VI. Teoria e realtà di uno Stato vassallo.

Immagine dell'Arcangelo Michele - Da Gabriele Tardio, Le credenziali..., 2010
Immagine dell'Arcangelo Michele - Da Gabriele Tardio, Le credenziali..., 2010
Orbene tutto questo appartiene alla effettuale realtà pratica o, anche, all'arbitrio di re e regine normanni, svevi e angioini. Quanto poi alla teoria, cioè alle ragioni giuridiche e dottrinarie accampate, i motivi del re svevo, per esempio, non si discostano molto da quelli del re angioino. Alle spalle delle decisioni di Federico II, si indovinano le teorizzazioni giuridiche di Taddeo da Sessa e di Pietro delle Vigne. Analogamente, tanti atteggiamenti, sia pure incerti e talvolta contraddittori per il diverso rapporto tra angioini e papi francesi, le deliberazioni di Roberto d'Angiò risentono dell'ispirazione di Bartolomeo da Capua, di Marino da Caramanico, magister regie Curie e di Francesco de Mayronis, teologo francescano.
Anche se la sua politica nel Regno è generalmente giudicata immobilistica e talora paralizzante e caotica, questo ‘re povero di poveri sudditi’ (R. Caggese), questo ‘re da sermone’ (Dante) ebbe tuttavia una sua linea di condotta, sorretta dai predetti giuristi.
In un suo saggio su Dante e gli Angioini, Paolo Brezzi limpidamente delinea l'atteggiamento di re Roberto (Info) e l'inerente pensiero dei suoi collaboratori: ‘Si è detto e ripetuto che Roberto insisteva nel rivendicare la piena indipendenza del suo regno; orbene è di certo assai curioso vedere cadere queste affermazioni dalla penna di un governante che - come tutti sanno - era dipendente feudale della Santa Sede e doveva il potere alla investitura pontificia. Infatti il già citato trattatista abbruzzese Marino da Caramanico, scrivendo negli ultimi anni di regno di Carlo I, aveva avvertito la difficoltà e tentato di risolverla a modo suo; iniziando con questa significativa domanda: ‘sed qua fronte ( = con quale impudenza) diximus regnum Siciliae liberum cum ab ecclesia, romana regnum in feudum teneat?’, rispondeva poi che, senza dubbio, nel regno ‘dominus papa superior est dominus’, ma che delle singole parti (città e persone) di cui il regno si compone ‘solus rex est dominus supremus et omnia iura pertinent sibi soli’ ‘. ‘Anche un altro scrittore angioino, il celebre teologo francescano Francesco de Mayronis, suddito di re Roberto, si trovò impigliato nella difficoltà e contraddizione sopra segnalata ed a denti stretti dovette ammettere che 'principatus regis nostri subordinatur ecclesiae, ceteri vero reges sua temporalia ab ecclesia non recognoscunt'’.
A suo modo si direbbe che Roberto vada anche oltre. Trascinato dalla tendenza nazionale italiana, che faceva perno sui due pilastri del Regno e della Toscana, affermava che con essa ‘papato e impero dovevano fare i conti’. Era una idea audacemente futuribile in quanto riconosceva l'eguale decadenza ormai dell'Impero e della Chiesa nei mutati tempi storici alle soglie dell'età moderna. Comunque, ‘il problema dei rapporti tra le autorità universali (Chiesa od Impero, che fossero) e le singole signorie era riproposto in termini concreti e drammatici, con chiarezza e senza concessioni’ (Nota 14).
A questo punto, parrà superfluo aggiungere a mo' di conclusione, che ogni documento esaminato, preso di per sé, avulso da un contesto, apparirà sempre anemico di significato e puramente cronachistico, mentre diviene intelligibile se inserito, quale riflesso di un accadimento, nella realtà storica che l'ha prodotto.

VII. Qua fronte.

Pellegrini medievali - Da Gabriele Tardio, Le credenziali..., 2010
Pellegrini medievali - Da Gabriele Tardio, Le credenziali..., 2010
Quanto si è creduto opportuno premettere fin qui, con riferimenti a vicende e fatti della nostra badia, in un determinato momento storico europeo e con le relative questioni giuridiche, ci consente ora di proseguire più speditamente nel nostro racconto e ci induce a porre con più precisione una domanda.
Nell'intreccio di interessi tra la Chiesa e il Regno, con la conseguenza di spoliazioni, usurpazioni e depredazioni (alle quali sono da aggiungere quelle di nobili finitimi, e la catastrofica avventura cistercense) per le vicende di questo feudo anomalo, la domanda potrebbe essere questa: quale la legittimità e il peso di un diritto della Curia pontificia nel decidere sui beni materiali della badia; nel dirimere questioni territoriali di confini, di usi civici su contesi diritti di pesca e d'altro; nell'affidare in locazione o cedere terre e casali; e, addirittura, nel porre in vendita possedimenti badiali in piena concorrenza con re, regine, potenti, prepotenti, avventurieri e ordini religiosi drammaticamente in conflitto (benedettini neri e bianchi), tanto da determinare irreparabilmente la decadenza e la patetica fine della badia di S. Giovanni in Lamis?
Senza riecheggiare la domanda di Marino da Caramanico, che ha un evidente tono sottilmente ironico (‘qua fronte’ di precoce audacia giurisdizionalistica) e senza abbandonarsi al flusso di ipotesi (nel formulare le quali tutti gli storiografi sono bravi), è il caso di attenersi, almeno per questa parte, alla reale successione dei fatti.
Come si è accennato, i primi rintocchi letali partono dai papi Alessandro III e Gregorio IX.
Nell'agosto del 1167 Alessandro III è a Benevento.
In tale occasione, alla presenza di Bernardo cardinale vescovo di Porto, di Guidelmo vescovo di Pavia e cardinale, di Alberto cardinale e di altri numerosi notabili, l'abate Giovanni di S. Sofia espone al papa le sue lagnanze contro l'abate di S. Giovanni in Lama circa alcune terre site in Puglia, ‘in loco qui dicitur Francisca’. Quest'ultimo le avrebbe occupate ‘ingiustamente e senza alcun motivo’ legittimo. Il pontefice invita le parti a una composizione concordata in favore dell'abate beneventano. L'udienza-processo ha una conclusione rapidamente sbrigativa. Almeno tanto si ricava dal breve documento; il quale, comunque, ha due lacune, pare, non attribuibili al danneggiamento della parte superiore della pergamena: manca il nome dell'abate di S. Giovanni in Lamis e sono omesse le eventuali sue controdeduzioni.
Circa l'intervento papale, o il ricorso a lui, per dirimere la lite, sarà bene rileggere quanto, nove anni dopo, Guglielmo II premetterà nel diploma delle concessioni fatte all'abate Gualterio di S. Giovanni in Lamis, avvertendo: ‘ut de cetero nulli unquam infime vel alte persone liceat ab ipso monasterio exigere aliquod vel habere excepto romano pontifico servientes’ (d. 9).

Illustrazioni tratte da Saint Non, Viaggio pittoresco o descrizione dei regni di Napoli e di Sicilia, Vol. III
contenente il viaggio o giro della parte meridionale d'Italia anticamente chiamata Magna Grecia, Paris, 1783.
Sono inoltre presenti 4 immagini tratte da 'Gargano Nuovo'.