Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis in una foto anteriore al 1927.
Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis in una foto anteriore al 1927.
In una sua documentata allegazione Natale Maria Cimaglia (Nota 1), ascoltato giureconsulto del foro napoletano, preliminarmente rileva che la real badia di S. Giovanni in Lamis è ‘tra le più illustri del nostro regno’. La sottolineatura di Real è di chi scrive, ma intenzionalmente potrebbe essere anche dello stesso Cimaglia, poiché la tesi che egli sostiene è quella che tale badia è di sovrano ed esclusivo potere regio. Questo particolare feudo, insomma, di per sé (come si dirà, poi) non sarebbe soggetto al generale e generico vassallaggio del Regno alla Curia romana. L'allegazione, infatti, è intesa a proporre la ‘restituzione’ della real badia di S. Giovanni in Lamis al regio patronato ‘colle insigni prerogative, concedute solo a' monasteri più illustri’. Feudo, in quanto ‘benefìcio assai pingue ed illustre, fu mai sempre da' Pontefici conferito ad illustri soggetti’. Era infatti uno di quei feudi che faceva gola e spesso ‘correva gran briga’ per averlo. ‘L'Abbate’ che ne era investito al tempo dell'allegazione presentata al sedicenne (allora) re Ferdinando IV di Borbone era ‘Monsignor Colonna figlio della gemma de' Magnati’ della Corte napoletana ‘il sig. Principe di Stigliano, il quale ottenne dal Pontefice questa badia per la generosa interposizione dell'Augusto Re delle Spagne’.

‘Questa real badia è tra le più illustri del nostro regno, poiché oltre a' doviziosi fondi, da' quali traggonsi 10.000 ducati annui, gode la giurisdizione vescovile nella rispettabile terra di S. Marco in Lamis, della quale terra l'Abate istesso è l'originario antichissimo barone’.

Chiesa del convento di S. Matteo - L'altare dell'Immacolata in una foto anteriore al 1978.
Chiesa del convento di S. Matteo - L'altare dell'Immacolata in una foto anteriore al 1978.
Dunque: correva l'anno 1767 e la badia-feudo rendeva ancora 10.000 ducati annui; mentre, nel 1379, il papa-non papa Clemente VII, presumendo che rendesse molto meno (per certi suoi fini, come si vedrà in seguito), la includeva tra quelle da vendere (o svendere) perché il suo valore in quel tempo era ritenuto inferiore alle cento once d'oro.
A ben considerare, nel 1767, quando se ne occupava Cimaglia, ‘questa badia-baronia’ era già morta, moribonda e moritura: morta (lo si vedrà fra poco) come badia, e cioè con l'inerente attività spirituale e religiosa, già nel secolo XIV; moribonda in quanto l'ultimo abate, al quale si riferisce lo stesso Cimaglia, ne fu Monsignor Nicola Colonna dei principi di Stigliano; moritura poiché, non sappiamo se anche per la stessa perorazione del Cimaglia, ‘la rispettabile terra di S. Marco in Lamis’ sarà dichiarata di regio patronato quindici anni dopo, nel 1782, e nel 1793 ottenne, con la pienezza dell'autonomia municipale, il titolo di città. Dopo la morte del Colonna (1796) essa non ebbe più alcun abate e nel 1811, con sentenza della commissione feudale, venne sciolta ogni confusione di terre tra il Comune di S. Marco e il demanio per la badia vacante (Nota 2). Ma è da rilevare che ancora nel 1816 Pio VII e Ferdinando I, re di Napoli, stabilirono di non sopprimere la badia, perché aveva una rendita di 2000 ducati.
Dunque, stando al Cimaglia, nel tardo Settecento ‘il beneficio assai pingue e illustre’ della badia è ancora variamente appetito; nei primi decenni dell'Ottocento le due Curie, la papale e la reale, ne ricavano sempre un utile apprezzabile; e tutto questo nonostante cinque secoli circa di decadenza iniziatasi nel 1327 con la nomina, in serie ininterrotta, degli abati commendatari.
Chiesa del convento di S. Matteo - L'altare di Sant'Antonio in una foto anteriore al 1978.
Chiesa del convento di S. Matteo - L'altare di Sant'Antonio in una foto anteriore al 1978.
