Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
Nella sezione Storia>>Panfilo Gentile è da scaricare il libro completo, diviso in 9 capitoli, Polemica contro il mio tempo
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VII. Considerazioni su una sentenza comunque irrevocata.

Veduta di Roma nel XV secolo.
Veduta di Roma nel XV secolo.
Che Guglielmo di Balaeto avesse le sue buone ragioni per raggiungere gli scopi con le conseguenze desiderate, non lo si può negare. Si possono ammettere l'occulta manovra dei cistercensi, durata per più di un triennio (dal 1307 al 1310) e la loro sempre più arrogante pressione fino al ricorso a mezzi violenti nel possesso della badia. Si stenta solo a credere che di tanto ‘rumore’ nulla giungesse nelle alte sfere pontificie per più di un decennio. Eppure lo stesso nunzio si rifa sempre alla ‘vox et fama publica’ quando accusa i cistercensi di tante malefatte. Un'occupazione armata, anche per quei tempi, doveva avere la sua innegabile risonanza fino a Napoli, fino ad Avignone. Si può anche ammettere che il vescovo di Civitate abbia ceduto a un atto di corruzione (‘recepta certa pecunia quantitate vel expensa’). Il possibile complotto del 1307 è avvenuto a Ripalta nei pressi di Civitate e l'inchiesta venalmente condotta presumibilmente a tavolino al più in un sol giorno: ‘Fecit ipsam inquisitionem longe a dieta monasterio Sancti Iohannis per unam dietam vel plus, cum testibus et personis, qui statum eiusdem monasterii ignorabant’ (d. 55), così afferma il nunzio. Anche da parte nostra si è accennato all'impressione che si ricava dalla lettura della relazione del vescovo al papa: di qualche cosa di precostituito, dove la tematica dei quesiti posti ai testimoni risponde alla linea dei desideri già impliciti nelle domande dell'inquirente. Ma al di là della credibilità dei testimoni pilotati dal vescovo, rimane anche l'innegabile situazione di estrema angustia della badia rilevabile da più fonti. Non si può presumere che si potesse impunemente accusare di soprusi magnati, potenti e membri della famiglia reale.
Ruderi dell'Abbazia cistercense di Ripalta.
Ruderi dell'Abbazia cistercense di Ripalta.
Usurpazioni e predonerie si sono verificate prima e anche dopo la sentenza, come poi riconoscerà lo stesso papa e si vedrà in seguito, dopo il sequestro dei beni. Ma la credibilità delle indagini del vescovo di Civitate è confermata per altra via dallo stesso papa, il quale nella sua nota bolla afferma tra l'altro: ‘Noi affidammo a viva voce al nostro diletto figlio Guglielmo di San Nicola in Carcere Tugliano, diacono cardinale, il compito di condurre egli stesso un'altra inchiesta sulla vicenda e di riferire cosa avesse accertato sui fatti predetti’. Pertanto ‘a seguito dell'inchiesta del vescovo di Civitate e sulla base della relazione dello stesso cardinale, a noi consta dunque che tutto ciò che ci era stato riferito dall'abate e dai frati del predetto monastero di San Giovanni risulta vero’. Tanto ribadisce lo stesso papa da Avignone il 20 febbraio 1311 quando dà mandato ad Aimardo vescovo di Salpi, a Landolfo vescovo eletto di Bari e all'abate del monastero di Ripalta di immettere i cistercensi di Casanova nel possesso della badia. Ma di queste dichiarazioni della bolla clementina, del relativo mandato papale (dd. 41 e 42) e della segnalazione in merito fatta dallo stesso procuratore di Casanova nella lunga relazione cronologica del processo e poi nella sentenza, entrambe redatte dal giudice, nessuna traccia. Il nunzio apostolico sembra ignorare quest'altra inchiesta promossa da Clemente V e condotta dal cardinale Guglielmo di San Nicola.
Pur col dovuto riconoscimento di crismi canonici, di diritti acquisiti in una specifica temperie storica, il lettore odierno non può non rilevare la particolare situazione che il nunzio apostolico è a un tempo giudice e parte in causa: lo stesso procuratore di Casanova avanza riserve sulla competenza del giudice (d. 55), ma questi pone alla frusta i cistercensi nell'affannosa ricerca di documentazione e di testimoni. Mentre i nomi di questi ultimi sono tutti rilevabili dalle carte del processo, mai un nome dei quaranta testimoni a carico prodotti dal nunzio. Anche se sotto sigillo, le deposizioni raccolte nel duomo di Lucera dal primicerio di Benevento Iacobo Manto e dall'arcidiacono di Troia Geraldo de Vitrinis esibite allo stesso procuratore dei cistercensi, risultano anonime. Insomma, il nunzio-giudice si appella sempre genericamente alla solita ‘vox et fama publica’, la stessa fonte contestata a cui si riferiva il ‘corrotto’ e smentito vescovo di Civitate.
