Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
Nella sezione Storia>>Panfilo Gentile è da scaricare il libro completo, diviso in 9 capitoli, Polemica contro il mio tempo
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XIII. 1378-1578.
Due date, che con la loro precisa coincidenza a distanza di due secoli, appaiono sorprendenti, e, si vorrebbe dire, fatidiche. La prima segna la fine ormai inesorabile della badia, la seconda il mirabile inizo del convento francescano.
Nel 1378 c'è la premessa storica, in vero, dell'inizio della fine, di un tramonto definitivo o, meglio, di un consequenziale travolgimento, di contraccolpi diretti in rapporto a quanto avveniva a Roma, ad Avignone, in Italia e in Europa. In quest'anno, Urbano VI, l'8 aprile, saliva al soglio pontificio, finalmente in Roma, e a Fondi il 20 settembre saliva all'anti-soglio pontificio Clemente VII (‘questo infame onore toccò al zoppo Roberto Cardinale di Ginevra’, Muratori). Si tratta comunque di elezioni dovute a ‘motivi politici ma non cristiani’, di due personalità di forte, volitivo carattere, fornite di una eguale carica di energia esplosiva.

Papa Urbano VI in un dipinto cinquecentesco di Francesco Casolani.
Papa Urbano VI in un dipinto cinquecentesco di Francesco Casolani.
‘Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella Chiesa del deplorabile scisma, che accadde. Attendeva il Pontefice Gregorio XI a risarcir le Chiese di Roma divenute nido di gufi, perché abbandonate per più di settanta anni da' Cardinali, che immersi nelle delizie di Provenza niun pensiero si metteano de' loro titoli, e tutto lasciavano andare in rovina’. Urbano VI ‘era in concetto di menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la Religione; ma non abbondava di prudenza, perché l'alterigia, e 'l credere troppo a se stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono, ch'egli possedea gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se non la superficie, o almeno scomparvero tutte, da che fu salito al Pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne' Romani Pontefici, per non dire di più - in vece di guadagnarsi almeno sui i principj l'affetto de' Cardinali, e di lavorare a poco a poco la riforma della Corte Pontificia, che veramente gran bisogno avea di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que' Porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia, i conviti, ad esigere la residenza de' Vescovi, ed a minacciar varie novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo, chi era usato alla libertà, ed anche al libertinaggio’. Senonché, costretto a difendere il trono dalla lotta scatenata dai nemici e dagli stessi suoi maneggi politici, papa Urbano ‘trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne... non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa Romana, e delle altre ancora. Perciò riservò a se stesso le rendite di tutt'i Benefizi vacanti; vendè a' Cittadini Romani assaissimi stabili, e diritti delle Chiese e de' Monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini d'oro. Passando anche più innanzi, a misura de' bisogni vendè poscia, o convertì in moneta infino i Calici di oro e di argento, le Croci, le Immagini de' Santi e gli altri mobili preziosi di esse Chiese. Diede in oltre [nel dì 30 di Maggio di quest'anno] facoltà a due Cardinali di impegnare, o alienare i beni mobili e immobili delle altre Chiese, ancorché contraddicessero i Prelati, i Capitoli, ed i Titolari de' Benefizi. Poco meno faceva in Francia l'Antipapa Clemente. Tutto era bene impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognun tenea per consigliera anche l'ambizione’.
‘E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi Vescovadi e Benefizi: dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. Ed i Grandi, secondoché l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi de' due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito; e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le Chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina Ecclesiastica tanto ne' Secolari che ne' Regolari’.

Così il Muratori (Annali 1378 e segg.) nel descrivere carattere, fatti o misfatti del papa e dell'antipapa.
XIV. Roberto di Ginevra: antipapa Clemente VII.
Giovanna d'Angiò.Già nel 1375 papa Gregorio XI, per averla vinta nella guerra degli Otto Santi, ‘lanciava l'interdetto su Firenze, provvide ad assoldare milizie mercenarie in Francia’ e ‘mise alla loro testa un legato che era, certo, un chierico, ma per vocazione piuttosto un capo militare, il cardinale Roberto. In Cesena dove ‘aveva messa la sua residenza il sanguinario Cardinal di Genevra Roberto’ [Nota 28 - Manca nel testo originale, ndwebmaster], dal popolo in rivolta erano stati trucidati dei soldati mercenari brettoni, per la loro eccessiva prepotenza. Il Cardinale, al cui seguito erano i brettoni ammazzati, avendo richiamato le truppe inglesi da Faenza e aiutato dal condottiero Alberico di Barbiano, per vendetta ordinò una feroce repressione. ‘Non vi fu allora crudeltà, che non commettessero i vincitori; fecero uno universal macello di quanti vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli, religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun Monistero di sacre Vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco. Chiese e case. Fu creduto, che circa quattro mila persone rimanessero vittima del barbarico furore’ (Nota 29).