Ma a parte l'entità venale della rendita, per avere una sensazione immediata della sua importanza basterebbe invece dare uno sguardo a una possibile cartina geografica per rilevarne la vasta estensione territoriale, che scendendo dal centro del Gargano raggiunge e spesso va oltre i tre fiumi che circondano il Promontorio: il Candelaro, la Salsola e il Triolo, con pertinenze fino al Vulgano, con approdi propri nel golfo sipontino e con le numerose chiese e pertinenze possedute nel Subappennino e in terra di Bari. E bisogna aggiungere che quel mezzo millennio di decadenza e di lenta agonia è stato preceduto da almeno quattro secoli di piena autonoma efficienza e sicura prosperità. In quel tempo essa per tesori e beni ‘florebat et in spiritualibus et temporalibus habundabat suisque iuribus et possessionibus gaudebat(Nota 3). Tanto si ricava da documenti (39 e segg.) su cui si dovrà spesso tornare. Circa l'estensione territoriale di questo feudo anomalo (o suffeudo o feudo in servizio nell'ambito dell'Honor Montis Sancti Angeli), si attingono indicazioni eloquenti da un diploma normanno datato in Palermo il 7 maggio 1176, quando cioè la badia era ormai al vertice, purtroppo di breve durata, della sua potenza. Rivolgendosi, con discorso diretto e in prima persona, all'abate del tempo, Gualterio, il re Guglielmo II, nel confermare diritti, privilegi e benefici già acquisiti e nel conferirne ancora altri, testualmente precisa:

I possedimenti della Badia di S. Giovanni de Lama nel 1176.
I possedimenti della Badia di S. Giovanni de Lama nel 1176.
‘Il luogo in cui lo stesso monastero è posto, viene indicato con questo territorio: quello che a partire dalla vetta del monte di Castel Buzzano, ov'è un'antica contrada disabitata e ai cui piedi v'è il casale di San Giovanni Rotondo, proprietà del detto monastero di San Giovanni in Lama, si estende poi per le balze del monte fino al luogo chiamato Monte Calvo, digradando per la valle; si estende poi attraverso la palude fino a Spinapolice e giunge alla strada Francesca, ove sono grandi pietre; si dilunga per la valle fino al lago Rosso; si estende quindi per la valle Termicosa fino alla cisterna di Santa Maria di Corigliano e, per la Valle delle Giumente, si volge fino al fiume Candelaro; costeggia poi lo stesso fiume fino al vallo di Rubello e, per Rubello, fino alla valle del Vulture; discende poi alla Guardiola e va fino al Monte Condizio presso Rignano; salendo poi verso Torricella, giunge al luogo detto Jova ove sgorgano sorgenti; si estende quindi attraverso la valle di Stignano, sale per il guado dell'Occhio e volge verso il vallo di Sambuco, giungendo alla coppa di Altule; scende quindi per la piana della Piscinola, giunge al Monte Nero e termina in questa sua prima estensione al suddetto monte di Buzzano. I suddetti territori comprendono: la chiesa di San Marco in Lama col casale, gli abitanti e pertinenze; la chiesa di Santa Maria col casale di San Giovanni Rotondo, con gli abitanti, diritti e pertinenze; la chiesa di San Salvatore in Monte Sant'Angelo con le case, i vigneti, gli oliveti e pertinenze; nella diocesi di Siponto le chiese di San Martino e San Pancrazio con le case, il tenimento, le saline e il mare; in Bisceglie la chiesa di San Silvestre con le sue pertinenze; in Molfetta la chiesa di San Clemente con le sue pertinenze, la chiesa di San Nicola di..., col casale, gli abitanti, diritti e pertinenze; in Rignano le chiese di San Nicola e Santa Maria di Cristo con le loro pertinenze; in Castelpagano le chiese di Sant'Andrea, Santo Stefano e San Pietro Veterano col casale, gli oliveti, i tenimenti e le pertinenze; in Sant'Eleuterio la chiesa di San Giovanni e pertinenze; la chiesa di Santa Maria in Sala col casale, gli abitanti e pertinenze; in Castelnuovo (Castilinovi) la chiesa di San Martino e pertinenze, la chiesa di Santo Stefano coi vecchi casali e il tenimento della Salsola, la chiesa di San Pietro in Campo e, oltre il