Emerge dagli atti processuali che l'antico abate Giovanni da Modena era ritenuto ancora vivo al tempo del processo, come afferma il procuratore casanovese; ma non risulta citato e presente al processo. Era forse un testimone scomodo per entrambe le parti: era stato tenuto in cattività dai cistercensi e grave poteva essere la sua deposizione, ma d'altra parte poteva anche avanzare al nunzio diritti di legittimo ripristino nel possesso del suo monastero. Tanto non è avvenuto e la cauzione versata agli Acciaioli di Barletta è invece passata alla Curia pontificia.
Abbazia di Ripalta di Puglia. Capitello della chiesa.
Abbazia di Ripalta di Puglia. Capitello della chiesa.
Inoltre, è interessante rilevare questa significativa dichiarazione più volte ripetuta al nunzio: ‘Ci era stato raccomandato di procedere in un'inchiesta di tal genere, rapidamente, con discrezione e senza formale giudizio’ (‘Quod procederemus in huiusmodi negotiis simpliciter et de plano absque strepitu indicii et figura’ (d. 56). Questa dichiarazione può avallare il sospetto di chi sa di compiere un atto di arbitrio e intende procedere al coperto nel condurre un processo puramente formale.
A leggere infine i motivi per cui il nunzio-giudice non intende inoltrare qualsiasi appello, minacciato e richiesto dal procuratore di Casanova, si noteranno certe ripetute circonlocuzioni. La tortuosità del linguaggio desta il sospetto che il nunzio non è convito di agire linearmente, donde una certa acrobazia di stilemi e una semantica sfumata, quando appunto si crede di toccare i nodi giuridici della questione.
Pare però superfluo insistere sul modo di dire del nunzio, quando invece occorre volgere l'attenzione al suo modo di fare, in esecuzione di un preciso e predeterminato disegno avignonese, il cui fine va inesorabilmente oltre l'azione contingente dei nunzi delegati. La ferrea logica degli eventi è imposta dalla volontà e dalla legge del più forte. La prepotenza del meno potente (in questo caso dell'abate cistercense) è pretesto da parte del più potente. Nella prima metà del 1323 Guglielmo di Balaeto muore; il suo successore persegue decisamente la volontà che gli viene dall'alto. Pare un giuoco fra gatto e topo. Nel giro di un anno (1327-28) i due monasteri di San Giovanni in Lamis e di Casanova (rimosso l'abate di quest'ultimo e accusato di eresia) sono affidati in commenda a fiduciari di Giovanni XXII.
Nel 1220, per motivi accentratori, Federico II a Capua rivede tutti i diplomi di concessione a feudatari laici ed ecclesiastici. Non diversamente circa un secolo dopo, nel 1318 Giovanni XXII affida a Guglielmo di Balaeto la revisione generale di tutti i beni ecclesiastici nel Regno. Per tale mandato, le nostre due badie in meno di un decennio perdono autonomia, diritti e privilegi. Nei due casi trionfa la volontà del più forte nell'imporre le sue ragioni.

VIII. Conseguenze funeste di una sentenza.

L'Abbazia di Montevergine in una illustrazione del 1838.
L'Abbazia di Montevergine in una illustrazione del 1838.
Nonostante il diniego del nunzio apostolico di inoltrare il loro appello al potenfice in Avignone, i cistercensi dei due conventi non si danno per vinti. A due mesi di distanza dalla sentenza, il 19 settembre 1320 (dd. 57-58), i due abati, per mezzo dello stesso procuratore Iacopo preposito di San Niccolò di Vicoli, si rivolgono direttamente al papa. Sei mesi dopo (d. 59), a mezzo di un loro nuovo procuratore Guglielmo di Atri, insistono nella richiesta di revisione del processo. Supplicano il pontefice perché si degni di citare in giudizio Guglielmo di Balaeto, il quale ‘pro suo procedens arbitrio voluntatis per suam difinitivam sententiam declarasse dicitur dictas incorporationem et subiectionem dicti monasteri Sancti Iohannis non valere’ (d. 59). Contro ‘l'iniqua sentenza’, rivolgendosi direttamente al papa, nella sua perorazione, il procuratore conclude: ‘Non obstante quod dicte cause seu cause non sint de sui natura in Curia romana tractantes cum congruentius videatur pro eo quod agitur de incorporatione predicta facta per felicis recordationis dominum Clementem predecessorem vestrum id examinari in Curia vestre Sanctitatis quam alibi et potissime cum per audientiam vestram contra officiales vestros et eius processus extra curiam lictere alique minime concedantur’ (d. 59, p. 307). Giovanni XXII accoglie l'appello e incarica della questione Giovanni d'Arpadelle, canonico di Parigi, suo cappellano, uditore specialiter deputato delle cause del ‘sacro palazzo’. A sua volta Giovanni d'Arpadelle autorizza l'arcidiacono di Penne, Ruggero arciprete di Santa Maria di Vasto, e Giovanni di Celeria, arciprete di S. Maria Venacquosa, di citare in giudizio Guglielmo di Balaeto. Pertanto, il 7 maggio 1321, da Napoli (d. 61) il predetto Giovanni di Celeria, come da mandato ricevuto, cita dinanzi al potenfice in Avignone per il 1 ottobre (o il 2 se festivo il primo giorno) Guglielmo di Balaeto. Nulla si sa dello svolgimento della causa. Indirettamente si apprende che l'esito fu negativo per i cistercensi, ritenuto dallo stesso papa privo di fondamento giuridico il loro appello.
