XVI. Uno sguardo retrospettivo.

La torre dell'antico convento cistercense di Santa Maria di Casanova in un disegno di Edward Lear (1812-1888).
La torre dell'antico convento cistercense di Santa Maria di Casanova in un disegno di Edward Lear (1812-1888).
A questo punto gioverà, piuttosto, volgere lo sguardo, per un poco e a mo' di sosta riflessiva, a quei moventi interagenti in un particolare momento storico della politica angioina. Si assiste a un urto dovuto a un reciproco rapporto di causalità: sempre più crescente il favore accordato agli ecclesiastici con privilegi, esenzioni, proventi e decime esose e vessatorie e, in reazione, l'offensiva della nobiltà laica sempre più assiduamente molesta, baldanzosa e violenta. È da rilevare l'acquiescenza, poi, di Roberto d'Angiò dovuta a gratitudine e a tendenze d'interessi politici da una parte e dall'altra la sua inerzia o pratica impotenza, incapace di infrenare l'illegalità e talora la criminalità di signorotti e nobili locali. Ricordiamo qualche illuminante pagina di storia che è del resto un elenco di soprusi e di violenze dovute a situazioni e a conflitti sociali ormai endemici.
‘In complesso, l'azione della Corona è debole, incerta, ineguale, spesso quasi umile’. Esempi energici di repressioni da parte del re non mancano: ma sono episodici. ‘Evidentemente non si tratta mai di una linea di condotta ben determinata, di un preciso programma di governo; si tratta invece di scatti subitanei’. Si tratta di una linea di adattabilità, senza idee chiare e che conduce all'inerzia. ‘La nobiltà minore, era profondamente rovinata.
Intanto, il frazionamento dei feudi raggiungeva, in alcuni casi, proporzioni incredibili. Si hanno notizie di signori feudatari di 1/3 di castello, di 1/18 di castello, e di piccolissimi casali, per tarì uno, per due tarì, per cinque grani all'anno’. Già sappiamo che i nostri monaci di S. Giovanni in Lamis hanno concesso in locazione appezzamenti di casali per tre tarì annui. ‘I subfeudatari del monastero di Casanova, abitanti a Carpineto, sono gravati da prestazioni enormi ogni volta che la Curia regia impone ai feudatari il servizio militare, e confinati nelle bassure proprie dei popolani’. Non meno tormentati dalla miseria e dai funzionari sono i nobili di Vieste. ‘In Capitanata, un signorotto audace, Bernardo da S. Giorgio, con l'aiuto interessato dei cittadini di Deliceto, impedisce alla Contessa di S. Angelo il libero possesso della rocca di Sant'Agata’. Le curie con quotidiano lavoro estenuante ‘sempre in moto’ pronunziano sentenze.
L'Abbazia di Calena in una foto scattata nel 1900 dalla giornalista americana Caterine Hoker - Da 'Il Gargano nuovo'.
L'Abbazia di Calena in una foto scattata nel 1900 dalla giornalista americana Caterine Hoker - Da 'Il Gargano nuovo'.
All'ingovernabilità, ai conflitti, ai disordini ‘collaborano alacremente gli ecclesiastici, secolari e regolari, di tutti gli ordini religiosi, d'ambo i sessi, da per tutto’. Si è detto della loro condizione di privilegio. ‘Il concetto della così detta libertà ecclesiastica, nei riguardi della giustizia e delle imposte, ebbe le sue più rigide applicazioni’. ‘L'acquiescenza delle autorità statali agli arbitrii degli ecclesiastici, in ogni campo, fu consigliata, tollerata, subita, a seconda dei casi, ma non combattuta mai’. ‘Le decime vengono regolarmente pagate, o, almeno, regolarmente prescritte; e quando non si pagano, lo Stato inrerviene a favore degli ecclesiastici’. ‘Il Vescovo di Troia ha diritto alla decima dei proventi della bagliva’. ‘A Benevento, l'abbate di S. Sofia ha il diritto di percepire un sussidio dai suoi vassalli quando si celebra un concilio’. ‘Che dire dei monasteri ricchissimi di Cava, di S. Maria della Vittoria, di Casanova, di Montevergine, di Trinità di Venosa, di S. Maria dei Teutonici di Barletta e dei vescovadi di Capua, di Lucera, di Melfi, di Barletta, di Sulmona, degli innumerevoli conventi francescani e domenicani pullulanti da per tutto, e dei Cavalieri dell'Ospedale? Le carte angioine sono rigurgitanti di documenti a questo proposito interessantissimi’; ‘I ricorrenti non intendono che la giustizia civile invada la bandita della giurisdizione ecclesiastica, anche in materia lontanissima dalle prerogative della Chiesa. A Lucera, per esempio, pochi anni dopo la distruzione dei Saraceni, il Vescovo riafferma il suo diritto a giudicare delle cause di adulterio; il convento di S. Maria 'de Baucia', in Basilicata, rivendica il diritto che le concubine dei chierici di alcuni casali soggetti non siano sottoposte alla giurisdizione del Giustiziere; e lo stesso diritto affermano solennemente l'Arcivescovo di Benevento ed il Vescovo di Avellinoe; il Vescovo di Tricarico per i suoi ecclesiastici disonesti, ed i religiosi tutti di Rapolla, di Sora, di Bisaccia’. ‘I preti greci di Rossano insistono perché le loro mogli non siano soggette alla giurisdizione del Giustiziere’.