suddetto tenimento di Salsola, questi territori: per prima dal guado sipontino del fiume Salsola fino alla pubblica via per Lucera, al luogo dove è fitto il termine; quindi il territorio attraversato dalla via per Lucera fino al torrente Vulgano, al luogo detto Spina di monaco e al torrente Cervo; ancora il territorio dal suddetto torrente, come si stende fino al vallone di Appio e al casale dell'abate Pietro; poi il territorio che a partire dal detto casale, segue dirittamente lungo le pietre terminali fino al guado Ardione del suddetto Vulgano, si stende per la piana, è compreso dallo stesso Salsola e va lungo lo stesso fiume fino al confine ove è confitto il termine che volge al vallo del Campo; per ultimo il territorio che si stende dalla detta balza e discende attraverso Blatizza fino ai sette peri, alla proprietà di Moisi e al predetto guado sipontino, al confine iniziale. Inoltre, in Dragonara la chiesa di Santa Lucia e pertinenze; in Varano la chiesa di Santo Stefano e pertinenze; nel territorio del suddetto monastero il casale di San Giovanni Rotondo, la chiesa di Santa Maria, gli uomini con le case, le proprietà, il distretto, il tenimento e ogni diritto degli stessi, con le rendite, le servitù e l'intera decima dei nati ogni anno dagli agnelli e dalle capre dei pastori di detto casale; inoltre, nel medesimo territorio, la chiesa di San Marco in Lama col casale, uomini, case, proprietà, distretto, tenimento, redditi, servitù ed ogni diritto degli stessi; inoltre la chiesa di Santa Maria in Sala col casale, gli uomini con le case, le proprietà, il distretto, il tenimento ed ogni altro diritto degli stessi.
Veduta invernale della città di S. Marco in Lamis.
Veduta invernale della città di S. Marco in Lamis.
Sono riconosciute al detto monastero di San Giovanni in Lama, a voi e ai vostri successori tutte le proprietà che nel presente privilegio sono indicate, coi boschi, le acque e tutti gli altri beni dei soprascritti territori con la libera facoltà di disporne e, ai vostri successori, il privilegio di conferire onori e pubbliche cariche ai fedeli e ai vassalli, come meglio crederete per giovare agli abitanti e alle terre dello stesso monastero.
Riconosciamo pure al medesimo monastero, a voi e ai vostri successori tutti i privilegi in passato concessi da re, duchi, principi, conti, baroni o da qualsivoglia persona di umile o alto ceto e di entrambi i sessi; e tutte le concessioni, le donazioni, le offerte, i riconoscimenti, le vendite, le permute e i privilegi, da tutti i predetti a qualunque titolo e legalmente concessi e riconosciuti, noi pure li riconosciamo, affinchè ogni proprietà che il detto monastero giustamente e legalmente può vantare per donazione di pontefici, per liberalità di re e di principi, per elargizione di conti e baroni, per lascito dei fedeli, il detto monastero per sempre, liberamente, senza contestazioni e con perpetuo diritto la tenga e ne disponga, senza alcuna contrarietà o molestia da parte nostra, dei nostri eredi e successori o da parte della cosa pubblica (Stato e demanio).
Disponiamo pure che il detto monastero con le chiese, i fedeli, i casali e tutti i suoi beni presenti e futuri sia per sempre libero e immune da tutte le contribuzioni, le imposte e le servitù verso la nostra Curia.
Concediamo inoltre che, per tutto il bestiame del detto monastero, in tutto il nostro regno nessuno riscuota l'erbatico, il viatico e l'acquatico o prenda qualcosa a qualsivoglia titolo; a suo piacimento il bestiame vada e venga, sosti e pascoli senza contrasto o molestia di alcuno; nessuno, per le cose del detto monastero vendute o comprate, in tutto il nostro regno riscuota l'imposizione di sosta o di passaggio; tutti coloro che portano beni del detto monastero e le imbarcazioni (navigia) che li trasportano entrino, escano e sostino liberamente in tutti i porti del nostro regno, vadano e vengano senza tassa di approdo e di dogana e senza molestia di alcuna persona.