Nel 1378 dunque ‘si ebbe così il triste spettacolo di due pontefici che cominciarono a scomunicarsi a vicenda e dietro i quali si vennero disponendo, in obbedienze opposte, i vari stati europei, non tanto in base a motivi di natura spirituale e religiosa, quanto di opportunità e convenienza politica’ (R. Manselli) ed economica.

Il Condottiero Alberico da Barbiano.
Il Condottiero Alberico da Barbiano.
Parteggiarono per Urbano VI quasi tutti gli Stati europei e quelli italiani; mentre per Clemente VII, com'era ovvio attendersi, i franco-angioini e naturalmente Giovanna, regina del Regno di Sicilia: si dice questo per la facoltà o libertà di locazione e di vendita che Clemente VII, eletto a Fondi, si arrogò nei riguardi dei beni della badia di S. Giovanni in Lamis (d. 99).
Quindi, sull'esempio di Urbano VI, e come già rilevava il Muratori, ‘poco meno faceva’ dalla Francia Clemente VII. E come Urbano VI aveva affidato a due suoi cardinali la ‘facoltà di impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle Chiese’, egualmente provvedeva Clemente VII da Fondi, da Napoli e da Avignone. Lasciato, però, precipitosamente il regno, su consiglio affannoso della regina Giovanna che temeva ‘anche di se stessa’ per la sollevazione del popolo napoletano contro l'antipapa, prima di imbarcarsi per Marsiglia, dove approdò fortunosamente, ebbe premura di lasciare in Italia ‘due cardinali’ al fine di ‘accudire ai suoi interessi’.
È tempo quindi di riferire succintamente, sulla base di una documentazione inedita, dell'operato di Clemente VII, nei riguardi di quella che fu la badia di S. Giovanni in Lamis.
Da Fondi, il 5 gennaio 1379, ‘Clemente VII [antipapa] concede a Bertrando Raffin, chierico della Camera apostolica, la facoltà di alienare sotto qualsiasi forma o di vendere a favore della Chiesa romana i possedimenti e le pertinenze ad essa spettanti, nonché le chiese e i monasteri il cui valore sia inferiore alle cento once d'oro, al fine di difendere tutti i suddetti beni dalle rapine e dai danni perpetrati dai nemici della Chiesa romana’ (d. 99).
Non diversamente quindi dal decano Mattiotto, nel 1307 in gara con gli angioini, spadroneggianti ormai in Capitanata; da Giovanni XXII col suo programma interessatamente revisionistico nel 1318 e in contrasto vincente coi cistercensi di Casanova nel 1320; l'animoso e intraprendente Roberto di Ginevra, eletto papa in Fondi, si affretta a porsi in concorrenza parallela con Urbano VI nella liquidazione di beni e di feudi, ecclesiastici o meno. Nel Regno di Sicilia però, per la vendita dei beni della badia di S. Giovanni in Lamis, Clemente VII ha dalla sua parte la ‘legale’ condiscendenza dell'alleata regina Giovanna.
Il convento di S. Matteo a San Marco in Lamis in una foto dei primi anni del '900.
Il convento di S. Matteo a San Marco in Lamis in una foto dei primi anni del '900.
Pertanto Bertrando Raffin, vescovo eletto di Rodez, in seguito al predetto mandato, in Napoli, il 26 gennaio 1379 (d. 100), stipula un regolare contratto di vendita del casale Fazioli del monastero di S. Giovanni in Lamis, insieme con tutti i diritti e le pertinenze connessi, per 4.000 fiorini d'oro in favore dei nobili fratelli Cubello e Florio de Florio da Manfredonia già locatari dello stesso casale. Il 23 marzo (d. 101) da Fondi, Clemente VII conferma tale vendita compiuta da Bertrando Raffìn, e il 30 marzo (d. 102) ne informa l'abate e il convento di S. Giovanni in Lamis.
L'atto di vendita, e quindi di vera e propria alienazione definitiva del casale Fazioli coi suoi tenimenti, può destare particolare interesse per un'eloquente premessa, fatta includere dal nunzio apostolico Bertrando Raffin, che si vorrebbe dire gratuita o per lo meno superflua in uno strumento notarile: vi è una dichiarazione di squallida miseria a cui si è ridotta la Curia e un'altra esplicitamente ideologica riferita alla ‘rovinosa calamità’ dello scisma. Parrebbe un guizzo di scrupolo che condizionerebbe questa ‘forzata’ e precipitosa alienazione di un bene badiale. Rispecchia comunque essa il particolare clima drammatico instauratosi nell'ambito della Chiesa e quella conturbante temperie determinatasi al vertice di essa dalla rivalità di due potenti ed energici avversari. Per uno sguardo più attento e diretto si riporta il brano che interessa:

Castel dell'Ovo a Napoli in una stampa ottocentesca.
Castel dell'Ovo a Napoli in una stampa ottocentesca.
‘Il giorno 26 gennaio [1379] seconda indizione (cioè del papa Clemente VII), in Castel dell'Ovo presso Napoli, noi Blasio Mordente de Dono, giudice preposto ai contratti nelle province di Terra di Lavoro, nella contea di Malio, nei principati di qua e di là delle terre di Montorio di Basilicata e Terra di Bari, Petrillo di Americo da Napoli, pubblico notaio per regale autorità in tutto il regno di Sicilia, e sottoscritti testi, per l'occasione singolarmente convocati e richiesti, rendiamo noto col presente pubblico atto e attestiamo che nel suddetto giorno siamo stati citati noi, giudice, notaio e testi, nel detto Castel dell'Ovo alla presenza del reverendo padre in Cristo don Bertrando Raffin, già arcidiacono di Rippacursia nella chiesa di Ilerda, vescovo della nostra camera apostolica eletto, come attesta, alla chiesa maggiore di Rodez, commissario e nunzio apostolico per ognuno e per tutti gli atti sottoscritti, come a noi consta dalla allegata bolla apostolica. La nostra presenza è stata espressamente richiesta tanto da parte del detto don Bertrando, quanto dal nobile Florio de Florio da Manfredonia, già reginalis fructuarii prepositum, e ci siamo riuniti in una sala del detto Castel dell'Ovo in presenza di don Bertrando; è presente anche il detto Florio, sia in rappresentanza dei propri interessi che come parente o procuratore o rappresentante, come afferma, del nobile suo fratello Cubello de Florio da Manfredonia per trattare, avviare, mediare e perfezionare il sottoscritto contratto di censuazione e ogni altra cosa che segue.
Lo stesso don Bertrando dinanzi a noi, mentre era presente e ascoltava il suddetto Florio, anche in rappresentanza dei sopra citati, ha affermato che la Camera apostolica si è di recente trovata in difficoltà per estrema scarsità di denaro e che la causa della santa romana madre Chiesa è agitata dagli eventi di una rovinosa calamità, soprattutto perché non pochi figli della malvagità si adoperano per introdurre, non senza grave scandalo e prevaricazione di molti, nella suddetta Chiesa romana, che è madre benefica della fede ortodossa, un'eretica divisione del cattolicesimo. Dei temerari hanno anche osato occupare chiese, provincie, terre, castelli, città e altro della Chiesa e Sede apostolica, strappando con scisma e false suggestioni gli agnelli del Signore dalle mammelle del Sommo pastore, si che il nostro santissimo padre in Cristo e clementissimo Signor nostro Clemente VII, per grazia della divina Provvidenza pontefice, preoccupato, secondo il suo pastorale e fraterno costume, del gregge a lui affidato e delle condizioni della Chiesa, ha cercato di soccorrere premurosamente, per vie opportune ed idonee, con efficaci interventi e disposizioni, i suoi viandanti e la Chiesa; ed ha posto riparo con adeguati rimedi, fra tante calamità e sovrastanti pericoli, alle turbate condizioni della Chiesa, alla religione, alla rovina degli uomini, allo scisma e al danno arrecato alla fede, dal momento che nessun'altra speranza v'era per il Signore nostro da aspettarsi dalle sostanze della Camera apostolica, ormai totalmente esausta, né, tentate tutte le vie d'uscita, si offriva alcun altro rimedio.
Ha provveduto dunque il signor nostro papa Clemente, per consiglio dei vescovi reverendissimi in Cristo e dei signori nostri cardinali della santa romana Chiesa, a far fronte alle suddette necessità determinatesi nel regno di Sicilia e a trovare dappertutto denaro con concessioni, vendite, alienazioni e con la cessione in enfiteusi o con la censuazione annua, perpetua o a tempo di città, ville, castelli, rocche e di altri luoghi, oltre che di affitti, rendite e proventi di case di religiosi, anche abitate da privati, e appartenenti sia alla Chiesa romana che a qualsivoglia altra chiesa, prelato o rettore di qualsivoglia comunità, sia secolare che regolare, esenti o non esenti da gravami, a patto che dei redditi o annui proventi di una sola chiesa o monastero non si alienasse, trasferisse o cedesse, sia in enfiteusi che in censo o in altra forma, un reddito superiore al valore annuo di cento once d'oro...‘. (d. 100).

