III. L'abate Giovanni da Modena: il suo duplice comportamento e la reazione dei benedettini neri all'incorporazione.

Monaca benedettina in una stampa dell'Ottocento.
Monaca benedettina in una stampa dell'Ottocento.
L'unione dei benedettini neri di S. Giovanni in Lamis con i cistercensi (benedettini bianchi) e con la relativa incorporazione della badia in quella di Casanova non dovette certamente svolgersi secondo i desideri e le intenzioni dei promotori. Prodromi di evidente inquietudine, di malcontento, di contrasto, di reazione e di resistenza si verifìcarono ben presto. Si è accennato al ritardo del giuramento dei vassalli, ma ancor prima, come è stato affermato, la presa di possesso si sarebbe risolta non in una semplice e pacifica unione e incorporazione ma in una vera e propria occupazione prepotente e violenta ‘cum magna multitudine hominum armatorum’ (d. 55). Non si ha più però nessuna traccia del decano Mattiotto, ritenuto complice dell'abate di Casanova e promotore della riunione di Ripalta del 1307: se morto o soppresso, oppure fuggiasco per sottrarsi all'ostilità dei monaci di S. Giovanni in Lamis non c'è dato sapere. Risulta comunque eliminato dalle torbide vicende di quegli anni, durante l'occupazione e all'indomani dell'incorporazione. Dalle carte del lungo processo intentato dal nunzio apostolico Guglielmo di Balaeto non affiora mai il suo nome, all'infuori di questo accenno alla fine della sentenza; ‘Risulta accertato che l'abate del monastero di Casanova, con promesse ed illeciti patteggiamenti, ha indotto, o piuttosto sedotto, l'abate del monastero di S. Giovanni, con la complicità del decano [Mattiotto] e all'insaputa di tutti gli altri frati a supplicare il ricordato papa Clemente perché incorporasse e unisse il monastero come se andasse in rovina, sebbene la verità fosse diversa’ (d. 56).
Resti dell'Abbazia di Ripalta da Beltramelli (1905).
Resti dell'Abbazia di Ripalta da Beltramelli (1905).
Uscito di scena, dunque, il decano Mattiotto, si fa innanzi finalmente la figura di Giovanni da Modena, abate di S. Giovanni in Lamis. Questi, come sappiamo, risulta a capo della badia da circa un trentennio. Molte le sue concessioni in locazione e le vendite a cui è stato variamente costretto o indotto. Nella riunione di Ripalta del 1307 risulta paradossalmente assente e presente: assente per aver concesso la sua procura al decano Mattiotto, presente con una firma certamente falsa. Inoltre, prima del 15 giugno 1310 (d. 37), di intesa con l'abate di Casanova avanza una petizione ufficiale a Clemente V per l'unione ed incorporazione della badia. E, finalmente, nel settembre dello stesso anno durante l'inchiesta condotta dal vescovo di Civitate, depone con desideri conformi al suo decano e all'abate di Casanova.
Senonché, nell'immissione dei cistercensi nel convento di S. Giovanni, avvenuto certamente non senza contrasti, lo troviamo già dalla parte ostile all'unione, per cui ‘fu catturato e tenuto in ceppi’ per lungo tempo.
Cosa pensare del comportamento di questo abate? Fu egli un imbelle, un inetto, un ‘sedotto’, si direbbe oggi un plagiato, un succube del suo decano o, semplicemente, un illuso e deluso da promesse non mantenute o, piuttosto, un intimo senso di ribellione della sua coscienza lo fece una buona volta passare dalla parte di quei monaci del luogo che intendevano assolutamente conservare la propria identità di religiosi e, comunque, difendere la autonomia della loro badia?
Pare certo che le sue oscillazioni, come sempre avviene per ogni dirigente inerte o amletico, hanno avuto la loro parte nel crollo degli avvenimenti.
La sua carcerazione o situazione coatta deve essersi protratta per oltre un lustro. Soltanto nel 1316 (d. 48) l'abate di Casanova, in seguito alla richiesta del nostro abate, fatta dal suo procuratore Ruggero di Ortona canonico di Teramo, con la relativa dichiarazione di non volersi trasferire a Casanova, si decide di eseguire il mandato di Clemente V, secondo il quale si ordinava, tra le altre cose, di provvedere in modo congruo al sostentamento dell'abate e dei monaci del monastero di S. Giovanni in Lamis.
L'Abbazia di Ripalta nel 1905 da Beltramelli.
L'Abbazia di Ripalta nel 1905 da Beltramelli.
Un'insinuazione dello scrivente: si ricorderà che nel dicembre del 1311 (d. 44) l'abate Giacomo de Valle di Casanova nomina abate della nostra badia Giovanni di Ofena; ci sarà stata una reazione psicologica di Giovanni da Modena per essere stato così esautorato e sostituito. La validità di questa congettura potrebbe essere confermata dalla persistenza del nostro abate nella sua avversione ai cistercensi di Casanova. Fatto è che ad evitare una sua fuga dal convento o un suo possibile ricorso ad Avignone, l'abate di Casanova ricorse a un vero ricatto: costrinse Giovanni da Modena, ‘captum sive arrestatum contra sui voluntatem’ detenuto, ‘sub certa pena et specialiter sub pena’ a depositare, a mezzo dello stesso Giacomo, presso la succursale della società degli Acciaioli in Barletta la somma di cento once d'oro (d. 55).
Tuttavia solo nel 1316 (d. 48) l'abate di Casanova e i suoi monaci ‘desiderosi di adempiere compiutamente al mandato della Sede apostolica (del 1311), al quale si inchinavano umilmente e devotamente, attenti e sollecitamente riguardosi alla qualità, alla condizione, allo stato, all'indigenza e alla opportunità dell'abate di S. Giovanni e della sua famiglia, provvidero con senso di misura e di comune accordo deliberarono’ di assegnare una provvisione annua di cinquanta once d'argento.
Una copia notarile di tale deliberazione redatta in Benevento, non si sa a richiesta di chi, per quale motivo o anche se per semplice premunizione, reca la data del 15 aprile 1318.
Ancora nel 1320 si ignora dove egli sia e appena si suppone che possa essere vivo: scompare quindi dalla scena durante il grosso processo intentato dal nunzio apostolico.