Affresco di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma (1477-1549) nell'Abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Affresco di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma (1477-1549) nell'Abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Disponiamo tassativamente che nessuno osi cacciare nei boschi del medesimo monastero, pescare nelle sue acque o gettare l'ancora nei suoi porti senza il permesso degli abati, né osi recare qualche molestia o danno sia nel detto monastero che nelle sopra descritte proprietà. Sia inoltre consentito, a voi e a tutti i vostri successori, edificare a vostro piacimento casali nei tenimenti del monastero e costruire mulini senza opposizione di alcuno; inoltre, qualora siano stati imposti in passato arbitrari gravami alle proprietà, ai beni e agli uomini dello stesso monastero, disponiamo che essi siano immediatamente rimossi.
Se qualcuno si opporrà a questa nostra protezione e a questo privilegio, sappia che pagherà trenta libbre d'oro, metà al nostro erario e metà al detto monastero, così che il presente, violato privilegio riacquisti forza e resti sempre saldo e inviolato; ed infine, a memoria di questo riconoscimento e della nostra protezione, a testimonianza della sua piena validità, disponiamo che per mano di Calopietro, nostro segretario, sia contrassegnato col nostro personale sigillo. Da Palermo, per mano del nostro vicecancelliere Matteo, il 7 maggio, nella nona indizione’ (d. 9).

La rete stradale esistente nel medioevo sul Gargano.
La rete stradale esistente nel medioevo sul Gargano.
Da una ricognizione sommaria, dunque, si rileva che questa badia, collocata nell'area dell'alta Puglia, grosso modo copriva una cospicua parte (forse la maggiore) del territorio di Capitanata e che al tempo del Regno normanno di Puglia e di Sicilia era un feudo assai vasto, e, per la sua ‘pingue dotazione’, particolarmente ambito.
Circa l'inserimento del monastero nella gerarchla feudale normanna, ancor prima delle concessioni di Guglielmo II, il Calalogus Baronum ci offre a un tempo una conferma e una testimonianza eloquente, ‘pur con la dovuta cautela per l'ambiguità della terminologia usata. S. Giovanni 'in Lama' era tenuto a fornire quattro cavalieri, ma cum augmento (cioè quale contingente straordinario), milites octo et servientes centum; nessun altro monastero della zona, si noti, è citato in questa epoca’ (Nota 3a).
La vestizione di san Benedetto - Affresco del Sodoma.
La vestizione di san Benedetto - Affresco del Sodoma.
Guglielmo II accenna a precedenti concessioni fatte dal suo ‘avo’ Ruggero II. Questi infatti con un diploma dell'anno 1134, accogliendo la istanza di riconoscimento e di conferma avanzata dall'abate del tempo, Gennasio, con la solita formula, prende sotto la sua protezione il monastero, ne indica e precisa, ripetendo come d'uso invalso, toponimi e confini; e ordina che i beni acquisiti o da acquisire rimangano integri e immuni da altrui ingerenze.
Alla prosperità della ‘rispettabile’ badia era naturalmente congiunta anche l'autorità prestigiosa dell'abate di S. Giovanni in Lamis: a questo infatti erano spesso affidati incarichi e uffici delicati e riservati. Per una delle frequenti discordie tra i canonici della chiesa di Foggia e la chiesa di Troia per via di una giurisdizione di dipendenza da Troia, che il clero e il popolo di Foggia ‘non accettano sempre di buon grado’ (Nota 4), ancora nel 1204, il papa Innocenzo III si rivolge all'abate di S. Giovanni in Lamis e al vescovo di Termoli, perché interpongano i loro buoni uffici quali pacieri.
Senonché, appena sette mesi dopo, dalle larghe concessioni fatte in Palermo all'abate Gualterio, sarà lo stesso re Guglielmo II a dare una diversa configurazione giuridica e una diversa dipendenza (dalla regina più che dal re: il feudo è incorporato nell’Honor, dotario della regina) al feudo; e un altro re, avocandone la demanialità di una parte, sarà il primo a tagliarne per sé una grossa fetta. Ma saranno intanto, prima e dopo, gli stessi pontefici romani e avignonesi a dare i primi e gli ultimi rintocchi funebri della grande badia.