Croce medievale - Da G. Tardio
Croce medievale - Da G. Tardio
Orbene, dopo quanto premesso, degli interventi papali non si intende qui verifìcare la legittimità di un diritto nell'attribuzione di determinati territori e confini: si registrano i fatti o gli episodi di cui ora si dirà di seguito; di là da ogni disquisizione puramente giuridica si tenta di attenerci alla storicità degli accadimenti.
Dall'alba al patetico tramonto, nel destino di questa grande badia benedettina, col suo iter drammatico e la sua concitata fine, ci si imbatte in decisioni determinanti di papi: nel 1167 l'erosione iniziale del feudo decisa da Alessandro III; nel 1327, momento cruciale nella storia della badia, l'istituto dell'abate commendatario voluta da Giovanni XXII; e nel 1379 la frettolosa e, si vorrebbe dire, concorrente liquidazione, con l'eventuale alienazione totale o parziale, di terre ordinate in Fondi da Clemente VII, da poco eletto papa in contrapposizione a Urbano VI.
Nell'intermezzo o, meglio, nell'intreccio degli interessi delle due Curie, papale e reale, cioè circa la mutata natura giuridica del feudo (o suffeudo con beni in servizio), incluso nell'Honor Montis Sancti Angeli, operato da Guglielmo II e della sottrazione della terra di S. Giovanni Rotondo deliberata a Capua da Federico II si è già detto; dell'azione diretta o indiretta degli angioini si dirà fra poco.
La chiesa di san Lupo a Benevento in una foto del 1920.
La chiesa di san Lupo a Benevento in una foto del 1920.
Si è accennato a intrecci di diritti e di interessi, papali e reali. Nonostante le proprie rimostranze nel monitorio inviato a Federico II, circa le asportazioni di terre, da questo compiute a danno della badia, per suo conto, in un tempo precedente, Gregorio IX ordina l'apertura di un processo, delegando suoi giudici, con l'ordinanza datata da Roma del 17 maggio 1227, l'abate Aliberto del monastero di S. Modesto, l'abate Mauro del monastero di S. Lupo di Benevento e il canonico di Benevento Giovanni de Saducto, contro l'abate Roberto e i monaci del monastero di S. Giovanni in Lamis, e inoltre contro il prete Landolfo, i diaconi Lorenzo e Giovanni, i chierici Gaudio e Leonardo e altri di S. Giovanni Rotondo, accusati dall'abate e dal convento del monastero di Cava dei Tirreni di aver indebitamente violato i diritti di pesca già acquisiti da quei monaci nel Pantano, volgarmente detto di S. Egidio.
Pellegrino - Da G. Tardio.
Pellegrino - Da G. Tardio.
Il 1 luglio 1227 i giudici delegati convocano a Benevento per 1'8 settembre i predetti querelati.
Questi, non si comprende se per un atto di baldanza o di protesta, non si presentano a Benevento per la data fissata e l'11 settembre sono condannati in contumacia. Obbligati al pagamento delle spese del giudizio, sono infine colpiti da un interdetto e comunque invitati di nuovo a presentarsi in giudizio nel termine perentorio di quindici giorni.
Finalmente il 16 settembre l'abate Roberto si decide a delegare come suo procuratore il monaco Andrea dello stesso monastero con l'istanza di revocare la condanna alle spese di giudizio e l'interdetto da cui gli imputati erano stati colpiti.
Senonché il 2 ottobre 1227 l'abate Aliberto e gli altri giudici, respingendo come prive di consistenza le ragioni presentate dal procuratore Andrea, notificano la scomunica all'abate e al convento del monastero di S. Giovanni in Lamis (dd. 13-19).
Non sappiamo quali ulteriori sviluppi abbia avuto questa vicenda che riconosceva all'abate di Cava i diritti di pesca nel pantano di S. Egidio, ora scomparso, nei pressi di S. Giovanni Rotondo. Ci manca per il momento ogni altra documentazione in merito; del resto, per questo documento esistente (ci si consenta la battuta) anche i topi, roditori per natura, hanno voluto la loro parte.