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana (AQ).
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana (AQ).
Pertanto ‘le esigenze degli ecclesiastici sono infinite, poiché infinite sono le questioni nelle quali si trovano coinvolti, infinite le violenze alle quali son fatti segno ed egualmente infiniti i diritti che bisogna difendere ogni giorno contro le classi rurali e la nobiltà laica, specialmente quella minore, la quale trova nel vasto campo delle prerogative ecclesiastiche larga messe da insidiare e devastare. Il conflitto, anzi, tra ecclesiastici e laici assume spesso i caratteri di un intenso dramma che occupa di sé la scena degli avvenimenti interni’.
Qualche esempio tra i più significativi: ‘Il Vescovo di Caserta, da parte sua, è gravemente offeso da un signorotto napoletano, Giovanni Cocchiarelli, che ha usurpato numerose e pingui terre della diocesi e le rendite di molti beni nel territorio di Caserta. Né qui si arresta il violento; che nel marzo 1310, qualche mese dopo la usurpazione compiuta, mentre alcuni testimoni si presentano al Giustiziere di Terra di Lavoro, tra i quali dei sacerdoti, per essere intesi nel processo intentato dal Vescovo, egli li assale su la strada pubblica presso Caianello, li fa atrocemente ferire 'cum clava ferrea' e ne riduce uno in fin di vita. Il convento di S. Vito al Trigno non è più fortunato del prelato casertano’. ‘Il convento di Santa Maria della Vittoria, poi, è addirittura, nel maggio 1313, minacciato di esterminio: circa trecento armati, raccoltisi d'ogni angolo della Campania, si gettano su le sue terre e ne usurpano il possesso’. Casi di violenza e di soprusi si registrano a Troia, a Lecce, a Brindisi, a Gaeta, a S. Maria de Coracio, a Boiano, a Taranto, dove ‘l'Arcivescovo non è sicuro, in alcuni suoi possedimenti, neppure del fratello del Re, il Principe di Taranto’, a S. Nicola di Bari, a S. Vincenzo al Volturno e così via quasi in ogni feudo del regno. Lunghissimo il diligente elenco compilato dal Caggese; in esso è compreso il convento di Cava dove, nel marzo del 1317, ‘buona parte delle sue terre e case in tutte le provincie del Regno’ sono ‘illecitamente occupate da un vero esercito di avidi signorotti’ contro i quali purtroppo non potrà molto concludere l'inchiesta ordinata dal Re; infine, il 9 maggio 1321, il monastero di S. Giovanni in Lamis è privato da un signorotto, Bernardo di Paiano, del possesso della terra di S. Marco, in Capitanata’ (Nota 18).
Monastero di San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo, Molise.
Monastero di San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo, Molise.
Alla fine di queste vicissitudini di locazioni, usurpazioni, spoliazioni e vendite-svendite che precedono l'unione alla badia di Casanova, i nostri monaci benedettini, intorno al 1310 mal si oppongono potentibus et magnatibus fra i quali la ‘domina domina Maria regina regni Sicilie, mater regis Robberti, nec non excellens vir dominus Philippus princeps Tarentinus, heredes quondam Extandardi, Iohannes de Suriaco herede quondam domini Caroli de Raiano et fratres domus milicie Theotonicorum, qui sunt in Farano, et alii potentes domini convicini ‘ (d. 40). Come si vedrà, vi è il fior fiore della regalità e della nobiltà del tempo che aggredisce i beni badiali.
Ma già agli inizi (1237) del triste epilogo di questa badia, che imbocca l’iter doloroso di locazioni e alienazioni per la continua molestia e il vorticoso risucchio aggressivo dei circonvicini potenti e dei vassalli insolventi, perché l'abate Parisius, nominalmente barone e realmente versando nella più assoluta indigenza, potesse recarsi al Concilio di Lione su ordine del papa, ci volle un'ordinanza reale, con diploma datato in Foggia da Carlo d'Angiò, il 10 novembre 1273, per costringere i vassalli del monastero a dare allo stesso abate la dovuta sovvenzione (Nota 19).
Dagli uni e dagli altri, feudatari, laici ed ecclesiastici è stato cosi imboccato il vicolo cieco e soffocante della miseria in cui si è cacciata la feudalità: ‘questo mostro uscito dalle foreste dei barbari’ come lo chiamò Davide Winspeare, ‘nacque dall'anarchia e fu essa stessa causa di anarchia’. Ed è davvero uno squallido paesaggio umano di miserie materiali, morali, spirituali dovuti in gran parte al malgoverno, la cui politica amministrativa paludosa favorisce l'anarchia, l'ingordigia e l'avidità delittuosa (Nota 20).
Pianta della città di San Severo (FG).
Pianta della città di San Severo (FG).
Siamo ai primi decenni del secolo XIV. Erano gli anni in cui la sorgente luce della poesia dantesca, con una Commedia più umana che divina, messaggio dei tempi nuovi, non ancora raggiungeva queste sponde meridionali.
Ma forse era questo il concime di un provvidenziale (direbbe Vico) riscatto, di una Provvidenza, cioè, che segue vie diverse e contrarie, da quelle della immediata volontà umana: un concime dunque sul cui terreno spunterà la pianta della nuova buona novella francescana, quella della povertà, fertile di opere e di bene. Essa prenderà vita e vigore nel secolo seguente a queste vicende, con fiori e frutti, nelle due valli di Stignano e dello Starale.