilio a monasteri della regione. Date le continue prepotenze e usurpazioni subite, il patrimonio della badia si era non poco ridotto; anzi era divenuto quasi inconsistente, mentre prima era solito fiorire nelle cose spirituali e abbondare per beni materiali. Poiché i frati erano discordi sul da farsi, il dissenso spesso esplodeva in violenza, per cui alcuni se ne erano fuggiti, altri erano venuti meno per morte naturale, altri ‘se ad invicem occiderunt’ (così depone l'abate Giovanni), ‘se ad invicem trucidarunt’ (Mattiotto), ‘aliqui infer se occiderunt’ (Radolfino da Parma). Nel complesso questo ultimo afferma che, di dodici frati, sette furono quelli che per varie ragioni vennero meno e cinque i superstiti. Comune è la proposta di aggregare la badia di San Giovanni in Lamis a quella di Casanova che a quel tempo era ritenuta prospera e potente per l'abbondanza dei beni e la presenza di ben cinquecento monaci e conversi: l'unione e l'incorporazione alla badia di Casanova era ritenuta pertanto ansiosamente urgente: ‘non solo utile, ma necessaria’.
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Evidente l'iperbole a contrasto: cinque i monaci a San Giovanni in Lamis e ben cinquecento a Casanova: l'esagerazione nel minimo e nel massimo sembra un modo di dire approssimato e puramente intenzionale. Anche su questo schematico questionario e sulla quasi uniformità delle deposizioni c'è da avanzare qualche dubbio, al quale infatti si appiglierà dieci anni dopo il nunzio apostolico Balaeto nell'istruzione del suo processo. In verità permane il sospetto di qualche cosa di precostituito: di chi, preistruito, recita i versetti di un catechismo mandato a memoria.
Occorre qui tornare agli accennati reciproci soprusi e usurpazioni da parte laica ed ecclesiastica.
In merito, si trascrive per la sua particolare significazione una parte della deposizione fatta dal camerario Radolfino da Parma: ‘Interrogato sull'identità di questi nobili e potenti e sui luoghi ove il monastero ha subito spoliazioni, ha affermato che la regina o, per essa, i suoi rappresentanti che risiedono in Motta Candelaro hanno occupato una certa parte del tenimento o territorio del monastero sito nei dintorni del casale Fazioli; il signor principe di Taranto inoltre o, per esso, i suoi rappresentanti nella contrada di San Quirico, hanno ugualmente occupato una parte del tenimento del monastero, che è nei pressi del detto casale Fazioli; pure i frati dell'ordine dei Teutoni, che risiedono in Varano, hanno occupato una parte del tenimento vicino al casale Fazioli; inoltre il signor Carlo da Raiano, un tempo signore di Rignano, e i suoi rappresentanti in Rignano, hanno occupato una parte del tenimento del monastero nei pressi del casale di San Marco, pure del monastero, e i suoi eredi l'occupano tuttora; ancora, il fu Estandardo e i suoi rappresentanti in Casalnuovo hanno occupato una parte del tenimento di un casale in rovina, pure del monastero, detto Salsola e una altra parte del tenimento presso il casale di Sala, pure esso del monastero e in rovina, che gli eredi occupano ancora oggi; inoltre Giovanni da Sura e i suoi rappresentanti in Sant'Eleuterio ugualmente occupano terre presso il detto casale di Sala, insieme ad altri nobili potenti dei dintorni del monastero’ (d. 40).
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova.
È da rilevare per incidenza la singolarità di una situazione: il feudo badiale, come si sa, fa parte del dotalizio dell'Honor Montis Sancti Angeli. Carlo I d'Angiò seppe benissimo valutare il grande valore dell’Honor e con disinvolta indistinzione vi comprese la contea di Lesina. Per tale motivo credette opportuno che esso fosse appannaggio del figlio primogenito. Così esso non fu più serto privilegiato delle regine di Sicilia. C'è da pensare fondatamente a un conflitto o a interferenze di diritti fra la regina madre Maria e il figlio Roberto in cui si inserisce il principe Filippo di Taranto, oppure a un semplice ‘lasciar fare’ dell'imbelle re Roberto?
Per quanto riguarda la parte ecclesiastica, avendo presente anche Casanova, torniamo per un attimo ai registri angioini.
‘Non meno turbolenti e rapinatori sono i monaci di Montecassino che infestano Terra di Lavoro. Sempre nel 1318, l'abbate di San Vincenzo al Volturno racconta al re che i suoi monaci, imprigionati per gravi delitti, se ne fuggono, con l'aiuto di parenti e di amici, e si danno al brigantaggio. Egualmente detestabili sono alcuni monaci del monastero cistercense di Casanova, che in provincia d'Aquila usurpano beni, tradiscono il loro ministero e sconciamente vivono(Nota 21).
Con i Benedettini e i Cistercensi certi francescani non sono da meno:
‘In Puglia, per esempio, i frati minori sono in crisi terribile: moltissimi di loro abbandonano i conventi, si danno alla campagna ed al vizio e, 'sotto la protezione dei nobili della contrada', costituiscono uno scandalo permanente ed un pericolo gravissimo per l'ordine pubblico’ (Nota 22).
Come si vede, alle molestie e usurpazioni dei nobili e signorotti locali, alle prepotenze non minori di membri della famiglia reale, è da aggiungere, e non è senza dubbio da escludere, la pressione incalzante, profìttatrice e prepotente dei cistercensi di Casanova, cui seguirà il colpo di spugna dei papi avignonesi.