IX. Un episodio increscioso e premonitore.

Sculture medioevali - Da G. Tardio.
Sculture medioevali - Da G. Tardio.
In questi stessi anni, nonostante i colpi inferti alla badia dal re e dal papa, un episodio increscioso, non raro, né unico, sconvolge la vita del cenobio. In quel tempo non v'era pace tra le mura del convento: sussulti di ribellione contro l'abate (se ne ignora il nome) lo svonvolgono. Alcuni monaci strappano con violenza dalle mani del decano missive papali. Gregorio IX si rivolge a Marino arcivescovo di Bari e a Filippo vescovo di Troia per comprimere tanta audacia ed arroganza e ridurre i monaci incriminati all'obbedienza dell'abate. Il 6 novembre 1234, Gregorio IX, più indignato che sgomento, da Perugia scrive ai due suddetti prelati che in pieno capitolo ‘Willelmus de Castello, Maurus et quidam alii eiusdem monasterii monachi, spiritu rebellionis assumpto, nec Deum nec homines reverentes ac ad Sedem apostolicam ut regularem disciplinam effugerent appellantes, de manu ipsius decani abstulerunt easdem litteras non sine iniectione manuum violenta in eiusdem abbatis iniuriam et suarum periculum animarum’ (d. 20): Guglielmo de Castello, Mauro ed alcuni altri monaci dello stesso monastero, assunto un atteggiamento ribelle, senza alcun rispetto né per Dio, né per gli uomini, e con intento di rivolgersi alla Sede apostolica per sottrarsi alla disciplina della regola, strapparono, dunque, di mano allo stesso decano non senza un violento strattone la stessa lettera con grave offesa dell'abate e pericolo delle loro anime. [Corsivo-grassetto del webmaster]

X. La ‘mala signoria’.

Un grande mercante fiammingo, Y. Fugger e il suo capocontabile (secolo XVI) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982
Un grande mercante fiammingo, Y. Fugger e il suo capocontabile (secolo XVI) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982
E siamo alle pagine più dolorose di questa storia, all'epilogo e alla fine di quella che fu una potente badia. Un motus velocior spinge alla fine. Il suo movente ha un nome preciso: il mal di Francia.
‘Mal di Francia’, si intende, in senso storico-politico.
A proposito della politica angioina nel Regno, con buone ragioni storiche, si può discutere e dissentire dal giudizio sommario e polemico di Dante (Nota 15) quando parla di ‘mala signoria’. Qui si vuole alludere, con un certo fondamento, alla ‘avara povertà’ dei Catalani, collaboratori di Roberto d'Angiò, deprecata da Carlo Martello e alla ‘antica lupa’ dalla ‘fame sanza fine cupa’ deplorata da Ugo Capeto imprecante contro i suoi discendenti della casa reale di Francia. Va anche precisato che nella polemica contro Roberto, il ‘re da sermone’, il poeta è mosso da motivi personali di astio, in quanto esiliato coll'intervento angioino, e ideologici, quale uomo di parte, seguace della politica imperiale di Arrigo VII e quindi avversario delle idee di Roberto, il quale, a sua volta, era promotore di una unità nazionale comprendente inizialmente Regno e Toscana e tenace avversario dell'influenza tedesca. Secondo i sentimenti di Dante, Ugo Capeto e Carlo Martello dicono che tutti i mali della politica francese provengono dalla ‘vergogna’ della ‘gran dote provenzale’. Inoltre, se aggiungiamo che Marco Lombardo condanna la politica dei ‘mali pontefici’, ‘asserviti ai re di Francia’, il tutto però si può circoscrivere al periodo avignonese.
Non si intende qui entrare in nessuna grossa questione, si vuole solo sottolineare che, almeno per quanto si riferisce agli effetti riguardanti la nostra badia, la congiunta politica angioina (compresa la mano della bella Clemenza) e papale hanno avuto conseguenze decisamente disgregatrici. La avidità aggressiva degli angioini e, in particolare, dei familiari e collaboratori di Roberto, l'immobilismo della politica impotente o tollerante o contraddittoria dello stesso re e i pesanti interventi dei papi avignonesi, con decisioni drasticamente determinanti, hanno definitivamente contribuito alla fine del feudo e al crollo della badia benedettina.
Frate Cappuccino che fa la questua - Da L'Illustrazione Italiana del 1872
Frate Cappuccino che fa la questua - Da L'Illustrazione Italiana del 1872
Tuttavia, in Capitanata possiamo assistere a due aspetti diversi, come due facce di una sola medaglia, dell'operato degli angioini. Tuttora Lucera ride del bel volto monumentale da loro impresso col Duomo, la chiesa di S. Francesco, il Castello e altro. Forse tutto ciò, con altri motivi, non esclusa la posizione storico-geografica di Lucera, è dovuto anche a un debito compenso per la cospicua presenza dei saraceni di fedeltà sveva, soppressa con un feroce massacro nel ferragosto del 1300. Ma proprio in coincidenza con gli stessi tempi, tra queste valli e pendici garganiche grande era il pianto per l'andare delle cose in rovina.
Nell'arco di un trentennio, la badia è ridotta a brandelli avidamente contesi, a lacerti che gli stessi monaci sono costretti a cedere in locazione o a vendere. È da ricordare che il periodo più critico coincide con la guerra del Vespro e culmina all'indomani della pace di Caltabellotta, con contraccolpi che lasciano il segno nel Gargano e dintorni.