Ma conta rilevare che ancor prima della data proposta per la discussione dell'appello, come sappiamo, il 17 giugno 1321 (d. 63), da Avignone il papa, convinto delle ragioni esposte dal suo nunzio apostolico circa l'annullamento dell'unione dei due monasteri, e come egli stesso dichiara agli Acciaioli in Firenze, aveva già provveduto a riscuotere quella somma cauzionale versata dall'abate Giovanni da Modena tenuto in cattività dai cistercensi. Inoltre, sempre prima del 2 ottobre, nell'inesorabile successione degli eventi, conseguenti alla sentenza di Guglielmo di Balaeto, il 22 settembre 1321 da Avignone (d. 64) Giovanni XXII, ‘non obstante quod abbas monasterii Casenove ac Iohannes de Offania (sic) ... appellarunt’, ordina a [Leonardo Mancino], arcivescovo di Siponto, di procedere al sequestro dei beni del monastero di San Giovanni in Lamis e di lasciare una congrua parte di essi per il sostentamento del sedicente abate, degli altri frati e inservienti.
Respinto comunque l'appello, il papa, dopo la morte di Guglielmo di Balaeto, il 13 agosto 1323, da Avignone (d. 65), rivolgendosi al successore Geraldo de Valle, rettore della Campagna e della Marittima, ribadisce l'ordine del sequestro dei beni del monastero.
San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d’Angiò, 1317. Pala di Simone Martini - Napoli, Museo di Capodimonte
San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d’Angiò, 1317. Pala di Simone Martini - Napoli, Museo di Capodimonte
Senonché a smentire Guglielmo di Balaeto sulla floridezza, l'efficienza e la sicurezza della badia, anche dopo la sua sentenza che invalidava l'unione dei due monasteri, le usurpazioni dei nobilotti locali continuano a danno del monastero, dilagando nei suoi tenimenti. Di Carlo e di Bernardo di Raiano, signori di Rignano, che si erano impossessati della terra di San Marco in Lamis, si è già detto, ma il sequestro ordinato dal papa fu un gesto di tale gravità da paralizzare l'intera vita dei casali con gravi conseguenze per i vassalli. Conscio della gravità della situazione, il 28 maggio 1327 (d. 66) da Avignone, Giovanni XXII ordina a Raimondo vescovo di Montecassino di procedere alla revoca del sequestro dei beni. Suo malgrado, egli è costretto ad ammettere: ‘Quodque occasione dicti sequestri dictum monasterium Sancti Iohannis destructioni exponitur et quoddam casale ipsius iam totaliter est destructum et ab habitatoribus derelictum eo quod dicti habitatores oppressionibus et violenciis circumvicinorum nobilium et potentum sublato eis auxilio dictorum abbatis et conventus dicti monasterii Sancti Iohannis non poterant resistere per se ipsos’ (d. 66).
Senonché, non sappiamo se dovuta a un'improvvisa o meditata decisione, quasi contemporaneamente, il 7 giugno 1327 sempre da Avignone (d. 67), Giovanni XXII, con decisione gravida di definitive conseguenze, affida in commenda la cura e l'amministrazione del monastero a Matteo Orsini già vescovo di Agrigento, da poco eletto arcivescovo di Siponto. In pari data, il papa si premura di notificare la sua decisione al convento di S. Giovanni in Lamis (d. 68) e ai vassalli del monastero (d. 69). Scopo espresso del papa è la speranza che ‘con i superni favori’ le sorti del monastero ‘spiritualiter et temporaliter valeant reflorere’ (d. 67).
In verità ha così inizio la triste e plurisecolare serie degli abati commendatarii. È così decretata la fine di una gloriosa badia: non rimangono pertanto che il lungo rimpianto dei locali nati all'ombra del monastero e questi frammentari ricordi storici, laboriosamente ricostruiti in un tessuto narrativo; in verità questo della commenda fu un istituto di per sé costituzionalmente patologico e giammai fisiologico come era nelle dubbie giustificazioni di Giovanni XXII (Nota 26).