Chiesa del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Chiesa del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Si rileverà facilmente l'intreccio tra la preoccupazione di Roberto di Ginevra di ‘trovare dappertutto danaro’ nel regno di Sicilia e l'altra untuosa preoccupazione di coperture per la fede di quegli ‘agnelli del Signore’ allontanati per via dello scisma da quelle ‘mammelle’ alle quali egli per primo materialmente attinge.
Infine, sette anni dopo, da Avignone, il 25 aprile 1386, Clemente VII concede di bel nuovo in feudo al milite capritanese, Nicola Artuère, lo stesso casale Fazioli, insieme con tutti i beni e pertinenze, con ‘la facoltà di provvedere agli abitanti del detto casale, di esercitare la giustizia e di governare secondo le disposizioni della Sede apostolica, e lo invita a prestare il dovuto giuramento di fedeltà nelle mani del suo camerario Francesco vescovo di Grenoble’ (d. 103).
Nel documento si rileva l'insistenza col richiamo alla sempre appetita ‘abbacialem mensam Sancti Iohannis in Lamis’ sia pure per un annuo censo di sei fiorini d'oro: ‘Ut in proxima precedenti usque inducti castrum seu casale Faczuli ad abbacialem mensam Sancti Iohannis in Lamis ordinis sancti Benedicti Sipontine diocesis pertinens atque spectans cum districtu, territoriis et iuribus, hominibus, homagiis et vassallis, fidelitatibus quoque potestatibus, servitutibus predicti castri, nec non terris, pratis, pascuis, nemoribus, molendinis, aquis aquarumque decursibus, possessionibus, emolumentis, introitibus, fructibus, redditibus, proventibus, exitibus, sensibus quoque et aliis omnibus et singulis iuribus et pertinentiis ac dependenciis universis, que mensa predicta ibidem habet et que sunt de, in et supra castro prefato ac districtus eiusdem racione mense predicte percipi consueta et que ad mensam predictam pertinere de iure et antiqua consuetudine dinoscuntur’ (d. 103).

XV. Fuoco sotto la cenere e baronia sempre appetita.

Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis, già Abbazia di S. Giovanni in Lamis.
Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis, già Abbazia di S. Giovanni in Lamis.
È interessante rilevare che la formula designativa ‘conventus monasterii Sancti Iohannis in Lamis Cisterciensis ordinis Sipontine diocesis’, preliminare nelle lettere papali e in corso dal 1311 al 1371, è eliminata da Clemente VII il quale ripristina quella precedente all'unione della badia a Casanova in uso dalle origini fino al 1311: ‘Monasterii Sancti Iohannis in Lamis ordinis sancti Benedicti dicte diocesis’.
Agli inizi del Quattrocento, tracce della presenza dei benedettini neri (forse ormai prevalenti su quelli cirstercensi), si potrebbero desumere dalla nomina a vescovo di Lesina di Nicola Tartaglia ‘monachorum monasterii Sancti Iohannis in Lamis Ordinis Sancti Benedicti Sipontinae diocesis(Nota 30).
Ma il silenzio delle fonti, almeno per ora, non ci consente di andare oltre, né di inserire un documento irrelato in un contesto storico per quanto riguarda il secolo XV.
Ma occorre a questo punto pur trarre una considerazione conclusiva.
Nonostante i lunghi tempi critici, precari, di costante decadimento e i conseguenti aspetti negativi, che hanno costituito il precipuo filo conduttore di questa narrazione, nel Quattrocento, prima i benedettini e poi i francescani, quasi sotto la cenere, hanno dovuto pure mantener vivo con il fervido culto della fede, il fuoco di una vita religiosa a noi per ora occulta.
E, nonostante le mulilazioni di re svevi e angioini, i soprusi e le usurpazioni di magnati e cistercensi, le vendite e alienazioni di papi e antipapi, anche la baronia doveva possedere una sua resistente e persistente vitalità, per via di una solida consistenza patrimoniale se, ancora nel Settecento, stando al già citato Cimaglia, dai suoi ‘doviziosi fondi’ si traevano ‘10.000 ducati annui’. Pertanto con ‘grande briga’ la commenda era appetita dai più illustri casati italiani: i Fortiguerra, i Carafa, i Colonna, i Farnese, i Sanseverino, i Sacchetti e i Pignatelli; e tra questi, due futuri papi: Paolo III e Innocenzo XII, un Farnese e un Pignatelli.